Santiago Posteguillo.

LA FINE DI SCIPIONE. Parte 1.

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Traduzione di: Adele Ricciotti.
2018 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Io e Annibale siamo stati entrambi grandi generali, traditi dai nostri rispettivi Senati, esiliati: come non potrei provare empatia per quest'uomo, nonostante lo abbia combattuto per anni?
Publio Cornelio Scipione sa di essere arrivato alla fine.  il 190 a.C. La crisi siriaca  al suo culmine, e Roma, anche se sfinita da anni di guerra, ha deciso di fronteggiare il re di Siria, Antioco, costante minaccia ai confini orientali della Repubblica. Scipione  tra i legati inviati in Grecia a negoziare la pace, e anche se la missione  un successo, che porta a Roma di fatto l'incontrastato dominio del mar Egeo e ricchezze inestimabili, Publio Cornelio non viene salutato da Roma come crede di meritare. Lontano dall'essersi arricchito,  tuttavia accusato, insieme al fratello Lucio, di aver accettato doni e denaro da Antioco, per una negoziazione giudicata da Roma troppo mite.  cos che Scipione l'Africano, l'uomo che aveva sottratto l'Africa ad Annibale, e che aveva fatto di Roma la sua ragione di vita, decide di ritirarsi a Liternum, in Campania, dove la morte lo coglier nel 183 a.C.
Santiago Posteguillo racconta il maestoso ultimo atto della saga dedicata a uno degli uomini pi grandi e forse meno capiti della storia di Roma, facendolo rivivere nei pensieri e nelle azioni, e negli ultimi momenti in cui, ritornando con la memoria alle gesta passate, Scipione si congeda dalla vita e dalla Storia compiendo un doloroso e commosso bilancio.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo, autore della saga di Scipione l'Africano (di cui Piemme ha pubblicato L'Africano, Invicta Legio e Il tradimento di Roma), che si conclude con questo volume,  uno dei principali autori di narrativa storica a livello internazionale, e in assoluto il pi venduto in Spagna. Posteguillo  autore anche della fortunata saga di Traiano, di cui Piemme ha pubblicato finora L'Ispanico, Circo Massimo e L'ira di Traiano.
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Questo libro  un'opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall'autore.
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Al primo perch di Elsa.
A Lisa per essere la migliore risposta.
E a tutte le persone meravigliose
che ci hanno lasciato:
a mia zia Lidia, a mio zio Paco
e al professor Enrique Alcaraz Var
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La storia  stata vita reale quando ancora non si poteva chiamare storia.
JOS SARAMAGO, Discorso pronunciato a Stoccolma in occasione della consegna del Nobel.
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Informazioni per il lettore.
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Il contenuto delle memorie di Publio Cornelio Scipione presente nel romanzo  un'articolata ricostruzione da parte dell'autore dei sentimenti intimi di questo incredibile personaggio della storia di Roma. Tale elaborazione  frutto dell'immaginazione dello scrittore, ma basata su una scrupolosa indagine sulla figura pubblica e privata di Scipione; d'altra parte, i fatti storici riferiti - battaglie, sessioni del Senato di Roma, trattative tra i vari regni del mondo antico, processi pubblici eccetera -, cos come la maggior parte dei personaggi, sono reali. Alcuni fatti narrati si situano tra la storia e la leggenda, ed esistono vuoti nella vita privata di Scipione che l'autore ha deciso di riempire in maniera coerente con le tradizioni e gli usi dell'epoca, descritti per sostenere la trama del racconto.
Publio Cornelio Scipione scrisse le proprie memorie e molto probabilmente lo fece in greco, la lingua pi usata per le comunicazioni scritte e letterarie in quel periodo. Tali memorie sono andate perdute. Nessuno sa come. Questo romanzo intende ricostruire frammenti di quelle memorie e, allo stesso tempo, rivelare il lato pi nascosto della vita di Scipione e della sua famiglia, del loro antagonista Annibale, ma anche di altre grandi figure della Roma repubblicana - come il senatore e censore Catone, il drammaturgo Plauto -, di importanti uomini politici quali Tiberio Sempronio Gracco, di leggendari re dell'epoca come il monarca Antioco III di Siria, il re Filippo V di Macedonia, il re Eumene di Pergamo, e di altri personaggi che vissero nel complesso contesto del Mediterraneo agli inizi del II secolo a.C.
In fondo al volume sono presenti un glossario, mappe e altre informazioni che possono aiutare la comprensione della storia narrata.
Non resta che dare il benvenuto al lettore con le stesse parole con cui Plauto introdurrebbe una delle proprie rappresentazioni:
Salvere iubeo spectatores optumos,
Fidem qui facitis maxumi, et vos Fides. (...)
Vos omnes opere magno esse oratos volo,
benigne ut operam detis ad nostrum gregem.
Eicite ex animo curam atque alienum aes
ne quis formidet flagitatorem suom:
ludi sunt, ludus datus est argentariis;
tranquillum est, Alcedonia sunt circum forum.
Ratione utuntur, ludis poscunt neminem,
secundum ludos reddunt autem nemini.
Aures vocivae si sunt, animum advortite.
[Salute a voi, esimi spettatori, che sopra ogni cosa stimate la Buona Fede, cos come la Buona Fede fa con voi. (...) Desidero rivolgere a tutti voi una preghiera calorosissima, guardate con benevolenza alla nostra compagnia. Scacciate dall'animo la preoccupazione dei debiti, non temete il vostro creditore.  giorno di festa,  festa anche per i banchieri,  tutto tranquillo, intorno al Foro tira aria di Alcioni. Fanno bene i banchieri: non chiedono niente a nessuno quando  festa, non dovranno restituire niente a nessuno passata la festa. Ora, se le vostre orecchie e i vostri occhi sono disposti, leggete con attenzione.]1
1. Plauto, Casina, 1-2 e 21-30, traduzione di Giovanna Faranda. Le parole in neretto sono opera dell'autore del romanzo.
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LIBRO primo.
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LA BATTAGLIA DI MAGNESIA. Anni 190-189 a.C.
(anni 564-565 dalla fondazione di Roma)

Regia acies varia magis multis gentibus, dissimilitudine armorum auxiliorumque erat. Decem et sex milia peditum more Macedonum armati fuere, qui phalangitae appellabantur. Haec media acies fuit, in fronte in decem partes divisa; partes eas interpositis binis elephantis distinguebat; a fronte introrsus in duos et triginta ordines armatorum acies patebat. Hoc et roboris in regiis copiis erat, et perinde cum alla specie tum eminentibus tantum inter armatos elephantis magnum terrorem praebebat. Ingentes ipsi erant; addebant speciem frontalia et cristae et tergo impositae turres turribusque superstantes praeter rectorem quaterni armati. Ad latus dextrum phalangitarum mille et quingentos Gallograecorum pedites opposuit. His tria milia equitum loricatorum - cataphractos ipsi appellant - adiunxit.
[L'esercito del re (Antioco) era pi eterogeno per il numero delle genti diverse (rispetto all'esercito romano), per le differenze di armature e di mezzi ausiliari. I fanti erano sedicimila armati alla foggia macedone, che erano chiamati falangiti. Questo era il centro dell'ordinamento, diviso sul fronte in dieci sezioni, le quali erano distinte da due elefanti frapposti via via fra l'una e l'altra; dalla fronte lo schieramento si stendeva in profondit su trentadue file di armati. Questo era anzi il nerbo delle milizie regie, e produceva egualmente grande impressione sia per il loro aspetto in genere, sia per gli elefanti che spiccavano di tanto in tanto in mezzo ai soldati. Grossi erano gi di per s; ad aggiungere imponenza erano testiere e pennacchi e torri poste loro sul dorso e, in piedi sulle torri, quattro soldati per ciascuna oltre al guidatore. Al lato destro dei falangiti il re oppose al nemico millecinquecento uomini di fanteria gallogreci; a questi affianc tremila cavalieri corazzati (essi dicono catafratti)]1
TITO LIVIO, Ab urbe condita, Libro XXXVII, 40
1. TITO LIVIO, Storie, Libro XXXVII, traduzione di A. Ronconi e B. Scardigli.

1. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (Libro VI).

Scopa mi aveva detto che sconfiggere i catafratti era impossibile. Che per fermare l'avanzata di una cavalleria corazzata di tale portata non c'era altro modo che possederne una identica da opporle. Se il re Antioco, sostenuto da Annibale, avesse utilizzato abilmente le proprie armi, saremmo stati annientati. O forse no. Man mano che ci addentravamo in Asia pensavo solo a come affrontare quella potentissima arma del nemico. A Zama riuscimmo a fronteggiare gli elefanti in campo aperto, cosa che mai nessuno prima era riuscito a fare. Nel fondo della mia anima albergava la speranza che prima del combattimento finale sarei riuscito a elaborare una strategia che ci avrebbe permesso di ottenere la vittoria. Solo pochi giorni prima del grande evento, in preda alle febbri che avevano nuovamente preso possesso del mio corpo, mi si deline una soluzione. Non era una decisione definitiva, n nulla di nuovo. Ero stato talmente soggiogato dalla mia vanit da cercare disperatamente una maniera innovativa e originale per sconfiggere i catafratti, mentre avrei dovuto guardare al passato, poich la soluzione era l e, proprio come era accaduto in passato, il successo dell'impresa poteva ripetersi. Mi venne in mente una lezione del nostro antico pedagogo, Tindaro, che mio padre aveva assunto per istruirci durante l'infanzia.  curioso come la necessit possa farci rammentare tanto nitidamente qualcosa vissuto tanti anni prima. Chiss, forse fu proprio la febbre ad aiutare la mia mente a schiarirsi, a mettere insieme i tanti pezzi che dovevano completarsi per comporre il grande mosaico di manovre che avremmo dovuto seguire per sconfiggere un esercito magnificamente armato che ci raddoppiava in numero. La chiave era rappresentata dai catafratti, ma ci che davvero mi preoccupava era di non avere abbastanza forze per condurre la battaglia. Dovevo cedere il comando a Lucio e avevo due timori: che non fosse all'altezza del compito e che i legionari si sentissero traditi nel vedermi ripartire in direzione del mare. Tuttavia, le febbri mi avevano lasciato invalido e non c'era altra possibilit. Per, avevo incastrato le tessere del mosaico anche in modo tale da eliminare Gracco, l'uomo di Catone nella campagna, approfittando delle manovre che le legioni avrebbero seguito. Quella fu una mossa meschina della quale non vado affatto orgoglioso. Non ripeterei mai una simile azione. Anche chi ha saputo ottenere grandi cose rimane consapevole del fatto che avrebbe potuto fare di meglio, che molti errori potevano evitarsi. Solo un illuso, un superbo, ripeterebbe le proprie azioni passate nello stesso identico modo. Ci sono filosofi che avrebbero molto da insegnare su questo tema. Ma in quel momento non mi importava di tutto ci. Odiavo Gracco. Il suo rapporto con mia figlia minore, di qualunque tipo fosse, le aveva annebbiato la mente, e l'eliminazione dell'erede della famiglia Sempronia avrebbe lasciato la mia piccola libera, in modo che io potessi maritarla con qualche generale meritevole o un amico di famiglia, come Faminino. Se la battaglia contro Antioco avrebbe potuto farmi ottenere anche questa vittoria, perch non farlo? S. Lo stesso giorno in cui passai il comando militare effettivo a Lucio presi la decisione di eliminare Gracco. Catone, da parte sua, aveva tentato di assassinare Lelio in passato. Io sarei stato pi accorto, ma anche pi efficace. Non avrei dato l'incarico a dei sicari. Non ne avevo bisogno. Avevo a disposizione migliaia di catafratti per il lavoro sporco. Come ho detto, non mi sento orgoglioso di quella decisione, ma ho promesso a me stesso di essere completamente sincero in queste memorie. Un uomo deve essere pronto a dire la verit in punto di morte. E io avverto gi l'alito di Caronte sul collo.

2. LA RITIRATA DELL'AFRICANUS.
Accampamento generale romano in prossimit di Elea,
Asia Minore
Inizio di dicembre del 190 a.C.

Attilio era seriamente preoccupato per la salute di Publio Cornelio Scipione. Non sapeva che fare. Conosceva l'effetto delle febbri sul generale, che aveva assistito in precedenti occasioni, ma si era sempre ripreso dopo pochi giorni; questa volta, invece, dopo una settimana la febbre non era ancora calata e il generale era debolissimo. Inoltre lui doveva occuparsi anche dei feriti delle grandi battaglie navali ancora in convalescenza e dei nuovi arrivi, uomini provenienti dalle pattuglie di ricognizione che si addentravano nel Sud della regione e che erano state attaccate. In una campagna militare, tutto si faceva incredibilmente complicato.
Per fortuna Aret si era rivelata un grande supporto, sia fisico, aiutando a pulire le ferite e bendando braccia e gambe dei legionari, sia psicologico, dandogli un gran sollievo nel mostrarsi disponibile ad aiutarlo come poteva. A ogni modo, Attilio era di natura generosa e soprattutto grato agli Scipioni per la fiducia che gli avevano dimostrato, cos non esit a fornire all'Africanus la miglior cura di cui disponeva in quel momento. Sapeva quale sarebbe stata la conseguenza. Sapeva che non appena il generale l'avesse vista, Aret non sarebbe pi stata sua. Ma non esit. Inoltre i legionari la guardavano con occhi sempre pi desiderosi e lui non avrebbe potuto proteggerla per sempre. La sua natura vinse cos il suo egoismo. E forse anche gli di di quella giovane la stavano proteggendo in un modo speciale.
Desidero che ti occupi del generale malato, dell'Africanus le disse Attilio. Ha bisogno di cure costanti e io non posso essere continuamente al suo fianco con tutti i legionari che devo soccorrere. E sono convinto che anche al generale non dispiacer. Dovrai tenere a bada la febbre con panni umidi freddi, dargli da bere molta acqua e infusioni e controllarlo costantemente. Chiamami subito se dovesse peggiorare.
Aret lo guard dubbiosa ma non disse nulla. Attilio l'aveva sempre trattata bene e aveva rispettato i patti: da quando erano arrivati all'accampamento, nonostante fosse circondata da uomini, nessuno l'aveva toccata. Se Attilio voleva che lei si prendesse cura del generale, lo avrebbe fatto. Lo avrebbe aiutato come poteva.
Non appena Publio Cornelio Scipione vide la bella Aret comprese immediatamente quello che sarebbe successo. Dopo un paio di giorni la febbre cominci ad abbassarsi, recuper un po' di forze e a quel punto il corpo della giovane fu una tentazione troppo forte per riuscire a trattenersi. La mancanza di rapporti sessuali negli ultimi mesi, la lontananza da Emilia, la debolezza causata dalla malattia fecero il resto: Aret fin per giacere con il generale ogni notte. Attilio lo scopr durante una delle sue visite notturne. Il generale si stava riprendendo. Questa era la cosa pi importante.
Tuttavia il recupero fu solo momentaneo. Dopo pochi giorni, la febbre torn e annichil il generale. N le carezze di Aret n il ritorno di suo figlio sembrarono aiutarlo a reagire a quel brutale nuovo attacco. Publio non chiuse occhio per l'intera notte. Rimase raggomitolato sul lato del letto, scosso da brividi di freddo. Non aveva le forze per accostarsi ad Aret, la quale, sempre bellissima e sensuale, si muoveva all'interno della tenda portandogli acqua, panni freschi che gli appoggiava sulla fronte, si sedeva accanto a lui e lo accarezzava. Publio le chiese di parlare. Adorava ascoltare la sua dolce voce mentre quell'agonia lo attanagliava incatenandolo al letto mentre le legioni si preparavano a combattere la battaglia mortale che si sarebbe tenuta entro pochi giorni, forse gi all'alba successiva.
Mancava poco al sorgere del sole. Aret gli stava raccontando delle tante imbarcazioni che guardava arrivare e partire dal porto di Abydos negli anni in cui lavorava per la vecchia signora della casa delle etere.
Chiama mio fratello, il console disse Publio con un filo di voce.
Aret interruppe immediatamente il racconto, si alz e si affacci fuori dalla tenda. Non dovette fare altro. All'esterno, la guardia personale costituita da una dozzina di legionari proteggeva il pi ammirato fra i generali. Aret trasmise rapidamente l'ordine a un messaggero e in brevissimo tempo Lucio Cornelio Scipione irruppe nella tenda del fratello.
Seguir il consiglio di Attilio cominci Publio e il tuo. Far quello che dice il medico e mi ritirer a Elea. Attilio ritiene che l'aria di mare mi giover, cos come allontanarmi da questo vento.
Perfetto rispose Lucio annuendo energicamente.  la cosa migliore, fratello. Qui ti stai consumando.
Consumando, s. Mi  costato comprenderlo, ma  questo ci che Antioco sta aspettando. Che mi consumi. Sa che sono malato. I suoi ambasciatori lo avranno informato e sa che se non attacchiamo  perch continuo a essere troppo debole. Annibale gli avr comunicato che la mia strategia  attaccare immediatamente, come feci in Hispania, a Carthago Nova, a Baecula e in altri luoghi. Mi sono fermato solo quando le cose si stavano mettendo male, come quando fummo circondati dai Numidi e dai Cartaginesi nel Nord dell'Africa. Annibale sa tutto, Lucio, e lo avr riferito ad Antioco. Ogni giorno che passo in questa tenda Antioco si sente pi forte. Non possiamo permettere che questa situazione continui. Mi capisci?
S, per ora non parlare tanto. Sei troppo debole. Organizzer tutto perch ti conducano a Elea scortato da vari manipoli.
S, ma non esagerare con la scorta, Lucio. Hai bisogno di pi uomini possibili. Il nemico... di quanti uomini dispone? Cinquantamila? Sessantamila? Me lo hai gi ripetuto tante volte, ma la febbre mi annebbia i ricordi...
Abbiamo calcolato almeno sessantamila, ma alla fine saranno senz'altro di pi. Stanno giungendo altre truppe da Apamea.
Sono il doppio di noi, Lucio, come minimo. Non puoi privare di altri uomini le truppe.
La fanteria di Antioco  composta in gran parte da leve recenti... cominci Lucio tentando di infondergli coraggio.
 vero, ma i catafratti, i dahi, le falangi seleucide, gli argiraspidi, sono tutte unit scelte. Ci aspetta un nemico potente, Lucio, e peggio ancora che ci supera nella cavalleria. Non siamo messi bene, per Giove e tutti gli di, non siamo messi bene. E alz il tono della voce. E io sono qui, piegato come un animale ferito... Per Ercole! Cos dicendo tent di mettersi in piedi senza riuscirci, perch immediatamente ebbe un capogiro e dovette sedersi di nuovo aiutato da Aret.
Publio riprese la conversazione, affranto, mentre la ragazza si separava da lui.
Lasciaci soli, Aret aggiunse il generale malato, e lei usc rapidamente dalla tenda. Publio continu parlando a voce bassa. Non riesco nemmeno ad alzarmi. Che bell'aiuto ti sei portato da Roma. Un fratello malato, un nipote sequestrato dal nemico... sarebbe stato meglio che ti avesse accompagnato Lelio. Lelio ci farebbe proprio comodo in questo momento.
Lucio annu senza dire nulla. Pens che suo fratello intendesse che sarebbe stato meglio che al suo posto, al comando, ci fosse stato Lelio. Ma forse non era esattamente cos. In ogni caso, Lelio si trovava a Roma, troppo lontano da loro.
Forse non ti servir, ma ho elaborato un piano disse il debilitato Publio con una luce negli occhi che suo fratello aveva visto in altre occasioni.
I tuoi piani sono sempre utili, fratello.
Publio sollev lo sguardo e fiss Lucio negli occhi.
Ti sembrer una follia, ma potrebbe funzionare. Avrai il coraggio di seguire il mio piano, fratello?
Lucio prese una sella e si sedette di fianco al giaciglio.
S, lo far, per Giove, lo far.
D'accordo. Ascoltami bene, allora. Sono giorni che penso alla cavalleria corazzata di Antioco e alla conversazione avuta con Scopa in Grecia. Scopa  l'unico stratego greco sopravvissuto a una carica di quella cavalleria blindata. Ricordi le sue parole, Lucio? Disse che era impossibile distruggere una cavalleria di quel tipo. Disse che erano invincibili.
Per non  cos, non  vero? lo interruppe Lucio con la speranza che suo fratello avesse realmente trovato la soluzione a un problema apparentemente irrisolvibile.
No, Lucio. Scopa aveva ragione: sono invincibili. Invincibili.
Lucio inspir tentando di nascondere la delusione.
Per non  tutto perduto. Alessandro, Alessandro Magno... ci che fece a Gaugamela  la risposta. Il vecchio Tindaro, ti ricordi del vecchio Tindaro?
Lucio aggrott la fronte rammentando il vecchio maestro, il pedagogo greco che il loro padre aveva assunto quando erano bambini e che li aveva educati alla filosofia, alla letteratura, alla storia e, di quando in quando, alla strategia militare.
Sei sempre stato pi attento di me alle lezioni del vecchio Tindaro rispose con rassegnazione. Non comprendeva ancora il senso di quella conversazione.
Publio se lo aspettava. Si limit a ricordargli le parole di quel lontano passato, quando ascoltava l'anziano pedagogo vicino all'impluvium, nell'atrio della loro domus. Scipione torn a udire lo scorrere dell'acqua nella piscina, le voci di suo padre e di suo zio che parlavano nel tablinum, rivide sua madre che attraversava l'atrio accompagnata dalle schiave diretta alla cucina, la luce di quel tardo pomeriggio, sent nuovamente il fresco profumo delle foglie appena spuntate sugli alberi.
Tindaro ci spieg l'avanzata di Alessandro in Asia. E noi ora ci troviamo in Asia, fratello.  una fortuna che ricordi le sue parole. Il maggior nemico che la falange macedone di Alessandro dovette affrontare era costituito dalle cavallerie corazzate scita e battriana di Dario. Abbiamo imparato a combattere contro le falangi e a piegarle grazie alle abili manovre delle legioni manipolari, Lucio, e possediamo strategie gi confermate per fronteggiare le cariche degli elefanti. Tuttavia non sappiamo ancora come resistere all'attacco della cavalleria dei catafratti. Dobbiamo fare come fece Alessandro, che seppe trovare una soluzione al problema, o meglio, seppe evitarlo. Dobbiamo replicare Gaugamela. Non nello stesso identico modo, ma in maniera simile. E ripet ancora e ancora: Dobbiamo replicare Gaugamela.
Suo fratello cominci a innervosirsi.
Per come, Publio, come? Per tutti gli di, dimmi come e lo far, ti giuro che lo far!
Dario preferiva restare vicino alla sua potente cavalleria di catafratti e sappiamo che ad Antioco piace fare lo stesso, come a tutti i sovrani di questa immensa regione. Antioco combatter insieme ai catafratti, li situer in un'ala. Nell'altra posizioner i suoi cavalieri mercenari e forse i carri sciti e ogni tipo di truppa per compensare l'assenza dei catafratti. Questo  ci che far. E noi dovremo fare ci che fece Alessandro a Gaugamela con la cavalleria scita e quella battriana.
Lucio, seduto sulla sella accanto al letto, si sporse in avanti per ascoltare meglio il fratello che parlava a voce bassa. Cominciava a ricordare le parole di Tindaro e, finalmente, a comprendere il senso del piano di Publio.
Lo capisci, ora?
S, per ci che fece Alessandro pu portarci alla morte.  una missione suicida.
Si deve sempre essere pronti al sacrificio. In tutte le battaglie. A Zama persi i miei migliori ufficiali, Lucio. E qui... qui... abbiamo Tiberio Sempronio Gracco. E Domizio Enobarbo, il capo della nostra cavalleria. A Domizio puoi spiegare il piano. A Gracco... no, non  necessario. Solo tu e Domizio dovrete conoscere il piano esatto. Situeremo Eumene di Pergamo nell'altra ala, con il grosso della cavalleria.
Perch non Domizio nell'altra ala?
No, Lucio, no. Perch funzioni abbiamo bisogno di qualcuno che conosca il piano. Eumene, d'altro canto,  capace di combattere bene per la sua stessa sopravvivenza. Se Antioco ci sconfigger, Roma avr perduto due legioni e non so quanti generali, ma Roma continuer a esistere, intatta e forte e con la capacit di tornare ad attaccare. Se dovessimo tornare all'attacco, il Senato ci invierebbe altre legioni, ma di Pergamo non rimarrebbe nulla. Senza il nostro appoggio, Pergamo finirebbe annientata da Antioco. Eumene ne  consapevole e combatter con la furia di chi non ha altra scelta. Eumene tenter in tutti i modi di distruggere l'esercito nemico che si trover di fronte, ma non possiamo rischiare di perdere la potenza di questa furia mettendolo davanti al muro dei catafratti. Anche gli Egizi lottavano per difendere la propria terra e furono completamente annientati a Panion. No, l'ostacolo pi difficile dovr essere affrontato in un altro modo. Dobbiamo lasciare che Eumene trovi il modo di sconfiggere l'altra ala.
D'accordo disse Lucio assentendo varie volte. E nel centro? Ci saranno gli elefanti asiatici, e sono molti di pi dei nostri. E meglio addestrati.
S rispose Publio con aria stremata. Quella conversazione gli stava esaurendo le ultime energie rimaste. Del centro si occuper Annibale.  ancora da vedere se Antioco seguir o meno i suoi consigli. A seconda di cosa decider, ci muoveremo in un modo o in un altro.
E come lo sapr?
Lo saprai disse Publio tornando a stendersi sul letto. Era di nuovo percorso dai brividi. Passami le coperte, le coperte...
E Lucio lo avvolse fino al collo.
Lo saprai... Lucio... lo saprai. Devi solo fare attenzione a una cosa... a un dettaglio... Ma la voce si faceva sempre pi debole.
Lucio si chin per avvicinare l'orecchio alla bocca del fratello. Lo ascolt con attenzione, gli occhi ben aperti e i pugni serrati.
Quando Publio termin e chiuse gli occhi, Lucio annu lentamente ma con convinzione. Poi si alz e stava per richiamare la schiava quando la debole voce del fratello lo richiam.
Ancora una cosa...
Lucio torn a sedersi a lato del malato.
Dimmi, Publio.
Il ragazzo... deve combattere... non possiamo... dopo tutto ci che  capitato, non possiamo tenerlo nella retroguardia... i legionari... la cavalleria... tutti devono vedere mio figlio combattere. Posizionalo al centro.
Di fronte agli elefanti? domand Lucio sorpreso.
Al centro, di fronte agli elefanti, s... In questa battaglia  importante che non si trovi nelle ali... Silano... mi fido di lui... affidagli il centro... lui ha combattuto a Zama. Non ti deluder. Il ragazzo sar pi al sicuro con lui...
Publio mormor qualche altra parola, ma Lucio, pur chino sul suo viso, non riusc a intenderlo. Pens che non fosse importante. L'essenziale era stato detto: il piano d'attacco, come affrontare i catafratti, la questione se Annibale avrebbe o meno condotto le truppe, dove situare il giovane Publio. La febbre lo stava facendo sudare di nuovo e Publio sembrava essersi addormentato. Lucio usc dalla tenda e chiam Aret. La schiava venne e rimpiazz il console. Lucio osserv con quale delicatezza trattava il fratello e cap che c'era altro oltre all'accudimento di un malato, ma non era affar suo. Lui era il console di Roma e lo attendeva una colossale battaglia da condurre, nella quale si sarebbe giocato il prestigio, la gloria e la vita di migliaia di Romani.
All'interno della tenda il generale malato girava nervosamente la testa da una parte all'altra. Aret gli asciug il sudore dalla fronte con un panno asciutto e poi gliene appoggi un altro bagnato. Quello parve calmarlo un poco e Publio cess di agitarsi. Cominci a muovere le labbra. Sembrava voler dire qualcosa. Aret avvicin il viso alla bocca del suo padrone.
Se il ragazzo gli ubbidir... deve ubbidirgli... a Silano... deve farlo... Ma non pot intendere altro.
Aret non capiva il senso di quelle parole, non parevano essere istruzioni militari. Pens di chiamare il fratello del generale, ma il console era estremamente occupato e ritenne fosse inopportuno disturbarlo per una frase senza senso pronunciata nel delirio provocato dalla febbre. Non ci pens pi e piuttosto cominci a pregare Eshmun per la guarigione di quel generale romano.
Cos quella frase rimase l, sospesa, come morta, tra quelle pareti di tela, assorbita dall'aria del cuore dell'Asia.
Antioco si mostrava restio a combattere. Si era arroccato vicino a Magnesia, tra i fiumi Ermo e Frigio, in mezzo a un'ampia pianura dove era sicuro di avere abbastanza spazio nel caso in cui i Romani lo avessero obbligato a entrare in combattimento, e dove inoltre disponeva di tutta l'acqua necessaria per le sue truppe.
Alle Termopili, in Grecia, aveva provato l'amaro sapore della sconfitta contro le legioni, e non aveva alcuna intenzione di sentirlo nuovamente. I suoi generali, a cominciare come al solito dall'impaziente primogenito Seleuco, avrebbero voluto affrontare i Romani immediatamente, ma il re sapeva che il tempo avrebbe giocato a suo favore. In Grecia, dall'altro lato del mare, era stato lui, con il suo esercito, a rimetterci, per aver dovuto dislocare le truppe oltre il territorio che controllava, mentre i Romani ricevevano aiuti dai molti popoli alleati che inviavano gli approvvigionamenti via mare e via terra. Ma ora la situazione era ben diversa. Ora erano i Romani a essersi addentrati in un territorio dominato dalla Siria, e ora era lui, Antioco, ad avere a disposizione gli alleati e i rifornimenti in zona. Cos, quando suo figlio Seleuco o suo nipote Antipatro lo interpellavano per sapere quando avrebbero attaccato le legioni, Antioco rispondeva sempre allo stesso modo: Attenderemo che gli di portino l'inverno nelle nostre terre. Allora, quando il vento del mare e il fango dei sentieri impediranno che gli approvvigionamenti raggiungano i Romani, allora li attaccheremo.
Seleuco e Antipatro e il resto dei generali rispettavano il suo desiderio ma erano furiosi; fosse stato per loro non avrebbero esitato oltre. Antioco ne era consapevole, ma era lui il re, l'imperatore dall'India fino al mare, e non appena avessero cacciato i Romani sarebbero tornati ad attaccare la Grecia e avrebbero ricostruito l'impero di un tempo. Inoltre Publio Cornelio Scipione era malato. Non conosceva la gravit della malattia, ma era sicuro che il freddo non avrebbe favorito la sua guarigione.
Nella solitudine della sua grande tenda circondata dal gigantesco esercito dell'impero seleucide, Antioco sorrise. L'inverno, per Apollo, l'inverno era la risposta.
Lucio rimase a osservare il carro che trasportava il fratello malato allontanarsi verso sud. Ben presto i cavalieri della scorta che aveva assegnato alla protezione del viaggio di Publio fino a Elea gli coprirono del tutto la visuale. Si volt, torn all'interno della tenda e si rivolse a Domizio, Gracco e Silano.
 giunto il momento di muoverci verso Magnesia disse con decisione. Non possiamo permettere che l'inverno pi implacabile ci sorprenda prima della grande battaglia. Finora il freddo pungente ci ha risparmiato, ma  vicino, molto vicino. Invier dei messaggeri a Eumene affinch il suo esercito si unisca al nostro, proprio l, presso Magnesia.
Tutti assentirono. Tuttavia Silano sembrava dubbioso.
D'accordo, console. Ma come faremo a costringere Antioco a entrare in combattimento? Inoltre Magnesia non  un luogo... L'anziano tribuno s'interruppe, per Lucio gli indic con un gesto della mano di continuare. Magnesia  un'ampia pianura e questo favorir le truppe nemiche, che potranno sgominarci facilmente sulle ali, essendo pi numerose. Alle Termopili riuscimmo a sconfiggerlo anche grazie al luogo ristretto, e io credo... credo che il re siriano lo sappia. Per questo si  accampato nella pianura di Magnesia.
Questo  vero, Silano.  vero. Il console guard gli uomini uno a uno, desiderava la loro complicit, la loro volontaria partecipazione alla decisione che aveva preso. Questo  vero, ma il re sa anche che ora siamo noi a essere lontani dalle nostre fonti di rifornimento. Roma, gli alleati greci, si trovano tutti dall'altra parte dell'Ellesponto, troppo lontani. Lo so, so che mi direte che potremo contare sugli aiuti da Pergamo e questo  vero. Senza il supporto e gli approvvigionamenti fornitici da Filippo, seppur malvolentieri... e guard Gracco, che ringrazi con un cenno per l'impegno che aveva dimostrato nella negoziazione con il re di Macedonia ...e senza l'aiuto del re Eumene non saremmo arrivati fin qui. Ma per quanto tempo ancora Pergamo potr aiutare delle legioni che non stanno ottenendo nulla di concreto? Volete restare fermi per scoprire fin dove arriva la pazienza di Eumene?
Il re dovr attendere intervenne Domizio. Non ha nessun altro che possa aiutarlo e sa che se ci ritireremo Antioco annienter il suo esercito e conquister Pergamo e tutti i suoi territori.
S, certamente, concesse Lucio per Eumene vuole combattere ora. Questo desiderio infonde coraggio alle sue truppe e noi dobbiamo approfittarne. Se attenderemo che faccia pi freddo, il suo aiuto diventer un peso piuttosto che un vantaggio. No, l'attesa gioca sempre a favore del nemico e non possiamo permetterlo. Come faremo a costringere Antioco a combattere, mi chiedete? E Lucio guard Silano. Ci accamperemo talmente vicini alle sue fortificazioni che sentir il nostro fiato sul collo. So gi dove. Ho parlato con mio fratello. Gli ho descritto dettagliatamente le fortificazioni dell'esercito seleucide, la posizione dei fiumi, l'ampiezza della pianura, e Publio mi ha spiegato come risolvere il problema, o per lo meno come mitigarlo. Ho un piano d'attacco, il suo piano d'attacco. Publio Cornelio Scipione  un generale invincibile. Nemmeno Annibale  riuscito a sconfiggerlo, neanche in Africa. Sono convinto che se seguiremo la sua strategia le legioni di Roma, ancora una volta, ne usciranno vittoriose. Per ho bisogno del vostro appoggio per metterla in pratica. Senza di voi nulla sar possibile.
Il console torn a posare lo sguardo su ogni tribuno, da Domizio Enobarbo a Silano, a Tiberio Sempronio Gracco. I tre annuirono.
E sia, per Castore e Polluce concluse Lucio. Partiamo per Magnesia.
Gracco fu il primo a uscire dalla tenda del praetorium, seguito da Silano, ma Domizio, non appena fece un passo fuori, venne richiamato dal console.
C' qualcosa che devi sapere sulla battaglia disse Lucio con un accenno particolare nella voce.
Domizio Enobarbo era un combattente esperto. Lo intuiva quando un superiore doveva riferire una cattiva notizia.
Il piano d'attacco ideato da mio fratello... il console s'interruppe.
S, mio generale? Qual  il problema?
Lucio decise di andare al punto.
Tu e Gracco comanderete la cavalleria dell'ala in cui si concentreranno i catafratti di Antioco; l'altra ala la lasceremo a Eumene, mentre io m'incaricher del centro.
D'accordo rispose Domizio comprendendo cosa preoccupava il console nel dovergli riferire quella decisione. I temuti catafratti sarebbero stati di fronte a lui, ma era certo che Publio Cornelio Scipione avesse ideato qualcosa per far fronte alla carica di quella terribile cavalleria nemica la cui fama era giunta fino alle frontiere del mondo conosciuto. Rimase quindi in piedi, in silenzio, di fronte al console, aspettandosi qualche suggerimento, uno stratagemma con cui affrontare quel compito, ma il console taceva. Di certo il fratello del console... di certo il grande Africano avr escogitato un modo per sconfiggere quei maledetti catafratti, cos come avr ideato la maniera di affrontare gli elefanti, non  vero? domand non volendo rassegnarsi.
Lucio Cornelio Scipione deglut prima di rispondere con le stesse identiche parole che aveva udito pronunciare dalla bocca del fratello malato la notte in cui gli aveva rivelato il piano d'attacco.
Domizio Enobarbo, sar sincero con te: contro i catafratti non c' nulla da fare. Sono troppo ben corazzati, addestrati e talmente forti che nessuna cavalleria al mondo potrebbe sconfiggerli.
Domizio abbass lo sguardo. Appoggi le mani sui fianchi. Poi si port la mano destra alla nuca e cominci a massaggiarla. Infine la riport al fianco e chiese: Allora... non c' nulla da fare?.
No... voglio dire... non in quell'ala.
Domizio assent molto lentamente ripetendo a voce bassa le parole appena udite.
Non in quell'ala.
Lucio sapeva cosa stava chiedendo a quell'uomo, e Domizio stava accettando l'ordine. Si trattava di un veterano disciplinato. Il console deteneva l'autorit suprema, si trovava in territorio nemico e doveva affrontare una forza che lo superava notevolmente in numero, a pochi giorni dalla battaglia decisiva. Il piano era stato ideato dal miglior generale di Roma, il quale, pur non essendo fisicamente presente, meglio di chiunque altro conosceva Annibale, il temibile consigliere del nemico. Si doveva accettare la decisione di chi ne sapeva pi degli altri e l'ordine di chi era al comando. Non c'era altro da fare.
In definitiva mi si sta ordinando una devotio disse Enobarbo mantenendo le braccia sui fianchi, fermo sulla soglia della tenda del praetorium.
Non dovrete resistere fino alla fine. Solo il pi a lungo possibile. Il centro e l'altra ala avranno bisogno di tempo. Quanto pi tempo ci farete guadagnare meglio sar per tutti.
Ho capito rispose Domizio abbassando le braccia. Far come il console ordina. Mi fido dell'esperienza di Publio Cornelio Scipione. Tuttavia... perch non situare il re di Pergamo di fronte al re Antioco e ai suoi catafratti?
Lucio temeva quella domanda.
Perch un tale sacrificio lo si pu chiedere solo a un uomo di fiducia. Sia io che mio fratello abbiamo fiducia in te, siamo convinti che tu possa riuscire a farci guadagnare pi tempo possibile. La tua campagna di un paio di anni fa contro i Boi ha dimostrato il tuo coraggio in combattimento. Inoltre devo avvisarti che sto pensando di concentrare la maggior parte della cavalleria romana come rinforzo a Eumene e alla sua. Lui non sarebbe in grado di lottare contro i migliori cavalieri al mondo.
Domizio sollev una mano e abbass lo sguardo.
Non voglio sapere altro. Quanto pi sapr meno mi piacer. Si tratta di un ordine e lo eseguir. Stava per andarsene, quando un dubbio si affacci nella sua mente e ritenne fosse meglio affrontarlo prima di partire.
Gracco sa qualcosa di tutto ci?
Il console neg con la testa.
Capisco. Posso o devo informarlo, dal momento che condivider con me il comando di quell'ala?
Da parte del fratello Lucio aveva ricevuto la precisa richiesta che Gracco non sapesse nulla di quella decisione, e sul momento gli era parsa la cosa migliore, ma ora capiva che quella pretesa era eccessiva.
Valuta tu, Domizio rispose quindi. Anche se Gracco  un tuo subordinato. Avrai tu il comando effettivo in quel settore della battaglia.
Per Ercole, io penso che quando si sta cavalcando verso la morte lo si debba almeno sapere! esclam lui alquanto esasperato.
Fa' come credi, allora conferm il console.
D'accordo. Domizio Enobarbo, tribuno delle legioni in Asia, si ritira, console di Roma. Che gli di concedano la vittoria a Roma. Anche se non dovessi sopravvivere, mi auguro che sia una grande vittoria.
Lo sar rispose Lucio tentando di essere convincente.
Domizio Enobarbo si volt e usc dal praetorium, convinto che quella sarebbe stata la sua ultima convocazione di fronte a uno stato maggiore. Anche Lucio usc e lo osserv allontanarsi a testa alta, con dignit e imperturbabilit. Publio era stato molto chiaro, pur riuscendo a malapena a sussurrare le sue parole: Enobarbo  un grande ufficiale. Agir con disciplina e vi far guadagnare tempo. Star a te, fratello, non sprecare il sacrificio di un uomo tanto valoroso.
D'improvviso Lucio si sent incredibilmente piccolo, incapace, troppo debole per poter portare a termine con la precisione necessaria un piano d'attacco di quella portata. Lui non era Publio. C'era la possibilit che fallisse. Aveva voglia di piangere, per pura rabbia, per pura impotenza. Chi era lui per comandare a impavidi uomini di andare incontro a morte certa? Si rese conto che i lictores, pur senza guardarlo direttamente, lo osservavano. Rientr quindi nel praetorium. Si sedette sulla sella curulis del console di Roma, strinse i pugni e giur a se stesso che avrebbe portato a termine il piano, per l'orgoglio della sua famiglia, per suo fratello, per Roma.

3. IL PIANO DI ANNIBALE.
Accampamento generale di Antioco,
Magnesia, Asia Minore
Dicembre del 190 a.C.

Antioco cominciava a rendersi conto che di fronte alla persistenza romana a non abbandonare l'Asia lo scontro era ormai inevitabile. Per mesi aveva sperato che, vedendolo radunare una tale forza militare come quella riunita a Magnesia, i Romani si sarebbero ritirati senza nemmeno pianificare una battaglia, ma si sbagliava. Nemmeno la liberazione del figlio di Scipione era bastata a persuadere i generali nemici. Antioco aveva molti difetti, come l'avidit, la lussuria, l'ambizione e la superbia, per non era un codardo. Era il re di Siria, imperatore di tutti i territori seleucidi dall'India fino all'Asia Minore, era stato capace di riconquistare pi regni di qualunque altro sovrano della dinastia negli ultimi decenni e ora si trovava costretto, dopo il tentativo fallito della riconquista della Grecia, ad affrontare un'umiliante guerra difensiva sulle sue stesse terre. Di certo non era disposto a tollerare che altra vergogna si aggiungesse a quella infelice circostanza. Se i Romani volevano incontrarlo sul campo di battaglia, sarebbe stato l ad attenderli, con tutti i suoi guerrieri argiraspidi, le truppe alleate di decine di popoli giunte da tutti i confini dell'impero, i suoi elefanti, le quadrighe armate e, naturalmente, i corpi scelti: la cavalleria agema e i temuti catafratti.
Il re aveva convocato i suoi generali e consiglieri reali in una grande tenda al centro dell'immenso accampamento militare del suo esercito imperiale. L erano riuniti i suoi migliori generali, il figlio Seleuco, il nipote Antipatro, i valorosi Minione e Filippo, i consiglieri reali tra i quali il vecchio Eraclide, il braccio destro del re nel governo imperiale. Erano presenti, inoltre, i rappresentanti dei vari popoli che avevano portato guerrieri all'enorme contingente di truppe che agli occhi di tutti appariva invincibile. Infine, appartato in un angolo, in piedi, con lo sguardo basso di chi si sente fuori posto, c'era Annibale, che si limitava ad ascoltare i tanti interventi di coloro che facevano a gara per elogiare il loro signore e re che aveva saputo riunire quell'incredibile esercito.
Una sola occhiata ai volti di tutti i presenti bast a far capire ad Annibale che l'unico che evitava certi convenevoli, a parte lui e Maarbale, era Eraclide. I restanti si trovavano l mossi dall'ambizione, tutti in attesa di quella che ritenevano sarebbe stata una vittoria facile su un nemico numericamente inferiore. Per, nonostante tutto, il re non aveva ancora chiarito il piano d'attacco. Nessuno sapeva bene come comportarsi con tante cavallerie di diverse tipologie, cavalieri su dromedari, arcieri, falangi, unit di fanteria e di cavalleria scelte e, infine, pi di una cinquantina di elefanti asiatici ben corazzati.
Non appena il re Antioco ritenne soddisfatta la sua infinita sete di vanit, volse lo sguardo sul taciturno Annibale.
Ebbene? gli domand. Sono ormai anni, Annibale, che vivi al mio fianco e finora i tuoi servigi sono risultati alquanto scarsi, per non dire nefasti. Il tuo unico intervento diretto  finito in una clamorosa sconfitta lo provoc riferendosi alla sconfitta navale avvenuta in estate, col solo intento di umiliare e mettere in riga quell'impertinente di un Cartaginese. Le numerose adulazioni appena ricevute avevano fortificato l'indelebile autostima del re siriano. Adesso dobbiamo affrontare il generale romano che ti ha sconfitto in passato. Non so se hai appreso qualcosa da quel fallimento o se il fatto ti rende del tutto inadatto a consigliarmi sulla battaglia che si avvicina.
Annibale inghiott l'umiliazione con la temperanza propria dell'esiliato che non si aspetta pi alcun elogio, men che meno da chi gli ha offerto asilo solo per interesse o forse anche per una sorta di strana morbosit.
Dal mio punto di vista, mio re, qui tutti hanno saputo elogiare la potenza di questo esercito ma nessuno ha ancora riferito come intende collocare le truppe per affrontare le legioni romane, e io credo che questo sia, mio re, l'unico tema che dovremmo dibattere oggi. Sono convinto che i Romani avranno riunito il proprio stato maggiore non per vantarsi delle loro legioni ma per discutere il miglior piano d'attacco.
Il re annu lentamente.
Non hai torto, te lo concedo. Sentiamo, allora, cosa suggerisce Annibale?
Fu il turno del Cartaginese di annuire un paio di volte, mentre rifletteva. Avanz poi di qualche passo per situarsi al centro del circolo formato dai generali. Il suolo della grande tenda era ricoperto di pelli che intralciavano ci che Annibale intendeva fare, cos ne arrotol alcune e le depose di lato, assicurandosi di avere abbastanza spazio libero. Sfoder dunque la spada e disegnando con la punta sulla polvere dell'Asia cominci a illustrare al re e al resto dei generali il modo migliore per disporre le truppe.
Al centro la fanteria, la grande falange con le sue sarisse che dovranno contenere la fanteria romana. Sulle ali, ben distribuite, le truppe ausiliarie; ma sul davanti di ogni ala la cavalleria con i catafratti ripartiti su entrambe le estremit, per averle ben equilibrate. Lascerei le quadrighe di riserva, poich pi volte si sono dimostrate un'arma a doppio taglio e i Romani sanno come disorientare i loro cavalli; se ci dovesse accadere potrebbero finire per scontrarsi l'una con l'altra generando il caos a svantaggio pi nostro che del nemico. E, naturalmente, tutti gli elefanti qui. E tracci una lunga linea al centro della formazione, proprio di fronte alla grande falange dell'esercito seleucide. Loro dovranno aprire il combattimento, come facemmo a Zama. Gli elefanti indeboliranno le legioni e permetteranno ai guerrieri con le sarisse, gli argiraspidi, di contenerle, mentre la nostra superiorit sulle ali, grazie alla cavalleria corazzata, distrugger i cavalieri romani. Una volta eliminata la cavalleria nemica, la nostra riapparir sulla retroguardia romana per circondare le legioni e finirle definitivamente. Se cominceremo all'alba, a mezzogiorno la vittoria sar nostra. Il pomeriggio lo passeremo a finire i feriti e a vendere gli schiavi prigionieri.
Annibale rinfoder la spada. Il silenzio che il suo discorso aveva provocato fece risuonare il tintinnio della lama della sua arma contro la parte superiore della guaina. Nessuno os contraddirlo. Il re si guard intorno. Tutti tacevano e osservavano con attenzione il piano disegnato sulla polvere del suolo al centro della tenda.
Il generale cartaginese torn al suo posto, di fianco a Maarbale, che gli pos una mano sulla spalla in segno di sostegno e ammirazione. Annibale assent. Per alcuni brevi istanti che odorarono di gloria, immagin che sarebbe stato finalmente possibile sconfiggere le legioni, sconfiggere Scipione, vincere Roma. In quel momento pens che il corso della storia poteva ancora invertirsi.
Ma non appena vide farsi avanti il vecchio Eraclide che, girando intorno al disegno a terra, lo osservava sdegnato, comprese che tutto sarebbe dipeso dallo scarso buonsenso del re, poich era chiaro che quello stupido e rinsecchito consigliere, che sicuramente ne sapeva molto in fatto di adulazioni e di politica ma ben poco di strategia militare, gli avrebbe senz'altro messo i bastoni fra le ruote.
Il generale cartaginese ha fatto una proposta interessante, tuttavia... tuttavia... Eraclide tacque continuando a guardare il disegno al suolo.
Se hai una diversa proposta da avanzare, Eraclide, ti prego di dircela disse il re con decisione. Ad Antioco, infatti, come al resto dei generali seleucidi, costava non poco seguire il piano di battaglia di un consigliere straniero, il quale, fra l'altro, pur avendo ottenuto svariati successi in passato, era stato sconfitto dallo stesso Publio Cornelio Scipione che comandava insieme al fratello le truppe romane dislocate in Asia. Il re sapeva che Publio era malato, ma perfino un malato poteva tracciare un disegno sulla sabbia.
Non mi pare sensato esporre tutti i nostri elefanti nella carica iniziale senza l'appoggio della fanteria rispose il consigliere. In fin dei conti questo  ci che il nostro insigne generale ospite... e la parola insigne suon come un volgare insulto in bocca a Eraclide ...fece a Zama, e sappiamo tutti che Zama si concluse con una sconfitta dei Cartaginesi. Non capisco perch, dopo quel disastro, il generale Annibale insista nel seguire la medesima tattica. No, decisamente no. Gli elefanti dovrebbero essere alternati alle forze di fanteria del centro, a intervalli regolari, qui, qui e qui, e poi su tutta la linea centrale dell'esercito. E tracci varie croci sulla linea frontale dell'attacco seleucide, l dove Annibale aveva indicato la linea continua delle falangi con le sarisse. Poi continu a spiegarsi. Inoltre, il nostro re dovr entrare in combattimento adeguatamente protetto dalle sue unit speciali e soprattutto dai nostri migliori catafratti, cos che i Romani non possano in alcun modo nuocergli. Suppongo che Annibale converr con noi che un generale in capo di un esercito debba essere convenientemente protetto. E tracci altre linee di catafratti su una delle ali, lasciando l'altra molto pi scoperta. Il Cartaginese era sul punto d'intervenire, ma Eraclide continu. Certamente ora il nostro caro generale ci dir che abbiamo lasciato un'ala senza protezione, concentrando i migliori catafratti all'altra estremit. Tuttavia esiste una facile soluzione: potremmo infatti compensare quell'ala con i carri sciti, cos da utilizzare tutto il nostro potenziale d'attacco contemporaneamente e non sprecare la risorsa che questi carri rappresentano. Di fatto, io comincerei l'attacco con le quadrighe e non con gli elefanti; non va dimenticato che anche i Romani possiedono alcuni elefanti, e sarebbe meglio conservare i nostri anzich rischiare di disperdere la loro forza fin dall'inizio come il generale straniero suggerisce concluse sottolineando con il tono la parola straniero.
Un mormorio carico di assensi si sollev all'interno della tenda, ma nessuno os pronunciarsi a voce alta prima che il re parlasse.
Ebbene? domand Antioco. Che cosa ne pensa Annibale?  d'accordo con le modifiche proposte da Eraclide o rimane della stessa idea esposta poco fa? Parla, mi interessa la tua opinione.
Annibale aveva seri dubbi sul fatto che le sue parole avrebbero convinto qualcuno dei presenti, data l'eccessiva superbia dei Siriani e dei generali alleati, che mai avrebbero accettato che uno straniero ne sapesse pi di loro.
Mio re cominci con tono conciliante, consapevole del fatto che quella sarebbe stata l'ultima possibilit di contrastare il dominio di Roma sul resto del mondo, l'ultima battaglia con la quale si sarebbe potuto cambiare il corso degli avvenimenti dell'ultimo mezzo secolo, da quando i Romani avevano cominciato a conquistare i territori d'oltremare. Mio re, sono d'accordo sul fatto che il grande Antioco III debba partecipare alla battaglia ben protetto dalle proprie unit speciali, ma non come suggerisce Eraclide. Eraclide si sbaglia.
Una serie di commenti dispregiativi provenne dai quattro angoli della tenda.
Silenzio! grid il re. Si pu sapere perch?
Mio re, la carica degli elefanti a Zama arrec moltissimo danno alle file romane, anche se Scipione seppe affrontare con incredibile astuzia quell'attacco. Non  importante se domani Scipione decider di seguire la medesima strategia utilizzata a Zama. Se anche fosse, affrontare una carica di pi di ottanta elefanti significher per lui un enorme dispendio di energie e un gran numero di caduti; inoltre, lo terr occupato mentre le nostre cavallerie interverranno sulle ali. I catafratti sono infinitamente superiori agli squadroni romani, e le turmae romane e dei loro alleati cederanno all'avanzata della cavalleria corazzata. A Zama ottenne la vittoria perch i miei elefanti non riuscirono a procurare abbastanza danno e io non disponevo della superiorit numerica della cavalleria, ma qui in Asia, a Magnesia, il potente Antioco possiede tutti i vantaggi: gli elefanti, pi numerosi e meglio addestrati rispetto ai pochi che hanno i Romani, la superiorit numerica e l'armamento della cavalleria. Se il re organizzer la battaglia come ho suggerito, le legioni verranno massacrate. In caso contrario, non so come andr a finire. Anche se con un tale esercito la vittoria  assai probabile, Scipione  un abile generale e credo che sarebbe meglio condurre il combattimento in modo da approfittare al massimo delle risorse di cui disponiamo, altrimenti non intendo assumermi la responsabilit del risultato finale.
Non intendi assumerti la responsabilit? Il re pieg la testa indietro ed esplose in una fragorosa risata. Ah, ah, ah!  ovvio che non sarai il responsabile del risultato di domani perch, Annibale, che tu lo accetti o meno, l'esercito  il mio e questi sono i miei generali! Tu prenditi la responsabilit delle tue sconfitte, e io lo far delle mie vittorie! E continu a ridere contagiando tutti gli altri generali che parteciparono allo scherno.
Antioco si sentiva soddisfatto per aver umiliato quel gradasso e inoltre era sicuro di avere la vittoria in pugno grazie alla strategia di Eraclide. Stava per dichiarare conclusa la riunione, quando Annibale avanz di un paio di passi situandosi di nuovo al centro della tenda e si appell, ancora una volta, al buonsenso del re di Siria.
Re Antioco, Basileus Megas, non hai voluto seguire i miei avvertimenti in passato, quando ti consigliai di attaccare in Italia mentre avanzavi verso la Grecia per ottenere due diversi fronti e obbligare cos i Romani a suddividere le loro forze, e come risultato siete stati sconfitti in Grecia, il re  tornato ferito dalla sua spedizione e ora il grande sovrano d'Asia si vede obbligato a combattere nel proprio territorio. Mi auguro che il sommo re non intenda commettere altri errori. Domani potrebbe tornare vittorioso o con un impero perduto. Non ci sar una seconda opportunit.
Cal un profondo silenzio.
Antioco si sollev dal proprio trono e guardando Annibale con occhi colmi di rabbia lanci un grido tale da rendere ben visibili tutti i denti perduti alle Termopili.
Io non sono stato sconfitto in Grecia! Ordinai una ritirata strategica per concentrare tutte le mie truppe e averle disponibili per domani, quando la sconfitta di Roma sar tale che non oser mai pi attraversare l'Ellesponto! Dovrei farti ammazzare per ci che hai osato dire, ma, essendo saggio, preferisco conservare le energie in vista della battaglia. Ma domani, al tramonto, mentre io e i miei generali saremo occupati a spartirci il bottino di guerra, ti far chiamare e allora decider cosa fare di te, che non solo non mi hai fatto ottenere nemmeno una vittoria ma hai anche osato insultarmi davanti a tutti! Ti resta un solo giorno di libert, Annibale. Goditelo! Poi, rivolgendosi agli altri generali, impart l'ordine definitivo: Domani agiremo secondo il piano di Eraclide. Apollo ci protegger e i Romani assaggeranno la polvere dell'Asia. Preparate tutto per la battaglia. Quindi, circondato dalla scorta, il re Antioco di Siria abbandon la tenda a passo leggero.
Annibale attese che i generali fossero usciti. Non voleva rischiare di trovarsene qualcuno alle spalle. Pi di uno aveva infatti sputato a terra nel passargli davanti. Maarbale aveva portato la mano all'impugnatura della spada, ma lui gli aveva afferrato il polso.
Non ne vale la pena. Non dobbiamo fare noi il lavoro sporco dei Romani. Andiamocene da qui. Quella di domani sar una grande battaglia ma non sono sicuro del risultato. Tutto  possibile. Tutto  possibile.
Lui e Maarbale uscirono quindi per ultimi dalla tenda. All'esterno li attendeva un contingente di soldati appartenenti al corpo speciale degli argiraspidi. Annibale ne fu sconcertato.
Dobbiamo considerarci prigionieri?
L'ufficiale siriano al comando rispose con rispetto.
No. Il generale cartaginese e i suoi uomini possono muoversi con libert, ma ho ricevuto l'ordine di vigilare sui vostri spostamenti costantemente.
Annibale annu e, accompagnato da Maarbale, cominci a camminare. D'improvviso uno degli ufficiali di Antioco gli si avvicin lentamente e gli parl a voce bassa.
Mi  piaciuto il tuo piano, straniero, ma chi comanda  il re. Poi si allontan senza guardarsi indietro.
Chi ? chiese Annibale all'ufficiale siriano che lo scortava. Ricordava di aver visto quell'uomo alla corte di Antiochia, e aveva notato, allora, il suo silenzio e la sua riservatezza.
Artaxias rispose il guerriero. Il re lo ha appena nominato governatore di Armenia e partir oggi stesso per prendere il controllo della regione. Domani non parteciper alla nostra gloriosa vittoria.
Annibale assent. Artaxias. Decise di conservare quel nome nella propria memoria.

4. L'ALBA DELL'ASIA.
Magnesia
Dicembre del 190 a.C.

Lucio Cornelio Scipione, console al comando delle legioni dislocate in Asia, osservava la posizione delle truppe nemiche. Era montato a cavallo per poter avere una visuale migliore e analizzare le ultime manovre del re siriano. Intorno al console si trovava tutto il suo stato maggiore in attesa di ricevere gli ordini. Il dispiegamento dell'immensa forza dell'esercito nemico stava accelerando, quindi Lucio si rivolse immediatamente ai suoi.
Prendete subito posizione, e che tutti gli di ci proteggano!
Silano, Domizio e Gracco obbedirono e partirono a cavallo in direzione dei propri posti: Silano verso l'avanguardia del centro dell'esercito, Domizio e Gracco verso l'ala sinistra. L'ala destra sarebbe stata sotto il comando di Eumene, il re di Pergamo, che li aveva raggiunti durante la notte. Lucio si sarebbe mantenuto nella retroguardia, da dove avrebbe diretto tutte le manovre. Accanto a lui Marco, che era gi stato proximus lictor di suo fratello a Zama e che ora lo accompagnava in Asia. La sua esperienza gli sarebbe stata molto utile durante la battaglia. Marco aveva presenziato alla carica degli elefanti cartaginesi in Africa e avrebbe saputo intendere se il nemico avesse deciso di utilizzare la medesima tattica.
Dove vedi gli elefanti, Marco? domand Lucio smontando da cavallo.
Il proximus lictor scrut attentamente l'orizzonte. La luce dell'alba era ancora scarsa e il nemico si muoveva in mezzo a una densa nebbia.
Si trovano sicuramente al centro, rispose per non capisco se davanti alla fanteria... vedo l alcuni elefanti, e altri di l. A quanto pare li stanno posizionando alternandoli ai soldati della falange.  una strana formazione.
Ho avuto la stessa impressione. Non  la stessa formazione di Zama, non  vero? Riflettici bene perch  molto importante.
Il proximus lictor torn a scrutare l'orizzonte. Dopo alcuni istanti scosse la testa con decisione.
No, mio generale. Non  quella di Zama. Non si trovano davanti alla fanteria. No, non  come a Zama.
Bene rispose Lucio che, avvicinatosi ai suoi lictores, cominci a camminare in piccoli circoli, guardando a terra, meditando, parlando tra s e s. Non  come a Zama. Se gli elefanti non si troveranno davanti, significher che Antioco non ha voluto seguire i suggerimenti di Annibale, cos ha detto mio fratello. E cos sia. Si ferm, guard il proximus lictor che, a sua volta, lo osservava con un misto di rispetto e preoccupazione, poich in realt si rammaricava del fatto che al comando non ci fosse Publio. In lui per albergava la speranza che l'intera famiglia degli Scipioni fosse speciale e confidava nel fatto che il console si sarebbe rivelato, in quella battaglia, un degno sostituto del fratello l'Africanus; o forse lo stesso Africano aveva suggerito al console come affrontare quel combattimento. Oggi non combatteremo contro Annibale, Marco. Oggi combatteremo solo contro Antioco. Abbiamo una possibilit di vittoria e dobbiamo sfruttarla. I catafratti del re siriano sono sulla loro ala destra, non  vero?
S, mio generale. L ha concentrato il grosso della sua cavalleria corazzata.
Esatto, esatto. Svelto, per Giove, ordina che spostino met delle turmae della nostra ala sinistra sull'ala destra. Dobbiamo concentrare le nostre forze sulla destra, insieme alla fanteria di Pergamo, per distruggere i carri sciti. Si tratta di decidere se sbaragliare i carri sciti sulla loro ala sinistra o i catafratti sulla loro ala destra. Non possiamo fare entrambe le cose, Marco. Si avvicin al proximus lictor, gli appoggi una mano sulla spalla e gli parl a voce bassa, come se si stesse rivolgendo a un amico. Mio fratello mi ha detto di concentrarci sui carri sciti. Tu che faresti, Marco?
Il proximus lictor trem di fronte alla responsabilit della risposta a quella domanda e disse la cosa pi sensata che gli venne in mente.
Suo fratello, mio generale,  un generale invincibile. Io seguirei il consiglio di Publio Cornelio Scipione.
Lucio aveva gi preso la sua decisione, ma aveva bisogno di udire da qualcun altro la conferma di ci che stava per ordinare. Soddisfatto per quella risposta annu un paio di volte ed esclam determinato:  ci che faremo, Marco.  ci che faremo. Adesso svelto, quelle turmae, posizionale contro i carri sciti. Corri, Marco, corri.
E quello si allontan per trasmettere l'ordine del console a vari cavalieri che partirono in direzioni opposte per andare a informare Domizio, Gracco, Silano e il re di Pergamo.
Lucio non aveva realmente bisogno del consiglio di Marco per affrontare quella battaglia, ma sapeva che tutti dubitavano delle sue capacit, come sapeva che con quell'ordine il proximus lictor avrebbe trasmesso a tutti il piano d'attacco dell'Africanus, e cos, ben presto, ogni legionario si sarebbe sentito non pi sotto il suo comando ma sotto quello del fratello. Ci avrebbe instillato maggior fiducia in ciascuno di loro e un coraggio straordinario, requisiti assolutamente necessari per vincere quella battaglia. Lucio non si sentiva ferito da quella circostanza. Era consapevole del fatto che per ottenere la vittoria tutti dovevano sapere di stare seguendo un piano di Publio Cornelio Scipione. E, in fin dei conti, quella era la verit. Mancava solo di scoprire se quel piano avrebbe funzionato di fronte a un esercito che li raddoppiava in numero, armato fino ai denti, con tutti i guerrieri dell'intero impero seleucide e degli altri regni nemici di Roma, e protetto dalla terribile cavalleria dei catafratti.
Marco torn e si rivolse al console che rifletteva studiando i movimenti del nemico: i carri sciti si stavano posizionando sulla prima linea dell'ala sinistra siriana.
Mio generale, gli ordini sono stati trasmessi. Un breve silenzio cal tra i due, poi Marco ebbe il coraggio di esprimere il pensiero che lo attanagliava. I tribuni Domizio e Gracco, nella nostra ala sinistra, se la passeranno male.
S, Marco. Per loro sar molto dura rispose il console senza voltarsi indietro. Ma  una guerra, non una parata.
Marco assent e indietreggi lasciando il console solo con la propria coscienza.

5. UNA COLLINA.
Magnesia
Dicembre del 190 a.C.

Maarbale risal la collina al trotto. Arriv in cima sudato e senza fiato. Si sentiva esausto. Non era pi quello di un tempo. Si era fatto prendere dall'urgenza della notizia e voleva essere il primo a riferirla. Annibale doveva sapere al pi presto ci che stava succedendo. Lo trov solo, in piedi, a scrutare l'orizzonte e a osservare il dispiegamento delle forze romane e di Pergamo, riparandosi con la mano dalla luce del sole. A pochi passi di distanza c'era la guardia di veterani africani, i quali, in segno di rispetto verso il loro generale, si erano allontanati per non disturbarlo dalle sue riflessioni. Pass accanto a loro senza che dicessero nulla. Erano tutti attenti ai movimenti delle truppe nemiche. Ai piedi della collina, un distaccamento di argiraspidi li controllava per ordine di Antioco. Anzich impiegare tutti i suoi soldati contro il nemico, il re aveva riservato una parte di soldati alla loro vigilanza. Era una tale assurdit che non poteva evitare di sentire una fitta allo stomaco. Finalmente raggiunse il suo generale.
Porto importanti notizie disse Maarbale fermandosi a un paio di passi da Annibale. Il generale cartaginese non parve sorpreso dal suo arrivo. Scipione non comanda le legioni.  malato e si  ritirato a Elea. La febbre lo obbliga a letto. Una turma romana di ricognizione  stata catturata ieri e i Siriani sono sicuri che l'informazione sia esatta. Hanno i loro metodi... lo sai. Annibale non si volt e nemmeno si pronunci. Maarbale ripet l'essenza di quel messaggio: Scipione non comanda le legioni.
Finalmente il generale si volt e lo guard con l'unico occhio sano socchiuso per l'intensa luce del sole dell'Asia.
S che le comanda, Maarbale. Osserva. E si volt di nuovo verso occidente indicando l'esercito di Roma e Pergamo. Osserva, l c' Scipione.  l...
Maarbale si situ a lato del generale. Osserv attentamente la disposizione delle truppe nemiche tentando di vedere quello che per Annibale era tanto evidente.
 l, su ogni linea della sua fanteria, e soprattutto, amico mio,  sulle ali. Questa  una battaglia che va vinta sulle ali, e lui lo sa. Sicuramente i Siriani hanno ottenuto informazioni corrette sulla sua salute, sicuramente Scipione si trova malato a Elea, ma la disposizione delle truppe  la sua. Sta facendo esattamente quello che farei io al posto suo.
Maarbale tent di comprendere. Se c'era qualcosa che l'ufficiale punico capiva bene erano le manovre della cavalleria, eppure era confuso.
Le ali, cominci la distribuzione della cavalleria romana sulle ali  sproporzionata. Hanno concentrato le loro forze sull'ala destra e hanno lasciato pi scoperta la sinistra, proprio l dove devono affrontare i catafratti. Quell'ala non ha la minima possibilit di sopravvivere.
Quell'ala  gi perduta, e Scipione lo sa. Vedremo se Antioco si dimostrer un nuovo Alessandro Magno o un ingenuo. Gaugamela. Scipione vuole ripetere in parte ci che accadde nella battaglia di Gaugamela combattuta tra Alessandro e i Persiani. Se Antioco se ne render conto e agir come Alessandro, allora i Romani saranno massacrati. Ma se Antioco cadr nella trappola, i Romani avranno un'opportunit.
Dovremmo avvertirli? I Siriani, voglio dire.
Dovremmo... s... disse Annibale con un sospiro, e spostando lo sguardo vide che la guardia siriana manteneva la vigilanza ai piedi della collina, a circa duecento passi di distanza. Dovremmo, ma ci ascolterebbero?
Credo di no.
Lo penso anch'io, Maarbale. Antioco  completamente sordo ai miei consigli. Non c' bisogno di aggiungere che  anche cieco. Restiamo qui e vediamo di che pasta  fatto questo re tanto potente quanto superbo. Gaugamela ripet Annibale scuotendo la testa come se non riuscisse a credere ai suoi occhi. Gaugamela.  un piano molto rischioso, Scipione, molto rischioso, ma coraggioso.

6. LA BATTAGLIA DI MAGNESIA.
Pianura di Magnesia, tra i fiumi Ermo e Frigio
Dicembre del 190 a.C.
Ala sinistra dell'esercito romano.

Gracco si rese conto che parte della cavalleria sulla sua ala si stava spostando verso l'altra estremit dell'esercito romano. Senza indugio abbandon la posizione d'avanguardia e cavalc fino a raggiungere Domizio Enobarbo.
Cosa sta facendo il console? Ci sta togliendo parte delle nostre forze.
Domizio non rispose, rimase immobile sul proprio cavallo a osservare l'esercito nemico che, con i suoi potenti catafratti, si era situato a meno di duemila passi di fronte a loro. Gracco insistette. La ritirata di parte della cavalleria lo preoccupava, ma il silenzio dell'altro lo stava esasperando.
Che sta succedendo, Domizio?
Non ce la passeremo bene, Gracco.
Tiberio Sempronio Gracco si guard intorno. Se comparava le esigue forze della cavalleria di cui disponevano alla grandiosit della forza e del numero dei catafratti, quella situazione sembrava non avere alcun senso. Domizio si spieg rivelando solo una parte di verit.
Lucio ha deciso di situare l'esercito l dove l'Ermo e il Frigio si avvicinano di pi, in modo che le nostre ali siano protette dalle rive dei due fiumi. Il nostro fronte  pi stretto di quello del nemico, che per  svantaggiato perch noi siamo protetti dai fiumi.
Gracco guard il fiume.
S, lo vedo. Ammetto che  una buona strategia, ma non baster a fermare i catafratti quando caricheranno contro di noi.
Domizio scosse la testa nervosamente. Che importava ormai? Sarebbero morti tutti.
Maledizione, Gracco! Per tutti gli di! Non siamo qui per fermare i catafratti!
Gracco spalanc gli occhi e la bocca. Batt un paio di volte le palpebre. La verit si fece largo nella sua mente come la lama di un coltello. Assent, tir le redini del proprio cavallo per allontanarsi da l. Poi ferm nuovamente il cavallo. Non sapeva che fare. Infine, si avvicin ancora una volta a Domizio.
Gaugamela? chiese.
Qualcosa del genere rispose Domizio, sollevato nel poter condividere con il collega la verit di ci che stava per accadere. Se entrambi avessero avuto chiara la missione, sarebbe stato meglio per tutti. Per con meno cavalieri e meno prospettive di sopravvivenza specific con assoluta onest.
Il nostro compito  far guadagnare tempo al resto dell'esercito precis Gracco come se stesse pronunciando una sentenza di morte.
Domizio conferm con un cenno della testa. Non sapeva come avrebbe reagito il collega. Avrebbe potuto ribellarsi e correre al galoppo per affrontare l'autorit del console e reclamare altre forze sulla sua ala, o avrebbe potuto accettare l'ordine ed eseguirlo con disciplina. Non sapeva che tipo di uomo fosse. Lo aveva sempre considerato coraggioso, ma tutti sapevano che era amico di Catone e nemico degli Scipioni. Avrebbe potuto avere molto da ridire sulla strategia di quella battaglia.
D'accordo disse Gracco, poi volt di nuovo il suo cavallo e senza aggiungere altro si allontan verso l'avanguardia, carico di un immenso stoicismo, incontro alla luce accecante che risplendeva dalle armature dei catafratti nemici.

Ala sinistra dell'esercito seleucide.

Antipatro non era il diretto erede reale, ma le cose potevano cambiare. Solo tre anni prima era morto il primogenito del re e, anche se in sua assenza la successione spettava a Seleuco, tutto era possibile e il re avrebbe potuto cambiare quell'ordine. Antipatro voleva dimostrare allo zio Antioco che era lui il migliore nel combattimento, il pi adatto a mantenere sotto il suo governo gli immensi domini che il sovrano, a poco a poco, era riuscito a recuperare sotto l'impero seleucide, lui e non quell'impulsivo e incosciente di Seleuco. Nessuno vorrebbe morire sapendo che tutto ci che ha conquistato lottando potrebbe svanire se lasciato nelle mani di un erede debole e pazzo. Antipatro doveva dimostrare a tutti i costi di essere in grado di gestire i vasti domini dell'impero di suo zio. Quella battaglia volta ad assicurarsi il possesso dell'Asia Minore sarebbe stata anche l'occasione, per il re, di comprovare chi dei due, se suo nipote o suo figlio, sarebbe stato pi adatto a succedergli. A lui spettava il grande onore di comandare la carica dei carri sciti sull'ala sinistra. Sapeva che si trattava di un compito rischioso, che Seleuco non aveva difatti insistito ad aggiudicarsi, accettando di rimanere a comandare la cavalleria sulla stessa ala, proprio dietro alla fanteria e ai carri, ma Antipatro, impavido, era sicuro di potercela fare e convinto che se fosse riuscito ad annientare le file di Eumene, il peggior nemico di Antioco in quella parte di mondo, l'imperatore si sarebbe rivelato assai generoso nei suoi riguardi. Per questo Antipatro era disposto a giocarsi tutto. Inoltre, qualche anno prima, Seleuco lo aveva umiliato a Panion. In quell'occasione il centro dell'esercito egizio comandato da Scopa era riuscito a resistere alla carica della falange siriana da lui diretta; per Scopa era un grande generale e gli Egizi avevano combattuto per la loro terra con una ferocia senza pari, condizioni essenziali che non erano state tenute abbastanza in conto. Poi era arrivato Seleuco con i potenti catafratti che avevano annientato le gi debilitate file egizie ed etoliche prendendosi tutto il merito, mentre era stato lui, Antipatro, ad aprire il combattimento facendo lo sforzo maggiore. Anche adesso gli toccava dare il via alla battaglia, ma con pi di cento carri sciti sotto il suo comando il re di Pergamo non avrebbe avuto scampo, e quello sarebbe stato il principio del suo definitivo trionfo alla corte di Antioco.
Il sole stava salendo e le ombre si allungavano da destra a sinistra. Antipatro afferr l'elmo che un soldato gli stava passando e se lo sistem bene allacciandosi le cinghie sotto il mento. Poi mont sulla grande quadriga protetta da lunghe e affilate falci su entrambi i lati e trainata da quattro robusti cavalli neri che non cessavano di nitrire e scalpitare avvertendo la tensione dei guerrieri che li avrebbero condotti quella mattina.
Oggi sar un gran giorno per la Siria e per tutto l'impero disse agli uomini che lo circondavano.
Varie centinaia di soldati lo imitarono e salirono sui carri, due o tre su ogni quadriga a seconda delle dimensioni. Su ogni carro erano sistemati un conducente e uno o due arcieri pronti ad abbattere i nemici man mano che avanzavano. Dopo lo scontro iniziale, se i nemici non fossero stati tutti uccisi o feriti dalle lame che circondavano i lati di ogni carro, tutti i guerrieri sarebbero scesi per terminare con un combattimento corpo a corpo, mentre la cavalleria e la fanteria avrebbero avanzato tra loro per appoggiarli. Tutto era pronto.
Antipatro sollev la mano destra. Non doveva attendere il segnale di alcun re. Gli ordini erano stati chiari. Non appena spunter il sole, tu stesso deciderai il momento esatto nel quale lanciare la carica dei carri sciti gli aveva detto Antioco. Antipatro ricord quanto si fosse dimostrato restio a quella strategia d'attacco il generale cartaginese che talvolta consigliava il re, proponendo la carica degli elefanti per aprire la battaglia. Con quella tattica aveva perso a Zama contro i Romani. Lui avrebbe dimostrato che il re aveva ragione. Questo gli avrebbe fatto ottenere ulteriori punti a suo vantaggio.
La mano destra di Antipatro era ancora sollevata. Gli occhi di tutti i conducenti delle quadrighe erano fissi su quel braccio. Poi Antipatro lo abbass di colpo. Il conducente del suo carro agit furiosamente le redini e grid ai cavalli. Gli animali partirono, prima al passo, poi al trotto e dopo pochi istanti al galoppo. Lui si afferr con forza al lato del carro per non cadere a causa della velocit e dei piccoli dossi sulla pianura di Magnesia. Al suo fianco correvano altrettanto velocemente decine di altri carri. Antipatro sguain la spada.
Per la Siria, per il re Antioco III, Basileus Megas, signore del mondo! Per Apollo! Alla carica, per tutti gli di, alla caricaaaaaa!
E il suo grido squarci l'alba di quel dicembre del 190 a.C.

Ala destra romana e di Pergamo.

Eumene, re di Pergamo, aveva indossato l'elmo gi prima dello spuntare del giorno. Aveva scelto di situarsi sulla prima linea di combattimento. Non si trattava di commettere una pazzia o di mettere a rischio la propria vita. La prima linea non doveva, per nessun motivo, retrocedere, ed Eumene sapeva che la sua presenza l era la migliore garanzia perch non cedesse di un passo. Passava da un lato all'altro dell'avanguardia esaminando gli uomini e fermandosi quando uno di essi sembrava non avere l'arma ben collocata o abbastanza frecce con s. Avrebbero dovuto affrontare i carri sciti e una grande cavalleria costituita dai tanti popoli dell'immenso impero seleucide; e, dietro a questi, sarebbero poi avanzate la cavalleria gallo-greca e la fanteria composta da Cappadoci, Tarantini esiliati dai Romani, Cari, Cilici, Neocreti, Tralli, Pisidi, Panfili, Lici, Curdi ed Elamiti.
Il pericolo maggiore, per, era rappresentato dall'attacco iniziale dei carri. Doveva resistere a tutti i costi. Eumene ricord il consiglio di Lucio Cornelio Scipione datogli la notte prima, mentre dibattevano sul piano d'attacco all'interno della tenda del praetorium.
Quando i carri vi si lanceranno addosso, dovrete resistere senza arretrare di un passo. L'ala destra non pu cedere. Se arretrerete, Eumene, tutto sar perduto. Noi, insieme alle legioni, ci occuperemo del centro, della falange e degli elefanti. Il tuo compito  di fermare i carri e le linee nemiche con la cavalleria e la fanteria che li seguiranno. Eumene, aveva aggiunto Lucio pronunciando il suo nome e fissandolo intensamente negli occhi ottieni la vittoria su quell'ala e l'Asia Minore sar tua.
Si trattava di una ricompensa che valeva il rischio, ma il re di Pergamo sapeva anche che quella missione comportava un pericolo immenso. Eumene ordin di distribuire altri dardi in un settore in cui gli arcieri possedevano appena cinque frecce ciascuno. La sua mente, intanto, continuava a rammentare la conversazione con il generale romano.
Ce la farai contro i carri sciti, Eumene? gli aveva domandato Lucio Cornelio.
Lo spero, console. Ma voi ce la farete contro gli elefanti?
Li affronteremo come abbiamo gi fatto a Zama.
Eumene aveva allora rivelato il proprio dubbio.
E l'ala sinistra, ce la far contro i catafratti?
Dell'ala sinistra e del centro ci occuperemo noi. Tu pensa a fermare i carri sciti e ad avanzare contro la cavalleria e la fanteria sulla tua estremit.  tutto ci che ti chiedo.
Eumene aveva assentito e si era quindi ritirato dopo aver salutato col rispetto dovuto tutti gli ufficiali del console. Adesso era arrivato il momento della verit. Il sole stava salendo e all'orizzonte il nemico era sempre pi visibile. Era vicino, a circa tremila passi, forse meno. I carri sciti erano pronti in prima linea. Uno di essi si posizion davanti a tutti gli altri. Si trattava senz'altro della quadriga armata del generale che comandava quella carica. Non sapeva chi fosse. L'unica certezza che aveva era che tutti quei carri e il loro comandante dovevano essere distrutti quella mattina. In un modo o nell'altro.
Il re di Pergamo si posizion al centro della prima linea di combattimento osservando il nemico. Il carro davanti cominci a muoversi, e dietro a quello tutti gli altri. La battaglia era cominciata. Eumene introdusse le dita della mano destra sotto l'elmo. La barba lo pizzicava. Era nervoso. Port poi la stessa mano all'impugnatura della spada. La sguain e la brand in alto, in modo che tutti i suoi i uomini la vedessero. Ma anche cos pens che non bastasse. Chiese un cavallo. Glielo portarono e immediatamente vi sal sopra. Gli arcieri erano schierati su due linee da mille guerrieri ciascuna.
Arcieri di Pergamo, ginocchia a terra! ordin.
E i duemila arcieri s'inginocchiarono.
In lontananza, proprio di fronte a loro, una nube di polvere si stava sollevando come se si trattasse di un gigante.
Per Zeus, che nessuno lanci una freccia fino a che non lo ordino io, o pagher con la vita!
Gli ufficiali ripeterono gli ordini del re lungo tutta la prima linea di combattimento.
Insieme alla polvere sollevata dai carri sciti cominci a giungere il tremendo suono delle ruote di centinaia di carri che correvano a tutta velocit su quella pianura. Gli arcieri deglutirono. Molti di loro avvertirono il sudore scivolargli sulla fronte. Tutti avevano paura.
I primi mille, tendete gli archi! Tendete! Ma che nessuno lanci! Tendete! Secondi mille, preparate gli archi! url il re gi completamente assorbito dalla furia di una battaglia che non sarebbe terminata fino a quando uno dei due eserciti non fosse stato completamente distrutto.
La met degli arcieri prese le frecce e tese i propri archi. L'altra met si prepar con una freccia in mano senza per caricare.
I carri sciti stavano sollevando la pi grande nube di polvere che si fosse mai vista in quella regione, ma il vento dell'Est che accarezzava l'Ermo la stava trasportando verso ovest, e cos n gli uomini di Pergamo n le truppe seleucide che avanzavano dietro ai carri ne furono accecati. Tuttavia il rumore assordante prodotto dai carri stava atterrendo gli arcieri di Pergamo. Avevano il terrore di sbagliare, che le frecce non fossero sufficienti per fermare quei carri, che questi li travolgessero tutti, che gli mozzassero gambe, braccia, teste con quelle affilate falci che roteavano a tutta velocit man mano che si avvicinavano.
Non lanciate! Non lanciate! Attendete il mio ordine! continuava a ripetere il re di Pergamo. Era essenziale che non si sprecasse nemmeno una freccia al primo lancio, che tutte colpissero i guerrieri nemici o, meglio ancora, i cavalli che trainavano i carri.
Mille passi, novecento, ottocento.
Puntate al cielo! grid il re. Doveva calcolare bene, il nemico si trovava gi a settecento passi, le frecce dovevano volare in ellisse, prima verso il cielo, per poi ricadere a una velocit mortale quando il nemico fosse stato a duecentocinquanta passi, ma si doveva determinare con precisione lo spazio che i carri avrebbero percorso mentre le frecce solcavano il cielo.
Seicento passi, cinquecentocinquanta, cinquecento.
Ora, per Zeus! Ora! si sgol Eumene, e mille arcieri lanciarono le loro frecce pregando Zeus e tutte le divinit dell'Olimpo di non sbagliare. Il re, senza nemmeno avere il tempo di comprovare se la prima ondata avesse centrato l'obiettivo, si rivolse agli altri arcieri. Gli altri mille! Lanciate! Lanciate! E una seconda ondata mortale part rapidissima verso il cielo della pianura.
Intanto, i primi mille arcieri avevano preparato la seconda freccia ed erano pronti a tirare nuovamente. I carri avanzavano. Erano a quattrocento passi, a trecento, a duecentocinquanta... Le frecce cominciarono a cadere come una pioggia mortale.

Centro dell'esercito romano.

Nel centro, i manipoli delle legioni erano stati disposti come di consueto, con i giovani velites in prima fila nel ruolo di fanteria leggera per anticipare il grosso delle truppe. Dietro di loro, venivano gli hastati, armati per l'occasione con lance pi lunghe del solito che ricordavano quelle originali da cui avevano preso il nome e che poi, durante la lunga guerra contro Annibale, erano state sostituite dai pila, pi corti e simili alle lance del resto delle truppe. Ma quella mattina, per ordine di Lucio che seguiva a sua volta le indicazioni del fratello, gli hastati avevano recuperato le antiche lance per fronteggiare con maggior efficacia le lunghe sarisse della falange nemica; completavano il loro armamento con uno scudo rettangolare nominato parma, corazze di cuoio, gambali e un elmo di bronzo. A seguito degli hastati erano posizionati i principes, armati con pila pronti a essere lanciati al primo ordine dei centurioni al comando. Tra le loro file si trovava Publio figlio, che si manteneva fermo nella sua posizione ma non poteva smettere di pensare che la sua inclusione nella fanteria rappresentasse un evidente castigo per la sua assurda bravata con Afranio e i drammatici eventi che ne erano conseguiti. In ogni caso, il ragazzo aveva accettato quel palese richiamo all'ordine deciso dal padre e dallo zio e ora era disposto a ripulirsi, su quel campo di battaglia, dal disonore che lo aveva infangato facendosi catturare dal nemico. Vicino a lui c'era il tribuno Silano, il vecchio ufficiale sopravvissuto alla battaglia di Zama, sistematosi tra la linea dei principes e il manipolo costituito dagli esperti triarii.
Silano guardava avanti e indietro, assicurandosi che tutti i manipoli fossero in posizione e pronti ad avanzare al primo ordine. Di quando in quando si voltava verso il console, attendendo l'ordine di attacco. Alla sua destra vedeva l'ala sinistra del nemico con i carri sciti in prima linea; alla sua sinistra, un poco pi avanti, il manipolo dei principes dov'era situato anche il figlio di Scipione. Silano aveva la doppia missione di comandare il centro della battaglia e allo stesso tempo, anche se nessuno glielo aveva richiesto esplicitamente, di proteggere il giovane patrizio. Non lo considerava un disonore. Gaio Lelio aveva fatto lo stesso con l'Africano quando erano giovani, e gli aveva salvato la vita. Da quel momento, grazie a quella vita salvata, Roma aveva ottenuto le migliori vittorie della storia. Chiss di cosa sarebbe stato capace quel ragazzo in futuro. Forse di nulla, o forse di tutto. No, Silano non considerava quella missione uno svilimento delle proprie capacit n un gesto di favoritismo nei confronti del giovane Scipione; per lo riteneva un compito aggiuntivo in un momento decisamente troppo complicato. Non comprendeva perch il padre e lo zio non lo avessero posizionato insieme alla cavalleria romana, con i tribuni Gracco ed Enobarbo. La falange che costituiva il centro della formazione nemica racchiudeva le truppe pi esperte dell'esercito seleucide, a eccezione della cavalleria agema, parte degli argiraspidi e dei catafratti che il re Antioco aveva riunito sull'ala destra del suo esercito. Combattere con la falange centrale, contro quei guerrieri comandati da Minione, come gli aveva riferito lo stesso console, circondati dagli elefanti condotti dal generale siriano Filippo, non sarebbe stato affatto semplice. Per questo Silano era preoccupato. In principio aveva pensato di situare il giovane Publio nella retroguardia, come uno dei triarii, ma il console non aveva accettato, probabilmente seguendo un buon criterio, poich l'inesperienza del ragazzo lo rendeva inabile in mezzo ai legionari pi esperti. Il console aveva intuito che quella scelta sarebbe stata un lampante favoritismo che avrebbe ricoperto di disonore il ragazzo. Nemmeno era necessario esporlo in prima linea tra velites e hastati. La sua collocazione come princeps era ragionevolmente prudente ed era stata accettata da tutti. E anche se Silano continuava a non capire perch non lo avessero inserito come cavaliere su una delle ali, non spettava a lui discutere quella decisione, e il fatto che il console seguisse fedelmente le istruzioni del fratello evitava che chiunque mettesse in discussione il piano d'attacco.
Silano si allacci l'elmo. Publio Cornelio Scipione lo aveva condotto alla vittoria a Zama. Se suo fratello avesse seguito alla lettera la strategia dell'Africano avrebbero ottenuto un altro successo.
Altra cosa era sapere chi sarebbe sopravvissuto a quella giornata, ma quella era una guerra. Per un breve istante ricord Trebellio, Digizio, Gaio Valerio e gli altri. Silano si volt nuovamente indietro e si assicur che i triarii veterani, armati dei loro scudi rettangolari e delle lunghe lance, attendessero immobili l'inizio della battaglia. Loro, con la grande esperienza che avevano, avrebbero giocato un ruolo essenziale per l'ottenimento della vittoria.
Il tribuno ud le grida e il rumore provenienti dal fianco destro. I carri sciti erano partiti alla carica.
Bene, si comincia disse Silano guardando i centurioni a lui pi vicini e voltando lo sguardo verso il console attendendo il segnale d'attacco.
Lucio Cornelio Scipione aveva il braccio sollevato. Con un rapido movimento lo abbass di colpo.
Per Marte! Andiamo! Per Ercole! url Silano con tutta la potenza, la furia e la rabbia di cui era capace.

Retroguardia romana.

Il console vide i carri sciti che correvano sulla pianura. Lanci una rapida occhiata all'intero fronte dell'esercito nemico. Erano molto pi numerosi e, avendoli distribuiti uniformemente, il re Antioco aveva ottenuto un'estensione maggiore della linea frontale romana, per Lucio sapeva che, cos come gli aveva spiegato suo fratello, avendo incanalato le legioni, la cavalleria romana e quella di Pergamo tra i fiumi Ermo e Frigio che confluivano progressivamente alle spalle dell'esercito romano, le truppe nemiche si sarebbero trovate costrette a ridurre la linea frontale raggruppandosi per non cadere in acqua. Era una buona strategia per proteggere i fianchi, ma solo come punto di partenza. Se Domizio Enobarbo e Gracco da un lato e il re di Pergamo dall'altro non avessero raggiunto gli obiettivi che erano stati prefissati, la protezione dei fiumi non sarebbe stata sufficiente per evitare che il nemico li circondasse e li annientasse.
Il console si rivolse a Marco, il proximus lictor.
Adesso avremo prova di cosa  capace il re di Pergamo.
Allo stesso tempo sollev il braccio destro e cerc con lo sguardo Silano tra la linea dei principes e quella dei triarii. Abbass il braccio di colpo e il tribuno esegu senza indugio l'ordine. Le legioni di Roma avanzarono contro il nemico. Ormai non si poteva pi tornare indietro.

Ala destra dell'esercito seleucide.

Dall'alto del suo cavallo bianco Antioco III di Siria osservava soddisfatto il nipote lanciare la prima carica dei carri sciti dall'altra estremit del suo esercito. Quel giorno Antipatro aveva la possibilit di guadagnarsi molte cose, ma si doveva attendere il risultato finale. Uno schiavo sosteneva il grande elmo del re all'altezza delle sue mani. Antioco si volt. Alle sue spalle si trovavano la agema, la cavalleria speciale, e pi indietro ancora gli argiraspidi, tutti in attesa di entrare in combattimento, ansiosi di dimostrare al loro re quanto si meritassero di essere considerati i migliori. Torn a guardare avanti a s: l decine di unit di catafratti, cavalieri e cavalli corazzati attendevano l'ordine di attacco. A Panion li aveva riservati per il finale, ma ora, davanti alle legioni di Roma, alla loro cavalleria e a quella di Pergamo, non intendeva ritardare l'entrata in combattimento della sua arma pi letale.
Avanti, per Apollo e tutti gli di! Avanti! ordin il Basileus Megas.
Tremila catafratti si misero immediatamente in marcia, prima al passo, poi a un trotto leggero che fece vibrare il suolo della pianura di Magnesia. Era un'avanzata lenta, data l'enorme quantit di metallo che ogni bestia trasportava addosso, oltre al peso del cavaliere che la montava. Quello era l'unico difetto dei catafratti: la lentezza provocata dall'enorme sforzo fisico al quale erano costretti i cavalli. Ma, per tutto il resto, erano indistruttibili. Tra loro avanzava al trotto anche Antioco, circondato da una scorta di mille cavalieri della agema, pi leggeri, una guardia personale dedicata alla sola protezione del re ma non letale come i catafratti, capaci di distruggere ogni cosa al loro passaggio.
Antioco sorrideva, lasciando scorgere sotto il suo lucente elmo una bocca funesta privata da vari denti per via di quella maledetta pietra che gli era stata lanciata addosso durante la battaglia delle Termopili. Ora, sotto la luce accecante di quella chiara mattina priva di nubi, poteva finalmente vendicarsi di quell'orribile sfregio che i Romani gli avevano lasciato sul viso. Sarebbe stato il giorno della sua grande vittoria. L'assordante rumore provocato dai dodicimila zoccoli dei catafratti era la miglior musica per le orecchie di un re che si sentiva sempre pi vicino alla riconquista dell'impero del grande Alessandro Magno.

Ala sinistra romana.

Domizio Enobarbo aveva preso il comando delle prime turmae della cavalleria romana sull'ala sinistra, di fronte ai catafratti siriani. Tiberio Sempronio Gracco si era situato alle sue spalle con il resto della cavalleria. Domizio vide i carri sciti partire all'attacco dall'ala opposta, ma non doveva preoccuparsene; se ne sarebbe occupato il re di Pergamo o, eventualmente, il console. Ci a cui doveva pensare lui era il lento ma spietato avanzare dei catafratti proprio di fronte alle sue unit di cavalleria.
Cominci a respirare profondamente, cercando d'istinto nell'ossigenazione dei suoi polmoni le forze necessarie per mantenere salda la posizione di fronte a quella maestosa forza che si stava avvicinando inesorabile. I catafratti continuavano a procedere piano, al trotto, ma senza alcuna esitazione. Sollevavano una gran quantit di polvere, come i carri sciti da cui aveva appena distolto lo sguardo. Domizio strinse i denti. Aveva partecipato a molte battaglie ma non aveva mai dovuto affrontare un nemico tanto potente. Il sole risplendeva su tutte le armature dei cavalieri e dei cavalli nemici. Erano armature integrali, capaci di proteggere completamente uomini e animali. Domizio non aveva intenzione di arrendersi, men che meno prima di entrare in combattimento, ma ci che i suoi occhi stavano osservando non poteva che tramortire il suo animo.
Cerc di visualizzare una piccola debolezza, un punto scoperto in quelle armature indistruttibili, ma non lo trov. Si pass la mano sul viso, sul collo. I catafratti erano a soli millecinquecento passi. Doveva decidersi in fretta e aveva solo due possibilit: attendere l l'attacco brutale dei cavalieri nemici oppure ordinare ai suoi di caricare cos che, favoriti dalla leggerezza rispetto agli avversari, potessero compensare la carenza di protezioni con una maggiore velocit.
Gneo Domizio Enobarbo, tribuno di Roma nella battaglia di Magnesia, certo di non avere nulla da perdere, invoc gli di, si guard a destra e a sinistra notando il pallore sul viso dei centurioni in attesa dei suoi ordini, e senza attendere oltre lanci un grido che risuon sul suolo della pianura.
Per Giove, per Roma! Alla caricaaaaaa!
E le turmae sotto il suo comando si lanciarono al galoppo per affrontare i catafratti siriani che, senza minimamente alterare il passo costante del loro trotto, continuavano ad avanzare impassibili di fronte a qualunque decisione da parte dei nemici.
I cavalieri romani, grazie alla leggerezza data dall'assenza di protezioni pesanti, raggiunsero una considerevole velocit d'attacco in soli cinquecento passi. Di fronte a chiunque altro quella carica diretta da Domizio sarebbe stata distruttiva, ma i catafratti appartenevano a un altro mondo.
L'impatto avvenne al centro della pianura, accanto al fiume Frigio. Fu terrificante. Decine di cavalieri romani volarono letteralmente in aria e una gran quantit di cavalli delle turmae rotolarono al suolo. Il tribuno aveva fatto male i suoi conti. La resistenza dei catafratti era tale che, anche di fronte a una tale carica e a quella velocit, non avevano retrocesso di un millimetro. Se alcuni catafratti erano caduti, si trattava comunque di una proporzione di uno su dieci rispetto alle molteplici perdite romane.
La carica di Domizio Enobarbo si rivel un totale fallimento. Per lo meno, i catafratti avevano ridotto il trotto d'avanzata al passo. Tuttavia dall'alto dei loro cavalli corazzati assestavano colpi mortali ai molti Romani che tentavano di recuperare i cavalli o di difendersi in ogni maniera. I cavalieri romani si stavano comportando con coraggio, rispondendo ai colpi siriani con altrettanti potenti fendenti, ma le loro spade non facevano altro che sbattere contro la protezione di quelle armature senza quasi far danno alcuno. Al contrario, invece, quando un Siriano colpiva causava sempre una ferita grave, e ben presto il suolo cominci a ricoprirsi di sangue romano che si accumul in pozze che si allargarono su tutta l'ala sinistra dell'esercito di Roma.
Domizio era caduto da cavallo ma era riuscito a recuperarlo e a rimontare in sella. Cap immediatamente che continuare con quella carneficina non aveva alcun senso, e ormai quello che si poteva fare era stato fatto. Non voleva prolungare l'agonia e lo smisurato sacrificio dei suoi uomini senza ottenere null'altro che morte.
Ritirata! Ritirata! grid un paio di volte, quindi ripieg insieme ad alcuni centurioni che ripeterono gli ordini del tribuno in modo che il maggior numero possibile di cavalieri potesse retrocedere insieme a loro.
Alle loro spalle, i catafratti continuavano a ferire e massacrare senza esitazione, senza smettere di avanzare, lentamente ma infaticabilmente, contro la cavalleria romana.
Domizio, ricoperto di sangue e ferito a un braccio, raggiunse Gracco al galoppo.
Non resistete pi del necessario e ripiegate il prima possibile gli disse ansimando. Non c' nulla che si possa fare, solo resistere e ripiegare verso l'accampamento. Conosci gli ordini, dobbiamo allontanarli dal campo di battaglia, se necessario dovremo trattenerli fino alla fine, anche se non so se riusciremo a sopravvivere tanto a lungo.
Gracco assent. Controll che l'elmo fosse ben sistemato, vide Domizio e i suoi passare dietro alle turmae, poi i catafratti di fronte a loro, che tra morti e feriti continuavano ad avanzare recuperando il trotto iniziale. Il suolo riprese a vibrare sotto gli zoccoli dei cavalli romani che nitrivano nervosi. I cavalieri tirarono con forza le redini per evitare che le bestie indietreggiassero spaventate dall'assordante baccano generato da migliaia di catafratti che trottavano accanto al fiume.
In quel momento Gracco comprese quanta ira avevano provocato in Scipione i suoi attacchi politici del passato e l'incontro con sua figlia minore. I primi erano stati intenzionali, il secondo un caso fortuito. Ma gli apparve chiaro che per Scipione nulla era stato causale. L'ira del generale stava per travolgerlo, ma Gracco si mantenne freddo, gelido, in mezzo a quel disastro, e sguain la spada. Al contrario di Enobarbo, non ordin una carica ma si rivolse ai suoi ufficiali per tentare una tattica differente.
Mantenete la posizione, per Marte! Mantenete la posizione e afferrate le lance!
I cavalieri obbedirono e brandirono decine, centinaia di lance con il braccio destro, mentre col sinistro sostenevano gli scudi.
Puntate bene, cavalieri di Roma, perch abbiamo una sola possibilit!
I decurioni imitarono il tribuno e ripeterono le sue istruzioni. Le turmae di Gracco si prepararono per gettare le lance sui catafratti che continuavano l'avanzata senza alcuna esitazione.
Ora! Lanciate, ora! Lanciate! ordin Gracco, che intanto aveva rinfoderato la spada e afferrato anche lui una lancia. E la scagli con furia contro il nemico ormai vicino, a meno di cinquanta passi.
Circa cinquecento lance furono scaraventate in cielo, per i catafratti, disciplinati e ben addestrati, abituati a quei disperati tentativi da parte del nemico, sollevarono gli scudi proteggendosi dalla pioggia di armi e si aprirono separandosi dalle prime linee, cos che la maggior parte delle lance fin a terra, mentre quelle che colpirono il bersaglio vennero abilmente dirottate dagli scudi siriani. Solo poche lance raggiunsero cavalieri e animali, e solo la met di queste riusc a ferirne qualcuno. Le perdite furono minime e i catafratti, impassibili, proseguirono fino a raggiungere la linea dei cavalieri nemici. L, cominciato il combattimento corpo a corpo, gli uomini di Gracco si ritrovarono completamente inabili nel ferire gli avversari, i quali, senza mai indietreggiare, senza dar loro un attimo di respiro, colpirono e colpirono con forza brutale, ferendo, mutilando, squartando senza piet.
Anche se Gracco non lo aveva ordinato, i cavalieri romani iniziarono a retrocedere, incapaci di resistere alla carica del nemico corazzato, e a poco a poco, calpestando le gigantesche pozze del sangue dei loro stessi compagni, ripiegarono in una caotica ritirata che pot riordinarsi solo quando il tribuno Domizio accorse in loro aiuto con i sopravvissuti della prima carica. Grazie all'intervento di questi ultimi molti cavalieri di Gracco che erano caduti poterono recuperare i loro cavalli e, una volta rimontati sugli animali, ripiegare in maniera pi organizzata, seppure i catafratti continuassero a inseguirli senza sosta.
La leggerezza della cavalleria romana permise di guadagnare terreno durante la ritirata cos che potessero riorganizzare una nuova linea di combattimento, anche se ora molto pi indietro rispetto alle truppe di fanteria e sempre pi lontano dal centro della battaglia. Ne stavano morendo a decine, ma tanto Domizio quanto Gracco sapevano di dover obbedire all'ordine che era stato loro impartito. Il problema era sapere se i catafratti avrebbero continuato a seguirli man mano che si ritiravano, per quanto ancora avrebbero resistito.

Ala destra dell'esercito seleucide.

Immediatamente dietro ai sanguinari catafratti cavalcava il re Antioco colmo di euforia. Il suo cavallo, circondato dalla guardia reale agema, trottava sui corpi fatti a pezzi dei nemici abbattuti. I cavalieri della sua scorta s'impegnavano a colpire a morte i feriti con le loro lunghe lance man mano che proseguivano seguendo il loro re verso la vittoria finale. Avanzarono tanto che ben presto si ritrovarono quasi a fianco della fanteria nemica, e Antioco ebbe il dubbio se fermare l'avanzata dei catafratti per lanciarsi sul fianco delle legioni rimaste senza protezione o continuare fino ad annientare completamente la cavalleria nemica. Antioco III di Siria sorrise malevolo sotto l'elmo dorato. Prima avrebbe massacrato la cavalleria nemica e poi sarebbe tornato indietro per distruggere la fanteria attaccando dalla retroguardia, quando nessuna cavalleria avrebbe pi potuto accorrere al suo fianco, perch tra breve non sarebbe rimasto nemmeno un cavaliere vivo su quell'ala della battaglia.
Avanti! Avanti, per Apollo! grid il re siriano. Avanti, verso la vittoria!
E la agema continu a procedere, e dopo di essa gli argiraspidi, seguendo la lunga scia di cadaveri romani che i catafratti lasciavano al loro passaggio.

Retroguardia dell'esercito seleucide.

Dall'alto di una collina
Annibale sput a terra esasperato. Scosse la testa da un lato all'altro. Le legioni avevano cominciato la loro avanzata contro la falange. Non solo Antioco non aveva voluto utilizzare gli elefanti per distruggere le prime linee romane, ma, come se non bastasse, ora si stava allontanando dal campo di battaglia per perseguitare una cavalleria romana ferita a morte e in ritirata.
Non intende tornare indietro disse Maarbale, in piedi accanto al grande generale punico.
S, lo far. Credo che lo far, rispose Annibale ma sicuramente sar troppo tardi. Vuole annientare completamente la cavalleria dell'ala sinistra romana prima di tornare a scontrarsi con la retroguardia delle legioni. Dovrebbe lasciare che sia la agema a terminare il lavoro e condurre i catafratti e la fanteria degli argiraspidi contro i triarii della retroguardia romana. In questo modo la vittoria sarebbe sua.
Ci fu un breve silenzio. Poi Maarbale ebbe finalmente il coraggio di esprimere a parole ci che tutti, in quel nutrito gruppo di guerrieri cartaginesi che aveva accompagnato Annibale nel suo esilio, volevano sapere.
Significa che... vinceranno i Romani?
Annibale serr le labbra per qualche istante, poi le separ con uno schiocco.
Non lo so, non lo so. Antioco non sta utilizzando affatto bene il suo esercito, per con una tale superiorit numerica tutto  possibile. La chiave sta nel riposizionare i catafratti al centro della battaglia prima che sia troppo tardi.
Maarbale annu. Tutti tornarono a volgere lo sguardo alla grande pianura di Magnesia. La polvere impediva di vedere ci che stava succedendo sull'ala sinistra siriana, dove i carri sciti avevano cominciato l'attacco. Osservarono intanto il ripiegamento della cavalleria romana sull'altra ala e l'inesorabile avanzata dei catafratti e del re, mentre al centro l'avanguardia delle legioni si stava scontrando contro la temibile falange seleucide e i suoi elefanti. Era una battaglia colossale. Il vincitore avrebbe deciso il destino dell'Asia Minore e di decine di regni.

Centro dell'avanguardia romana.

I velites furono i primi ad avvicinarsi alla falange siriana; per, avanzando in piccoli gruppi, evitarono di affrontarla direttamente e cercarono piuttosto di situarsi dove i generali seleucidi avevano collocato gli elefanti, iniziando a tirare le lance contro di essi e causando un certo danno tra i guerrieri che conducevano le bestie: ferirono infatti a morte alcuni pachidermi e ne fecero infuriare molti. Alcuni di quei mostri si fecero largo tra la falange romana mietendo numerose vittime nella fanteria leggera romana che fuggiva caoticamente per salvarsi la vita. Alcuni venivano calpestati dalle bestie, altri colpiti dagli arcieri posizionati sugli elefanti, mentre i restanti o raggiungevano la linea degli hastati o venivano attraversati dalle lance nemiche. Per lo meno, quel sacrificio dei velites ottenne qualche risultato, poich gli elefanti, feriti e disorientati, si rivoltarono anche contro gli stessi Siriani distruggendo alcune sezioni della loro falange, calpestando guerrieri seleucidi e generando il caos in alcuni punti.

Retroguardia seleucide.

Minione e Filippo, i generali siriani, furono immediatamente d'accordo. Si trovavano l'uno accanto all'altro e capirono subito cosa fosse meglio fare.
Dobbiamo ritirare gli elefanti o saranno proprio loro a distruggere la nostra falange disse Minione con decisione.
Filippo annu e ordin ai suoi ufficiali di ritirare tutte le bestie cos che rimanesse solo la falange a spingersi contro le legioni, impendendo un ulteriore danno. In breve tempo, l'intero fronte della maestosa falange si ristabil: i sedicimila uomini abbassarono le proprie sarisse e ricomposero un fronte compatto che inizi ad avanzare deciso verso la linea nemica romana.

Centro della battaglia. Prima linea romana.

Gli hastati aprirono degli spazi tra i vari manipoli e i velites sopravvissuti agli elefanti si ritirarono rapidi attraverso i passaggi prodotti. Man mano che la fanteria leggera passava, i manipoli degli hastati si richiudevano per formare un blocco compatto con cui poter affrontare la falange siriana che, ricostituitasi, procedeva verso di loro senza elefanti ma con l'incredibile destrezza appresa in anni di combattimenti. I Romani avevano gi sconfitto una falange simile, quella macedone di Filippo V, a Cinocefale, per quella formazione compatta, perfettamente addestrata, armata di quelle lunghe sarisse, si stava rivelando un nemico assai pericoloso.
Gli hastati udirono le grida dei loro centurioni che ordinavano di continuare ad avanzare fino all'impatto finale contro il nemico.
L'impatto tra le due linee fu violentissimo, e le sarisse, pi lunghe delle lance dei Romani in prima linea, causarono una vera e propria strage di legionari. La disciplina imposta dagli Scipioni aiut a mantenere la linea, ma la forza dei guerrieri siriani era superiore. Ben presto gli hastati, meno esperti rispetto agli avversari, molti di loro feriti e tutti terrorizzati, cominciarono a perdere terreno. I soldati comprendevano che la loro debolezza veniva perfettamente avvertita dal nemico, che la tramutava in un maggior vigore per se stesso, portandolo a colpire sempre pi selvaggiamente.
Colpite! Colpite e spezzate quelle sarisse! gridavano i centurioni, alcuni dando l'esempio, rischiando la vita e procedendo spediti incontro a quel fitto blocco di sarisse nemiche, lanciandosi verso di esse e riuscendo a spezzarne qualcuna. Tuttavia, troppi erano i Siriani che riuscivano a schivarli e a colpire a loro volta i centurioni e gli uomini che ubbidivano ai loro ordini.
Intanto il grosso della falange siriana avanzava e i Romani non cessavano di perdere terreno. Nel centro della pianura, le legioni di Roma stavano perdendo la battaglia.

Ala sinistra dell'esercito seleucide.

Ad Antipatro, in mezzo a quel polverone sollevato dai suoi stessi carri durante la feroce corsa contro il nemico, risultava complicato distinguere ci che stava accadendo intorno a lui. Ma poteva vedere il cielo. Continuavano a cadere piogge di frecce per colpa delle quali molti carri stavano perdendo il controllo scontrandosi l'uno contro l'altro. La sua quadriga, un poco pi avanti rispetto alle altre, sembrava precedere quell'interminabile caduta di dardi mortali, ma fu solo per poco, perch un attimo dopo una freccia attravers la testa del suo conducente, il quale, ucciso sul colpo, abbandon le redini e si accasci senza per cadere a terra.
Maledizione! grid Antipatro impugnando le redini rimaste libere del carro, che sbandava da una parte all'altra senza controllo, per evitare di andare a scontrarsi contro le linee nemiche. Maledizione! ripet, finch con uno strattone non riusc a tirare energicamente le redini. Il corpo esamine del conducente fu scagliato fuori dal carro, ma lui riusc appena in tempo a spostare la quadriga di lato.
Nonostante la brusca manovra ebbe modo di intravedere il tremendo disastro nel quale si era convertita la carica dei suoi carri: decine di essi si erano rovesciati l'uno sull'altro, tra le rovine emergevano guerrieri siriani feriti che si trascinavano su un suolo ricoperto ovunque di sangue umano e animale.
Improvvisamente la pioggia di frecce cess e lui pot frenare un poco i cavalli e condurli verso sinistra. Alcuni carri sciti sopravvissuti a quel massacro emersero dal caos. Antipatro non esit un solo istante: si pose immediatamente con la sua quadriga di fronte a essi e si lanci verso il nemico. Desiderava solo travolgere il maggior numero possibile di quei maledetti arcieri di Pergamo. Non gli interessava altro in quel momento, nemmeno il risultato finale della battaglia. Voleva solo vendicarsi.

Ala destra romana e di Pergamo.

Eumene osserv soddisfatto la maggior parte dei carri sciti fatta a pezzi lungo la sponda del fiume Ermo, mentre alcuni di essi, con sopra i conducenti trapassati dalle frecce, tornavano, trainati da cavalli senza guida, contro le proprie file causando il caos nella fanteria di Gallo-Greci, Cappadoci, Cari, Neocreti, Cilici e altri alleati della Siria. Tuttavia, il generale siriano al comando della carica dei carri era sopravvissuto e stava riconducendo la propria quadriga, insieme a una ventina di cavalieri sopravvissuti, contro la linea degli arcieri. Il re di Pergamo cap immediatamente ci che intendeva fare.
Apritevi! Apritevi! grid Eumene agli arcieri, che prontamente si raggrupparono lasciando ampi spazi attraverso i quali si fecero avanti, ubbidendo all'ordine del loro re, decine, centinaia di cavalieri armati di lance pronti a lanciarsi contro i carri sopravvissuti. Per Zeus, cavalleria di Pergamo, distruggete quei carri sciti! Distruggeteli tutti!
Se la cavalleria avesse dovuto affrontare centinaia di carri fin dall'inizio l'esito sarebbe stato ben diverso, ma trovandosene di fronte solo una ventina la manovra fu alquanto pi semplice. I cavalieri di Pergamo, assai esperti e appoggiati dalla cavalleria romana che era accorsa a rafforzare quell'ala, scaraventarono le proprie lance contro quei pochi conducenti e arcieri sopravvissuti abbattendone la maggior parte. Ci nonostante, alcuni carri riuscirono a schivarli ferendo con le loro lame laterali le zampe di alcuni cavalli di Pergamo che, piegati dal dolore, fecero cadere i cavalieri che li montavano. L'esito della battaglia sull'ala destra romana, accanto al fiume Ermo, era ancora incerto, ma Eumene, sapendo di avere ancora possibilit di successo, chiese un cavallo e una lancia che gli furono consegnati immediatamente.
Non appena fu in groppa part alla ricerca del generale siriano che ancora resisteva dirigendo la propria quadriga contro tutti i cavalieri avversari e uccidendone molti. Tanto i Romani, gli arcieri e i cavalieri di Pergamo quanto la fanteria siriana notarono la manovra del re asiatico. Eumene cavalc fino a situarsi vicino al generale Antipatro e questi, non appena si rese conto della sua presenza, afferr una lancia dal carro e gliela scagli contro. Eumene tuttavia era agile ed evit con un rapido movimento l'arrivo dell'arma nemica.
Ora era il suo turno. Not che Antipatro aveva abbandonato lo scudo per afferrare con entrambe le mani le redini dei cavalli che non cessavano di galoppare e trainare con incredibile velocit il carro. Il re di Pergamo gli si avvicin lateralmente e, non appena fu alla sua stessa altezza, scagli la propria lancia con incredibili precisione e potenza. Antipatro, d'istinto, si abbass, ma non sufficientemente e non nella giusta direzione. La lancia di Eumene fendette l'aria e colp l'avversario in diagonale, centrando le costole pi alte che all'impatto si spaccarono in decine di piccoli pezzi che esplosero all'interno del torace del Siriano. Poi arriv la lancinante fitta di dolore. Il nipote del re Antioco abbandon di colpo le redini e i cavalli rallentarono un poco il loro galoppo, ormai senza pi controllo. Il sangue gli sgorgava a fiotti dalla bocca mentre si voltava verso l'avversario. Antipatro riusc ancora a sguainare la spada con inaspettata energia, ma immediatamente l'arma gli cadde dalle mani e lui rest l, col braccio sollevato come se stesse salutando, e con una lancia che lo attraversava da parte a parte, per poi cadere dal carro e schiantarsi al suolo della pianura fracassandosi la testa.
Eumene di Pergamo fren il cavallo. Subito una dozzina dei suoi cavalieri accorse per proteggere il re mentre questi smontava, sfoderava ancora una volta la spada e, maneggiandola come fosse un'ascia, la scagliava pi e pi volte sul collo del nemico morto, finch la sua testa non si fu completamente staccata dal corpo. Afferr quindi la lancia di uno dei suoi guerrieri e la infilz in quella testa dagli occhi aperti, la bocca distorta in una terribile smorfia, la lingua di fuori come fosse ancora in asfissia. Poi la pass ai cavalieri.
I carri sono stati annientati. Ora andate, per Zeus, e portate la testa del loro generale a quei maledetti Siriani! Che sappiano cosa li aspetta!
Uno degli ufficiali afferr la lancia e la sollev in alto mostrando bene il cranio squartato di colui che, fino a un minuto prima, aveva sognato di divenire l'erede del grande impero seleucide.

Retroguardia romana.

Il console di Roma guardava attentamente entrambi i lati della battaglia. Sull'ala destra, Eumene era riuscito a sbaragliare i carri sciti con poche perdite tra i suoi soldati. Ora rimaneva da vedere se sarebbe stato in grado di fare lo stesso con la fanteria di Seleuco, il figlio del re Antioco, che comandava quell'estremit. Si compiacque di aver deciso di rafforzare l'esercito di Pergamo con altre turmae. Eumene doveva assolutamente riuscire a sconfiggere i Siriani nella sua ala o non avrebbero avuto scampo.
Dall'altra parte, Domizio e Gracco avevano allontanato, per il momento, i catafratti dall'esercito romano, portandoli in prossimit del fiume Frigio. Eppure, per quanto ancora avrebbero resistito? Erano comunque riusciti a distanziare il re siriano e le sue forze speciali. Ma, anche cos, la vittoria continuava a essere lontana. Il centro era riuscito a respingere gli elefanti grazie all'intervento dei velites, per a costo di numerose perdite, e ora gli hastati non bastavano per far fronte alla falange siriana, e se c'era qualcosa che non si potevano permettere di perdere, questo era il centro.
Lucio Cornelio Scipione si volt verso Silano, il quale lo stava guardando a sua volta. Il console di Roma sapeva che il tribuno attendeva un suo ordine. Lucio sollev il braccio continuando a guardarlo, poi lanci un'occhiata anche ai bucinatores e ai tubicines per assicurarsi che le trombe trasmettessero i nuovi ordini a ogni angolo dei manipoli dei principes. Era arrivato il momento di sostituire gli hastati. Avrebbe mantenuto i triarii di riserva, ma ora doveva far entrare in combattimento i principes o tutto sarebbe andato perduto.
Lucio abbass il braccio e vide che Silano annuiva a distanza. I principes si misero in marcia. Il console sospir. Tra essi c'era anche il suo giovane nipote. Quello poteva essere il cammino verso la sua fine o la sua gloria. In quella battaglia non c'era spazio per ritirate parziali. O tutto o niente. Morte o vittoria.

Ala sinistra seleucide.

Seleuco vide che una dozzina di cavalieri di Pergamo esibiva la testa di Antipatro conficcata in cima a una lancia di fronte a una rabbiosa fanteria siriana che osservava la smorfia mortale del generale ucciso con un misto di vergogna e timore. Seleuco, invece, non era eccessivamente preoccupato. La disputa per sapere chi sarebbe stato l'erede al trono si era appena decisa, risolvendosi definitivamente a suo favore. Sparito Antipatro, suo padre non avrebbe esitato a dichiararlo successore del regno di Siria e di tutti i territori seleucidi dall'Ellesponto fino all'India. In quella battaglia, almeno per lui, le cose si stavano mettendo bene. Ora per doveva darsi da fare e fermare l'avanzata della cavalleria del re di Pergamo, il quale, insieme alle turmae romane, si stava per lanciare contro di loro.
Seleuco si posizion di fronte ai suoi catafratti, tutti, cavalli e cavalieri, protetti da armature parziali che, a differenza di quelle degli altri catafratti che combattevano sull'altra estremit insieme a suo padre, li rendevano pi leggeri ma anche pi vulnerabili ai colpi nemici. Seleuco disponeva di pi cavalieri gallo-greci e di centinaia di guerrieri di fanteria leggera provenienti da tutti i confini dell'impero, ma non erano Siriani e non avrebbero lottato con la medesima dedizione, n avevano ricevuto lo stesso addestramento professionale e scrupoloso delle truppe che si esercitavano ad Apamea. Si trattava di una forza numericamente potente ma poco sicura se il nemico si fosse dimostrato tenace. Ma ormai Seleuco non aveva pi tempo per cambiare la disposizione delle truppe in quella terribile battaglia e decise di confidare nella superiorit numerica di cui disponeva. Ormai non c'era pi tempo per i ripensamenti.
Per Apollo e per tutti gli di! Alla carica!
E i catafratti lo seguirono. Ma la partenza fu lenta e quelli arrivarono al brutale scontro vicino alle file seleucidi con meno slancio. Fosse per la ferocia della cavalleria di Pergamo, consapevole del fatto che o vinceva quella battaglia o il suo regno sarebbe stato completamente sottomesso, o fosse perch i catafratti di Seleuco combattevano senza la stessa determinazione e indossavano protezioni troppo leggere che li rendevano pi agili ma decisamente meno invincibili, di fatto gli uomini di Seleuco cominciarono a retrocedere di fronte al selvaggio attacco dei cavalieri di Pergamo. Cos, in previsione del disastro, il figlio del re siriano abbandon l'avanguardia e and a situarsi in retroguardia, proprio dietro alla fanteria mercenaria che doveva difendere quel fianco dell'esercito. I catafratti leggeri e i cavalieri gallo-greci persero terreno e alla fine, senza il sostegno del loro generale, senza ricevere istruzioni e terrorizzati, batterono in ritirata allontanandosi dal campo di battaglia e disperdendosi nei dintorni della pianura di Magnesia. Molti di loro attraversarono il fiume per convertirsi in disertori e fuggitivi di un re che intuivano sarebbe stato sconfitto: per un mercenario era sempre pi conveniente salvarsi la vita e divenire disertore di un regno perduto piuttosto che un epico eroe morto in nome di un sovrano vinto che non avrebbe avuto l'energia, n i mezzi, per cercarlo, imprigionarlo e giustiziarlo. Quelli erano, inevitabilmente, lussi che solo i vincitori potevano permettersi.

Centro della battaglia. Avanguardia romana.

Silano gridava spostandosi da un estremo all'altro dei manipoli che si stavano incorporando all'avanguardia.
Per Giove, hastati dietro, principes al fronte, principes al fronte! Il tribuno cerc una posizione adeguata al centro della fila dei principes, strategicamente vicino al giovane Publio, e avanz con i nuovi manipoli verso la prima linea. Non era il momento di restare al centro. Sapeva che i legionari avrebbero esitato dopo aver visto come i velites e gli hastati avevano perduto terreno. Il tribuno era convinto che quando tutti avessero notato che lui stesso si posizionava in avanguardia, nessuno sarebbe indietreggiato, o per lo meno non prima che lui fosse stato ucciso. Silano raggiunse la prima linea e si ritrov di fronte alle appuntite e letali sarisse che miravano alle gole dei suoi uomini.
Pila in alto! grid, e tutti i centurioni ripeterono l'ordine.
Migliaia di legionari afferrarono uno dei loro pila col braccio destro e obbedirono.
Adesso, maledizione! Adesso, per tutti gli di! url Silano mentre lui stesso scagliava con una forza brutale il proprio pilum contro i guerrieri siriani. L'arma del tribuno vol in aria percorrendo un tragitto corto, essendo il nemico situato a soli pochi passi di distanza. Uno di quei Siriani comprese che quella lancia gli stava arrivando addosso e sollev lo scudo per proteggersi, ma la potenza del lancio del tribuno fu tale, e talmente precisa, che il pilum attravers lo scudo del soldato ferendolo, non mortalmente ma lacerandogli le vene e le arterie del braccio e della spalla e lasciandolo inabile per continuare a combattere. Non tutti i pila dei principes risultarono cos efficaci, ma generarono comunque abbastanza morti e feriti tra i nemici, cosa che permise, per lo meno, di arrestare temporaneamente la loro avanzata mentre questi si organizzavano per sostituire i guerrieri abbattuti.
Il pilum di Publio figlio rimase conficcato nella spalla di un nemico. Il ragazzo lottava furiosamente per tentare in tutti i modi di cancellare il disonore prodotto dalla propria cattura e, fino a quel momento, ci stava riuscendo dignitosamente. Silano lo teneva d'occhio notando che rispettava gli ordini dei centurioni e non abbandonava la prima linea. Il tribuno avrebbe potuto raccontare ottime cose su di lui all'Africano, se ne fosse uscito vivo.
Secondo pilum in resta! ordin Silano.
E brandendo la seconda arma, improvvisandola a lancia, i principes si lanciarono nuovamente all'attacco dell'apparentemente indistruttibile falange siriana. Silano sapeva che nemmeno quello sarebbe stato sufficiente. Avevano bisogno dei triarii, con le loro lunghe lance, la loro esperienza e il loro brutale coraggio per fermare quei maledetti Siriani. Ancora una volta, le sarisse provocarono una strage e ancora una volta si ordin di usare le spade per spezzare le lance nemiche. Ci furono moltissimi morti e feriti. Silano cerc con lo sguardo il giovane Publio, ma non lo trov.
Maledizione! Per tutti gli di! esclam, e corse verso il punto in cui lo aveva visto combattere l'ultima volta. Il manipolo di quella sessione del fronte si era nel frattempo disperso. Il centurione al comando giaceva morto al suolo, trapassato da una lunga sarissa. Almeno la sua morte non era stata vana. I principes di quel manipolo avevano aperto una breccia nella falange nemica attraverso cui alcuni di loro erano riusciti a passare, e tra questi vide Publio figlio. Ottenere una breccia rappresentava una grande conquista mentre si stava lottando contro una falange, per era anche un rischio poich, se la breccia non era abbastanza larga o se non si disponeva di abbastanza uomini per mantenerla aperta, poteva trasformarsi in una trappola mortale per coloro che attraversavano la linea nemica. Se i Siriani, infatti, fossero riusciti a richiuderla e a circondare il nemico impedendogli di ricevere aiuto, li avrebbero facilmente trafitti tutti con le proprie lance.
Silano si volt indietro. In quel settore non restavano quasi pi velites o hastati, dal momento che si trattava di un punto dove all'inizio della battaglia un elefante aveva fatto piazza pulita. E i triarii erano rimasti troppo indietro. Disponeva di un solo secondo per decidere che cosa fare. La falange si stava ricomponendo e il giovane Publio si trovava dall'altra parte.
Maledizione, per tutti gli di! Per Ercole, per Giove, siano maledetti tutti i Siriani di questo mondo! esclam, e si lanci dove avevano aperto la piccola breccia, attravers la linea della falange che si stava riorganizzando e immediatamente si ritrov in mezzo al piccolo gruppo di principes che, coraggiosi quanto folli, avevano penetrato la linea nemica.
Retrocedete! Retrocedete tutti! Subito! url il tribuno.
I legionari lo guardarono doppiamente sorpresi, sia per l'ordine sia per il fatto di ritrovarselo l. Il tribuno comprese il livello d'inesperienza con cui era costretto a misurarsi, proprio l, al centro del campo di battaglia, circondato da migliaia di nemici ansiosi di ristabilire la falange e massacrarli tutti.
La breccia  troppo piccola, la stanno richiudendo! Dobbiamo retrocedere, ora! Maledetti, retrocedete o sar io stesso ad ammazzarvi!
I legionari si guardarono alle spalle scoprendo di non avere pi compagni ma solo Siriani che stavano recuperando le sarisse cadute a terra e si riposizionavano senza nemmeno fare caso a chi si trovava sull'altro lato. I Siriani sapevano infatti che ci avrebbero pensato i Gallo-Greci a sbaragliare quel piccolo gruppo di legionari che avevano attraversato la falange. E infatti, decine di guerrieri nemici circondarono in pochi istanti il ridotto gruppo di principes e il tribuno veterano Silano.
L'esperto ufficiale che aveva combattuto a Zama non aveva per alcuna intenzione di morire l, circondato da quegli odiosi Gallo-Greci, mentre i Siriani richiudevano la falange. Silano si scagli furente contro i nemici che stavano recuperando le sarisse e ne abbatt due prima che i guerrieri seleucidi potessero rispondere. Intanto da dietro stavano sopraggiungendo i Gallo-Greci, freschi e riposati, ansiosi di cominciare a combattere. Erano i mercenari del re Antioco e non vedevano l'ora di legittimare la propria paga uccidendo quanti pi Romani possibili tra coloro che erano stati capaci di aprire una breccia nella falange del re.
Copritemi le spalle! grid Silano, e il giovane Publio insieme a una decina di legionari si lanci contro i Gallo-Greci per permettere che il tribuno continuasse la sua lotta personale contro i Siriani.
Una mezza dozzina di soldati seleucidi lasciarono perdere il recupero delle sarisse e sguainarono le spade per affrontare il tribuno. Silano sorrise. Odiava quelle armi micidiali.
Con la spada. Perfetto biascic tra i denti.
Due Siriani gli si avvicinarono contemporaneamente da due lati opposti. Rapidissimo, lui brand la spada e con grande destrezza fer quello proveniente da destra, si chin per evitare il colpo che arrivava dall'altro soldato a sinistra, si gir su se stesso e lo colp a una gamba. Il soldato nemico si pieg, ma Silano non fece in tempo a finirlo perch sopraggiunse il Siriano dall'altra parte, anche se ferito gravemente, con la bocca piena di sangue. Il tribuno riusc a conficcargli la spada nel petto e a finirlo, mentre l'altro ferito gi gli si stava avventando contro. Nel frattempo di fronte a lui avanzavano altri due nemici. Silano estrasse la spada dal petto del Seleucide e la brand con forza per parare i colpi che sopraggiungevano dal davanti, mentre con l'altra mano, liberatosi dello scudo, sfoderava il suo pugio e lo conficcava nel collo del Siriano che di lato, barcollando, tentava ancora di battersi contro di lui. Il tribuno s'inginocchi, rotol a terra recuperando lo scudo e si ritrov tra i due Siriani appena sopraggiunti. Rimase inginocchiato proteggendosi con lo scudo dai loro colpi e ferendoli alle gambe. Riusc a risollevarsi spingendo via con forza uno dei nemici che gli si era lanciato sopra lo scudo per stenderlo a terra. I guerrieri feriti insistevano, braccandolo da dietro e dal davanti, ma esitavano a lanciarsi nuovamente contro quel Romano che pareva imbattibile.
Poco pi in l, i legionari erano impegnati in un violentissimo corpo a corpo contro i Gallo-Greci nel quale cadevano feriti o morti da entrambe le parti.
Il giovane Publio aveva appena colpito due soldati ma aveva ricevuto lui stesso una ferita alla coscia sinistra. Tuttavia si trattava di un taglio superficiale e poteva continuare a combattere, anche se era impossibile evitare di perdere terreno. Publio si volt, vedendo che il tribuno era riuscito ad abbattere due Siriani ma altri due lo circondavano e altri due ancora gli si stavano avvicinando. Il ragazzo non esit un istante. Il tribuno aveva bisogno di aiuto per ritornare verso le legioni, sull'altro lato della falange. Come un cinghiale in corsa, si lanci contro i due guerrieri barcollanti e assest due colpi mortali alle gole squartando loro la giugulare.
Silano lo intravide e tir un sospiro di sollievo. Era il momento. Gli altri due stavano esitando.
Ora! Seguitemi tutti! Per Ercole, seguitemi! E, senza voltarsi indietro, si scagli contro la falange non ancora del tutto ricomposta, mancando i guerrieri che lo avevano appena attaccato, e si apr il passo a spintoni con il proprio scudo, sorprendendo i guerrieri nemici che non si aspettavano di trovare sopravvissuti tra quel gruppo che aveva attraversato la linea.
Il giovane Publio e i sei legionari seguirono rapidamente il tribuno e, in quelli che furono gli istanti pi interminabili della loro vita, riuscirono a fuggire dalle linee nemiche e a raggiungere l'avanguardia delle legioni di Roma.
I principes della prima linea romana, non appena riconobbero l'uniforme del tribuno, aprirono un varco per far entrare Silano, Publio e gli altri. Questi, finalmente al sicuro, si fermarono e appoggiarono le mani sulle cosce per recuperare il fiato, quando Silano li raggiunse infuriato.
Per tutti gli di! Ma cosa pensavate di fare? Credete di essere gli unici a voler vincere questa battaglia? Maledizione! E si raschi la gola sputando a terra. Acqua! Ho bisogno di acqua, per Ercole! url mentre si toglieva l'elmo.
Un inserviente gli port un otre pieno e un mestolo che il tribuno ignor gettandosi direttamente l'acqua sulla testa, scrollandosela poi come un lupo appena uscito da un fiume e bevendone un sorso dal recipiente. Poi pass l'otre agli altri, che ne tracannarono abbondantemente, mentre lui continu a parlare, ora pi calmo.
A ogni modo, avete lottato bene; anche se siete stati dei folli, a cominciare da te, Publio Cornelio Scipione, vi siete battuti coraggiosamente. Adesso per dovrete seguire i miei ordini. Riposatevi un momento, poi tornate alla linea di combattimento. Il tribuno si risistem l'elmo in testa, lo allacci forte e s'incammin verso l'avanguardia che continuava a cedere terreno contro la falange siriana. Allora! Perch cedete terreno? lo udirono gridare ai principes. Chi sto facendo combattere, uomini o bambine? E i principes si fecero di lato per permettere al tribuno di raggiungere la prima linea, sguainare nuovamente la spada e spezzare in due una lunga lancia nemica, evitandone un'altra che gli stava raggiungendo la gola. Maledette sarisse!

Ala sinistra romana.

Domizio e Gracco avevano raggruppato accanto al fiume Frigio i cavalieri sopravvissuti alla terribile serie di scontri contro i catafratti di Antioco. La cavalleria corazzata del re di Siria era micidiale. A distanza, attendendo una nuova carica del nemico, che poteva essere l'ultima e annientarli tutti definitivamente, i due ufficiali guardavano i catafratti passare sopra ai feriti delle turmae romane che si trascinavano al suolo tentando inutilmente di sfuggire alla macchina mortale di Antioco.
Dovremmo ritirarci nell'accampamento, sperando che ci seguano propose Domizio.
Ma se lo facciamo  molto probabile che il re siriano decida di dimenticarsi di noi e di dirigersi verso la retroguardia del nostro esercito. Il nostro obiettivo  quello di trattenere i catafratti il pi a lungo possibile ribatt Gracco.
Domizio lo guard ammirato. Il nemico politico di Scipione era disposto a mettere in pericolo la propria vita molto oltre l'immaginabile, per attenersi al piano del suo grande avversario a Roma.
Gracco guard da una parte all'altra. Alle loro spalle c'era il fiume Frigio, non troppo profondo ma difficile da attraversare ed eccessivamente paludoso lungo la riva in cui si trovavano. Davanti a loro avanzavano gli indistruttibili catafratti. Guard Domizio e indovin i suoi pensieri.
Scipione  un mio nemico politico, per le battaglie non si vincono mettendoci in mezzo questioni personali. Publio Cornelio Scipione  di fatto un grande generale e il suo  un ottimo piano d'attacco. Qui la politica non c'entra, e ora non siamo in Senato ma di fronte ai catafratti d'Asia. Dobbiamo seguire il piano e trattenere i catafratti qui.
Domizio assent. Inspir ed esal un profondo sospiro.
Quella che stai proponendo  una devotio sentenzi aggiustandosi l'elmo che si era tolto un momento per far prendere aria alla testa, forse per l'ultima volta in vita sua. Una devotio era il sacrificio supremo che un generale poteva compiere: morire combattendo per mantenere una posizione, salvare l'onore e andare all'inferno coperto di gloria per il servizio reso allo Stato.
Gracco neg con la testa.
No rispose deciso. I catafratti continuavano ad avanzare. Non c'era tempo per le spiegazioni. Dovevano sbrigarsi. No, Domizio. Ho molto rispetto per la devotio, ma in tal caso il nostro suicidio si consumerebbe troppo presto e, di conseguenza, sarebbe inutile. Se proprio dobbiamo morire non dovr essere lanciandoci contro il nemico. Sarebbe poetico ma non porterebbe beneficio alla battaglia. Non resisteremmo pi di un minuto. No. Il fiume. E segnal alle sue spalle il margine sinistro del Frigio. Ripieghiamo al bordo dell'acqua. Portiamo la battaglia l, proprio sulla sponda.
Gneo Domizio Enobarbo si volt verso il fiume, vide la sua sponda paludosa, osserv nuovamente il pesante procedere dei catafratti, torn a guardare Gracco e annu ammirato. Quello s che poteva funzionare.

Ala destra dell'esercito seleucide.

Il re Antioco si erigeva compiaciuto dall'alto del proprio cavallo nero. La fortuna stava abbandonando la cavalleria romana su quell'ala dell'esercito nemico. Li vide raggrupparsi, come bambini spaventati, sulla sponda del fiume Frigio. I suoi catafratti continuavano ad avanzare decisi, infaticabili, inarrestabili, verso quella che sarebbe stata l'ultima resistenza della cavalleria romana che aveva osato sfidarli.
Per Apollo, andiamo a far fare un bel bagno a questi Romani! grid il re, e i suoi ufficiali, molti cavalieri della guardia reale e la agema scoppiarono a ridere fragorosamente.

Ala sinistra romana. Raggruppamento della cavalleria accanto al fiume Frigio.

Domizio e Gracco si separarono per andare a condurre ognuno a un'estremit i trecento cavalieri sopravvissuti alla battaglia in quel lato dell'esercito. Domizio vide i catafratti avvicinarsi alle loro posizioni e guard Gracco; questi gli fece un cenno con la testa e i due lanciarono contemporaneamente l'ordine di retrocedere verso il fiume.
Retrocedete! Per tutti gli di, fate in modo che i cavalli indietreggino verso il fiume!
E i cavalieri, confusi, obbedirono. Erano stanchi di combattere contro un nemico invincibile che non lasciava loro respiro. Non sapevano cosa stesse accadendo nel cuore della battaglia, ma temevano che la situazione fosse simile ovunque in quella pianura e che presto sarebbero morti tutti; nonostante ci, mantennero la disciplina, essendo l'unica cosa nella quale poteva ancora albergare la speranza. Tirarono le redini e, grazie all'abilit acquisita in lunghe sessioni d'addestramento, riuscirono a far obbedire i cavalli e a farli retrocedere fino a che le loro zampe non sprofondarono nella melma della sponda del fiume.
Ancora! Retrocedete ancora! insistette gridando Gracco dall'altra estremit della formazione. Dovete far entrare i cavalli nell'acqua!
In breve, tutti i cavalli furono nel fiume, fino a bagnare le ginocchia di chi li montava. Il fluire dell'acqua era tranquillo e la corrente non era pericolosa, ma sarebbe stato difficile combattere da quella posizione. I cavalieri non comprendevano cosa sperassero di ottenere i loro tribuni da quella manovra disperata.
I catafratti si trovavano a soli cento passi di distanza. Uno dei loro ufficiali sguain la spada e centinaia di cavalieri nemici lo imitarono all'unisono. Il rumore che provocarono fu tale da sembrare un gigantesco coltello che fendeva l'aria, gi impregnata dell'odore del sangue romano. Era l'ultimo segnale prima della sconfitta totale. I catafratti erano a soli settanta, sessanta, cinquanta passi; a quaranta passi i cavalli dei catafratti avvertirono che i loro zoccoli sprofondavano nel pantano e improvvisamente si ritrovarono incapaci di avanzare, immobilizzati dal peso delle loro armature e di quelle dei cavalieri che trasportavano. Era impossibile procedere oltre in mezzo al fango della sponda del fiume.
Adesso! Per Giove, per la vittoria, per Roma! grid Tiberio Sempronio Gracco, e i trecento cavalieri si lanciarono contro i catafratti, molto pi numerosi e meglio protetti rispetto a loro ma immobilizzati dalla riva del fiume, quindi impossibilitati a spostarsi e a schivare i colpi che cominciarono a sopraggiungere da parte dei Romani. Le armature erano possenti, ma a forza di colpi alcune cedettero e l'acqua del fiume cominci a tingersi non solo del sangue romano ma anche di quello siriano, e a riempirsi di piccoli pezzi provenienti da quei rivestimenti spaccati. Quel compito era tuttavia infinito. Avevano abbattuto pi di duecento catafratti, un risultato inimmaginabile fino a un attimo prima, ma ne restavano ancora molti, troppi, e quello sforzo continuava ad apparire inutile. Anche se, questo era da riconoscere, in quell'ala sinistra dell'esercito romano la battaglia continuava: l, in mezzo al fango, loro lottavano ancora.
Nel frattempo il re Antioco aveva chiuso la bocca e il sorriso era scomparso dal suo volto. I catafratti non potevano combattere lungo il fiume. Il monarca, che era superbo ma non stupido, decise di riorganizzare l'attacco delle proprie truppe.
Che i catafratti tornino sulla terra asciutta! La mia guardia, la agema di Siria, si prepari a entrare in combattimento!
E la cavalleria corazzata seleucide si ritir, umiliata da quello stratagemma dei Romani che li aveva costretti a combattere goffamente, inutilmente, per poi essere rapidamente rimpiazzati dalla cavalleria leggera della guardia personale del re. La agema era composta da pi di mille cavalieri, pi che sufficienti per annientare una volta per tutte l'ultima resistenza romana in quel settore della battaglia. Le guardie del re si addentrarono nel fango del fiume e ora le due parti avversarie possedevano la medesima capacit di movimento, ma i Siriani erano molti di pi. Ogni cavaliere romano era costretto a combattere contro due o tre cavalieri nemici contemporaneamente, e c'era chi, grazie all'esperienza e all'incredibile tenacia, vi riusciva, come Domizio e Gracco, ma molti altri non arrivavano a tanto e cadevano dai cavalli trafitti da lance mortali al petto, alla schiena, su braccia e gambe, al collo, o dappertutto contemporaneamente.
Il fiume Frigio era completamente rosso. Era solo questione di tempo prima che non un solo cavaliere romano rimanesse in vita.
Domizio, messo alle strette dall'attacco dei cavalieri della guardia reale di Antioco, si vide obbligato a retrocedere addentrandosi ancora pi profondamente nel fiume. Arriv il momento in cui il suo cavallo, come molti altri dei suoi compagni, cess di avanzare sulle zampe e cominci a nuotare. I cavalieri della agema, che non avevano ricevuto l'ordine di attraversare il fiume, a quel punto si fermarono. Domizio cap che quella era l'unica possibilit per salvarsi la vita e tir le redini per indirizzare il cavallo fino all'altra sponda. I suoi uomini lo imitarono e in poco tempo centinaia di cavalieri romani riemersero dalla riva opposta del Frigio. Sull'acqua fluttuavano centinaia di cadaveri, mentre sull'altra sponda alcuni catafratti si battevano ancora intrappolati nel fango a causa delle loro pesanti armature, con i cavalli che riuscivano a malapena a muovere le zampe. Poi lo sguardo di Domizio cadde su Tiberio Sempronio Gracco che, insieme a un piccolo gruppo di cavalieri, continuava a lottare a met del fiume, circondato da una comitiva di cavalieri del re Antioco. Quello doveva essere un punto meno profondo perch, pur essendo al centro del fiume, i cavalli appoggiavano le zampe e il combattimento era violento e brutale.
Domizio vide Gracco battersi come un leone contro quattro cavalieri della agema, lanciando colpi furiosi con il suo gladio e intanto proteggendosi dagli attacchi nemici con lo scudo. Intorno a lui, i Romani che lo accompagnavano cadevano uno dopo l'altro in quell'acqua rossa densa di morte. Tutto sembrava preannunciare la fine. Domizio ammir la resistenza dimostrata dal suo collega e la tenace lotta condotta contro il nemico che lo accerchiava, e pens di andare a soccorrerlo, lui e i pochi cavalieri sopravvissuti che accompagnavano il coraggioso tribuno, ma improvvisamente i guerrieri siriani furono cos tanti che la figura di Gracco spar per un momento, e quando, forse per effetto della corrente del fiume, alcuni nemici si spostarono di qualche passo, riappar la solitaria figura del suo cavallo, senza alcuna traccia del cavaliere. Domizio torn ad addentrarsi nel fiume e lo stesso fecero i suoi, tutti cercando con lo sguardo il corpo senza vita del valoroso tribuno, ma non si vedeva altro che corpi girati di schiena galleggianti e acqua densa di fango e di sangue che, senza dubbio, aveva trascinato anche le viscere senza vita di Tiberio Sempronio Gracco.

7. LA LETTERA DI GRACCO.
Roma
Dicembre del 190 a.C.

Cornelia si assicur che nessuno potesse disturbarla nella sua stanza. Chiuse la porta con attenzione e ci appoggi contro una sella. Non tanto per impedire che qualcuno entrasse ma per udire il rumore nel caso fosse successo e avere il tempo di nascondere il suo segreto.
La ragazza prese una piccola chiave da un ripiano su cui si trovavano vecchi giocattoli dell'infanzia che ancora conservava e la introdusse nella serratura di un cofanetto portagioie. Lo apr, tolse tutti i gioielli l riposti regalateli dai genitori, poi appoggi le sue sottili dita sui lati interni, togliendo con le unghie le pareti di stoffa del contenitore fino a che il ripiano inferiore cedette, quindi lo estrasse scoprendo il doppio fondo. Quel cofanetto era stato un acquisto personale di Cornelia, comprato durante una delle sue uscite al Foro Boario, prima della vicenda dei gladiatori. Lo aveva voluto proprio per l'esistenza del suo doppio fondo, che l'artigiano le aveva mostrato con un sorriso di complicit. Dall'interno di questo, la ragazza tir fuori alcune piccole schedae arrotolate, che dispieg con attenzione. Proprio come aveva fatto lei, ingegnandosi nonostante l'opposizione dei genitori, a scrivere e a far pervenire una lettera a Tiberio Sempronio Gracco, cos anche lui le aveva fatto arrivare, non si sa come, un messaggio di risposta che Cornelia aveva trovato un giorno riposto in quel contenitore celato, depositato l senz'altro da qualche schiava, e che aveva gelosamente conservato. Dal giorno di quella scoperta, la giovane aveva passato molte serate, nella solitudine della reclusione all'interno della domus di suo padre, a rileggere pi e pi volte le parole dell'unico uomo di sua conoscenza capace di burlarsi della vigilanza alla quale lei era sottoposta dopo i fatti accaduti al Foro Boario.
Stimata Cornelia Minore
Ti ringrazio per la lettera che mi hai fatto recapitare e mi auguro di averla compresa nella giusta misura, poich immagino che non sia stato affatto semplice inviarmi quel messaggio senza essere scoperta. Ho tardato nella mia risposta perch speravo di poterla comunicare di persona, ma mi  stato impossibile. Tuo padre mi ha vietato di avvicinarmi alla sua casa e in qualunque luogo pubblico tu sei sempre circondata da vigilanti. Non lo incolpo per questo. Se io avessi una figlia e ritenessi che una certa relazione  inadeguata per lei, agirei allo stesso modo. Nonostante tutto, sono contento di averti protetta al Foro Boario e anche se proprio questo intento  stato la causa dell'incremento della protezione verso la tua persona, alimentato dall'inimicizia di tuo padre nei miei confronti, so che almeno la tua sicurezza  ottimamente cautelata. Anch'io vorrei che in futuro le nostre famiglie potessero superare le avversit politiche che le separano, ma lo ritengo assai improbabile. La prossima campagna in Asia sar lunga e complicata, e temo che, al di l della sua conclusione, sia tuo padre che tuo zio la utilizzeranno per ampliare il loro potere in Senato. Proprio l  dove io non posso cessare di condividere con Catone l'adeguato contrappeso che evita alla famiglia Scipione di raggiungere la via verso la monarchia. So che ti  impossibile essere di questa stessa opinione per la tua cieca fede nell'onorabilit e nel patriottismo di tuo padre, cosa che rispetto. Dimostri di essere una buona figlia e una buona patrizia. Per nessuno  immune dalla vanit prodotta dal successo continuativo, e chiunque, in queste circostanze, pu cadere vittima della seduzione del potere permanente. Ma  meglio lasciar perdere queste questioni poich non potremo mai trovarci d'accordo. L'obiettivo di questa lettera  il mio riconoscimento del tuo sforzo nel voler ringraziare l'umile servizio che ti ho prestato con la mia pi leale volont presso il Foro Boario. Ora devo partire per l'Asia e le campagne militari sono sempre incerte, non so se avremo l'opportunit di comunicare ancora, quindi non voglio perdere questa occasione per dirti che grazie alla tua lettera ora so che, se morir in battaglia, non porter con me l'odio da parte di tutti gli Scipioni, cosa che non ho mai desiderato nonostante le mie azioni lo abbiano generato. Prometto di tentare di ritornare vivo dall'Asia e cercare un modo affinch le nostre famiglie possano, per il bene di Roma, riconciliarsi. Forse un giorno tu e io potremo parlare con tranquillit di ci che desideriamo, anche se non dovessimo essere d'accordo su quasi nulla.
Tiberio Sempronio Gracco,
Tribuno di Roma
Cornelia ripieg con cura la lettera. La introdusse nello scompartimento segreto del portagioie e richiuse a chiave il piccolo cofanetto. Chiuse gli occhi. L'Asia era talmente lontana... E lei si sentiva cos sola. Aveva paura. Suo padre, che amava anche se si negava di obbedirgli, e Gracco, un uomo che la affascinava e allo stesso tempo la ripugnava, erano partiti insieme per combattere quella guerra nonostante si odiassero tanto. Era impossibile che dall'Asia potesse derivare qualcosa di buono.

8. LA FINE DELLA BATTAGLIA.
Pianura di Magnesia
Dicembre del 190 a.C.
Ala destra romana e di Pergamo.

Respinta la carica dei carri sciti e sbaragliata la cavalleria nemica, Eumene decise che era arrivato il momento di far avanzare la propria fanteria, che situ davanti alla cavalleria e alla quale ordin di caricare quel marasma di guerrieri cappadoci, curdi, elamiti, tralli, cari, cilici, neocreti e tarantini. Il re di Pergamo vide che Seleuco ordinava l'avanzata di quattromila Pisidi, Panfili e Lici, riconoscibili per le loro caetra o scudi circolari. Eumene ordin allora ai suoi arcieri e frombolieri di lanciare vari attacchi contro quelli, i cui piccoli scudi non rappresentavano sufficienti protezioni contro una persistente pioggia di dardi.
E cos fu.
Dopo una decina di lanci, il re assistette alla disgregazione delle file dei guerrieri nemici che cadevano feriti o morti a centinaia.
Adesso! ordin Eumene, e la sua fanteria avanz contro l'ormai disorganizzata avanguardia seleucide.
Nel frattempo gli arcieri, mescolati ai soldati che avanzavano, non cessavano di tirare frecce sulle file nemiche infliggendo loro perdite sempre pi numerose. Tra i morti e i feriti, lo sconforto prese il sopravvento nell'animo dei guerrieri del fianco sinistro dell'esercito seleucide, cos che, quando la fanteria di Pergamo raggiunse la prima linea scontrandosi con i Pisidi, i Panfili e i Lici sopravvissuti, non ci volle molto per finirli tutti. Dopo di che, i Neocreti, i Tralli e gli altri guerrieri dell'ala sinistra seleucide si presentarono con un fronte pi duro, per Eumene sapeva di poter contare ora sul vantaggio della superiorit numerica della cavalleria, alla quale ordin di dividere il fianco dei mercenari avversari approfittando del fatto che l'Ermo, proprio in quel punto, si apriva allontanandosi dalla battaglia e permettendo ai suoi di disperdere facilmente la fanteria nemica.
In quel momento il re di Pergamo comprese che, senza alcun dubbio, i generali romani che comandavano quell'esercito avevano scelto strategicamente i luoghi in cui combattere e, anche se non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce, dentro di s li ringrazi.

Ala sinistra dell'esercito seleucide.

Seleuco, vedendo la cavalleria di Pergamo dividere il fianco, consapevole di non avere pi catafratti o altri cavalieri a disposizione per fermare quell'attacco, decise di organizzare una ritirata pi ordinata possibile verso il centro del campo di battaglia, difendendo il fianco nel suo ripiegamento per evitare che la falange venisse sorpresa e cedesse terreno al nemico. Chiam uno dei suoi uomini e diede precise istruzioni.
Cerca Minione e Filippo e di' loro che la cavalleria nemica sta sopraggiungendo da questo fianco. Di' che... che attendo le loro istruzioni. Gli cost non poco pronunciare quelle ultime parole. Ma non aveva intenzione di rimanere l ad aspettare le decisioni di Minione e Filippo.
Seleuco volt il suo cavallo e, seguito da pochi cavalieri, corse via, scomparendo nelle profondit di un impero che stava crollando.

Centro della battaglia. Falange siriana.

Il messaggero di Seleuco aveva appena comunicato le sue parole a Minione e Filippo. I due generali si guardarono senza rispondere, ma entrambi pensarono la stessa cosa. Circondati dal fragore della battaglia, con le legioni romane che resistevano alla carica della falange e con il fianco sinistro in ritirata, la rabbia stava prendendo il sopravvento. Minione si allontan di qualche passo dal messaggero e Filippo lo segu.
Il figlio del re  un... cominci Minione esasperato, ma senza trovare il coraggio di terminare la frase.
Un imbecille concluse Filippo.
Minione lo guard e sospir; quella frase rappresentava un tradimento, ma erano soli e la confidenza gli infuse maggior sicurezza.
Che cosa facciamo? chiese Filippo.
Dobbiamo proteggere il fianco che abbiamo perduto, questo  chiaro, rispose Minione per non possiamo fidarci molto degli uomini di Seleuco. E gli elefanti si sono innervositi. La falange  l'unica arma certa di cui disponiamo. Io ripiegherei la falange sulle ali e formerei tre fronti, uno centrale e due laterali. Se le cose dovessero mettersi male la falange potrebbe ricostituirsi in un blocco. Nel centro posizioneremo gli uomini di Seleuco, che serviranno da rinforzo dove la falange dovesse cedere, e anche gli elefanti, sperando che si tranquillizzino. Se riusciremo a resistere abbastanza, e credo che potremo farlo, il re non tarder a ritornare con i catafratti per attaccare i Romani dalla retroguardia. Quello sar il momento buono per lanciare gli elefanti e gli uomini di Seleuco contro le legioni. Se riusciamo a resistere possiamo ancora vincere la battaglia.
Filippo mosse affermativamente la testa guardando a terra. Aveva ascoltato con attenzione.
S,  la cosa migliore conferm. Vado a comunicarlo al messaggero e organizzer gli elefanti al centro.
D'accordo. Io mi occuper del ripiegamento della falange.

Centro della battaglia. Avanguardia romana.

I principes cominciavano a cedere. Silano vide che il console non aveva intenzione di far entrare i triarii in combattimento, cos fece l'unica cosa che poteva fare: ordin agli hastati e ai velites sopravvissuti di sostituire i legionari della prima linea. Ci permise a Publio figlio e ai suoi compagni di ritirarsi, abbeverarsi e riprendere fiato prima del prossimo turno.
Silano, tuttavia, rimase interdetto. Era come se gli hastati e i velites, nel loro rincorporarsi dopo la pausa, spingessero la falange indietro, specialmente sulle ali. Il tribuno corrug la fronte. Il figlio di Scipione gli arriv accanto in cerca di acqua. Silano non pot trattenersi: aveva bisogno di condividere quel pensiero, soprattutto con il figlio del grande Africanus.
Ragazzo, adesso s che questa battaglia assomiglia a Zama. Tuo padre ...  un dio; non so come abbia fatto, ma  un dio. Si sta replicando Zama. Al momento nessuno ci ha ancora attaccato dai fianchi, anzi, l le truppe nemiche stanno ripiegando. Non so cosa sia successo, ma non m'importa. Tuo padre malato vale pi dell'intero esercito dell'Asia. Ah, ah, ah! Andiamo, ragazzo! Andiamo a eliminare ci che rimane dell'esercito siriano. Dobbiamo restituirgli il brutto tiro che ci hanno giocato prima nella breccia. Attacca con odio, ragazzo, ma muoviti con intelligenza. Seguimi.
E Silano interruppe il riposo dei principes ordinando loro di attaccare le ali delle falangi che sembravano ritirarsi. In una battaglia era fondamentale approfittare delle buone opportunit.

Retroguardia romana.

Dal centro della battaglia Silano non aveva possibilit di avere una visuale completa sulle manovre del nemico. Intanto, Lucio Cornelio Scipione, concentrato, studiava il ripiegamento della falange nemica.
Non  una ritirata disse Marco, il proximus lictor, intuendo che il console attendeva un'opinione.
No, non lo sembra rispose il console, ancora assorto in ci a cui stava assistendo, per stanno ripiegando, e ci ci favorisce. Questo alzer il morale dei legionari.
Certo, mio generale, ma...
Ma...? domand il console senza voltarsi.
Mio generale, devono essere sfiniti, quelli in prima linea. Voglio dire... io credo...  solo la mia opinione, mio generale.
Lucio annu, sorrise e appoggi la mano sulla spalla di Marco per dimostrargli che era d'accordo.
Hai ragione, Marco. Hai ragione. Adesso  il nostro turno. Che le trombe annuncino che i triarii entrino in combattimento.  arrivato il momento che le sarisse si scontrino con un avversario alla loro altezza.  il nostro turno.
Lucio Cornelio Scipione indoss l'elmo, lo allacci bene, si assicur di avere la spada ben sistemata nella guaina e, mentre le trombe trasmettevano l'ordine, scese da cavallo per andare a situarsi in piedi davanti ai triarii. Voleva dirigere personalmente quello che doveva essere il loro attacco finale. Sempre che i catafratti non facessero ritorno. Aveva pensato di mantenere i triarii di riserva se ci fosse accaduto, ma ora si doveva rischiare. O tutto o niente. Se i catafratti fossero tornati troppo presto, per loro sarebbe stata la fine, ma se avessero tardato... se avessero tardato non avrebbero pi potuto aiutare la loro falange.
Lucio Cornelio sfoder la spada e, avanzando verso il cuore della battaglia, la fece roteare con la mano di 360 gradi disegnando nell'aria un grande, invisibile ma perfetto circolo che tutti i suoi ufficiali seppero interpretare con certezza: un console della famiglia Scipione entrava in combattimento.

Retroguardia dell'esercito seleucide.
Una collina
Ma perch fare una cosa tanto stupida? grid Annibale esasperato. Era fuori di s. Gli elefanti della retroguardia non servono pi a nulla. Cosa aspettano a lanciarsi contro il nemico? Li circonderanno, Maarbale, li circonderanno e quelli si lasceranno trafiggere come frutti maturi! Il generale guardava il suo leale ufficiale come chi desidera che gli si dica che sta sbagliando, ma Maarbale non seppe cosa rispondere. Non voglio vedere altro disse Annibale. Non voglio vedere altro. E si volt, con le braccia sui fianchi e negando pi e pi volte con la testa. Poi torn con lo sguardo alla battaglia e lanci l'ultima domanda. E i catafratti? Per Baal! Qualcuno ha visto quei maledetti catafratti? Qualcuno ha visto dov' finito il re Antioco?
E tutti gli uomini del generale scrutarono l'orizzonte oltre la battaglia, strizzando le palpebre per proteggersi dal sole che cominciava a calare, ma nessuno vide nulla. Il re si era allontanato all'inseguimento della cavalleria romana lungo il corso del fiume Frigio e alcune colline impedivano di scorgere cosa stesse succedendo in quella zona, oltre la pianura di Magnesia.

Prima linea di combattimento romana.

Lucio organizz la sostituzione dei velites, principes e hastati che erano stati comandati da Silano con gli esperti triarii. Dopo poco, i legionari pi veterani si trovarono a combattere contro le terribili sarisse, ma anche i Romani impugnavano lunghe lance fatte costruire appositamente per affrontare la falange siriana, e quelle, manovrate dalle loro abili mani, riportarono lo scontro alla pari, con la differenza per che mentre i triarii erano freschi, i Siriani erano sfiniti dopo ore di combattimento.
Lucio si trovava dietro alla prima linea di attacco, protetto dai suoi lictores. Era soddisfatto per quella manovra ma voleva ottenere di pi e pi rapidamente. I catafratti potevano tornare in qualunque momento, sarebbero stati in grado di annientare la cavalleria romana e doveva terminare quella battaglia il prima possibile.
Dov' Eumene? domand
L, mio console rispose Marco indicando a circa duecento passi di distanza, dove il re di Pergamo comandava dal proprio cavallo le truppe che si erano arrestate per lasciare il passo ai triarii.
Lucio part a tutta velocit e dopo pochi istanti raggiunse Eumene. Il re non smont nemmeno da cavallo per ascoltare il console. Lucio percep la sua arroganza ma non era il momento di fare l'offeso, soprattutto con chi stava combattendo bene per Roma.
Ho lasciato avanzare i triarii, ma i miei uomini vogliono continuare a combattere! Vogliamo che quei Siriani vengano abbattuti il prima possibile! disse il re.
Lucio assent. Quel sovrano era orgoglioso e forse troppo petulante per i suoi gusti, ma lasci correre.
Porta la tua fanteria nella retroguardia siriana. Questo la costringer a chiudersi. I miei uomini con le loro aste li circonderanno sulla prima linea frontale e sui lati del blocco, per senza attaccare.
Senza attaccare? Il re pareva nervoso. Agit le redini e il suo cavallo scalpit.
Ascolta, non attaccheremo fino a quando gli arcieri non avranno lanciato tutte le loro frecce al centro del blocco. Gli elefanti saranno in mezzo. Se li tempestiamo di frecce si innervosiranno e provocheranno il caos all'interno della formazione siriana. A quel punto attaccheremo tutti contemporaneamente. E questa sar la fine per Antioco.
Il re di Pergamo non sembrava del tutto convinto. Avrebbe preferito un attacco in piena regola in quel momento. Temeva che il ritorno dei catafratti potesse mandare tutto a monte. Lucio, allora, inghiott l'orgoglio e gli si avvicin, fino a sentire il respiro del cavallo del monarca sulla pelle.
 un'idea di mio fratello, di Publio Cornelio Scipione.  la cosa migliore da fare, credimi.
Il re di Pergamo fiss i suoi occhi neri sul console di Roma.
 un'idea dell'Africanus?
S.
Credevo fosse malato.
Lo , ma nel caso fosse accaduto quello che sta realmente accadendo, questo era il suo piano.
Il re rimase attonito e smont da cavallo. L'animale, ottimamente addestrato, rest immobile al suo posto anche dopo che il sovrano ebbe lasciato andare le redini.
L'Africano aveva previsto che sarebbe capitato tutto questo?
Lucio assent.
Eumene cominci a comprendere perch Roma fosse cos potente da potersi permettere di combattere contro eserciti tanto forti come quello di Antioco e lontano dai propri confini.
Se l'Africano aveva previsto tutto, la cosa migliore  seguire i suoi consigli. Si volt, rimont a cavallo e si rivolse al console un'ultima volta mentre riafferrava le redini. Faremo ci che hai detto, per invier duecento cavalieri a coprire la nostra retroguardia.
Lucio annu. Non era una cattiva idea.

Centro dell'esercito seleucide.

Gli elefanti erano ancora nervosi. Filippo gridava agli addestratori di tranquillizzare quelle enormi bestie, ma ci non sembrava bastare. Non si trattava solo del fragore della battaglia che li circondava, ma soprattutto della pioggia di frecce che era appena cominciata a cadere. Filippo, protetto dagli scudi dei suoi uomini, si salv dalla prima ondata, ma i dardi non cessavano di arrivare e, tra i tanti, uno gli si conficc nella spalla.
Per Apollo! gemette, e cadde in ginocchio. Due uomini continuarono a proteggerlo con i propri scudi. Dov'... Minione? domand il generale mentre le frecce continuavano ad arrivare. Si liber bruscamente di un soldato che tentava di aiutarlo. Per tutti gli di, corri a dire a Minione di attaccare o moriremo tutti!
In quel preciso momento un'altra ondata di giavellotti lanciata sulla falange uccise i due soldati che lo stavano proteggendo, un elefante barr e, isterico per il dolore delle ferite, si lanci furioso contro i soldati elamiti e curdi che lo circondavano, calpestando gambe, teste e costole umane man mano che avanzava verso la retroguardia della falange. Il generale Filippo, ferito, mentre un abbondante fiotto di denso sangue sgorgava dalla sua spalla, si alz nel vedere che altri elefanti stavano reagendo allo stesso modo. Era un completo disastro.

Prima linea di combattimento romana.

I triarii obbedirono all'ordine e avanzarono contro la falange, ma, per il momento, si limitarono a mantenere la posizione. Dietro di loro migliaia di arcieri tiravano frecce incessantemente, mentre i principes, gli hastati e i velites lanciavano i loro giavellotti senza sosta. Era una raffica continua che trovava una scarsa replica da parte di un nemico che aveva non poche difficolt dietro le file della falange. All'improvviso, proprio di fronte a dove si trovava il console, emerse un elefante che travolse i soldati siriani posizionati sulla retroguardia. La gigantesca bestia calpest due soldati e ne invest una mezza dozzina con le zanne mentre si contorceva per il dolore, avendo la pelle trafitta da frecce e lance, e corse via spaventata con l'ingenua speranza di sfuggire a quella sofferenza mortale causata dalle ferite disseminate sul suo corpo.
Gli elefanti! Colpite gli elefanti mentre rompono la falange! ordin Lucio, e i legionari smisero di lanciare in direzione della falange per concentrarsi sulle teste dei pachidermi che giungevano da ogni parte, mentre la falange si scomponeva sempre di pi.
Gli animali, che arrivavano gi feriti a morte, non poterono resistere per molto e, tra i pila scagliati da hastati, principes e velites e le lunghe lance che i triarii conficcavano nei loro ventri, si piegavano e cadevano di lato schiacciando tutto ci che si trovava sotto di loro, soprattutto gli arcieri e i guerrieri siriani che li montavano.
Ora! Contro la falange! url Lucio furente, e Silano ed Eumene, dai lati opposti della battaglia, lanciarono il segnale di attacco gridando a loro volta.
I triarii avanzarono allora contro una falange disordinata e piena di brecce provocate dalla folle corsa degli elefanti moribondi. La resistenza era ormai troppo debole e i Siriani perdevano terreno senza quasi riuscire a opporsi ai triarii, i quali, dopo aver conficcato tutte le loro lance nei corpi dei nemici, cominciarono a brandire le spade spaccando le ultime sarisse ancora puntate contro di loro, simboli di un vago ricordo del potere che fino a poco tempo prima l'esercito di Antioco aveva esibito, combattendo corpo a corpo contro dei guerrieri feriti e ormai sconfitti, lasciati a loro stessi, con Filippo finito calpestato da un elefante e Minione che si trascinava sul suolo ferito a morte da una mezza dozzina di frecce conficcate nella schiena.
Il massacro sistematico e minuzioso dell'esercito siriano cominci con la parsimonia con cui Roma era solita eseguire i lenti finali delle sue grandi battaglie. I triarii aprirono la marcia e dietro di loro i legionari dell'esercito consolare e i guerrieri di Pergamo si scagliarono sui feriti per il colpo di grazia, prendendosi, soprattutto gli uomini di Eumene, tutto il tempo per torturare alcuni feriti che ai loro occhi rappresentavano il potere che li aveva oppressi per decenni e che adesso, finalmente, era stato definitivamente annientato.
Le parti si erano rovesciate e i soldati di Pergamo vollero godersi quel momento, simbolo della fine del grande dominio egemonico del potente Antioco III di Siria. Era tutto finito. Era il momento che Pergamo governasse sull'Asia Minore.

Retroguardia seleucide. Una collina.

Annibale sospir. Era l'unica cosa che poteva fare.
Scipione aveva previsto che sarebbe stato uno stupido a comandare i Siriani, e cos  stato. Mi auguro almeno che sappia che io non ho alcuna responsabilit. Questo mi dorrebbe pi dell'esilio.
Maarbale rispose convinto.
Sono sicuro che Publio Cornelio Scipione e suo fratello sappiano chi governava l'esercito seleucide.
 probabile. E Annibale alz le spalle. Magnesia faceva gi parte del passato.
Discese la collina pensando a come organizzare il suo futuro, considerando che se il mondo aveva ancora un futuro, questo sarebbe stato governato da Roma per molti anni ancora.

9. IL RITORNO DEL GRANDE RE.
Magnesia
Dicembre del 190 a.C.

Antioco agitava le braccia tentando di infondere energia ai suoi catafratti, ma i cavalli erano esausti dopo la lunga battaglia e la lunga distanza percorsa mentre venivano inseguiti dalla cavalleria romana. Il re sapeva che, avendo i suoi cavalieri corrazzati gi annientato i Romani su quell'ala, ora sarebbe stato fondamentale tornare il prima possibile al centro della battaglia per caricare contro la retroguardia nemica rimasta scoperta, ma i catafratti potevano procedere solo al passo. Il re, ormai al culmine dell'esasperazione, decise di precedere i suoi e spron il suo cavallo nero lanciandosi prima al trotto, poi a un veloce galoppo. Dietro di lui, come una saetta, partirono i cavalieri reali della agema. Anche la fanteria d'appoggio acceler la marcia a un passo leggero che permetteva, per lo meno, di avanzare davanti ai catafratti.
Dobbiamo superare quelle colline ripeteva tra s e s Antioco mentre si allontanava dal fiume Frigio e si distanziava sempre pi, seguito dalla agema e dal rallentato procedere dei catafratti.
Dopo pochi minuti, che per sembrarono eterni - non si capacitava di quanto si fossero allontanati dal campo di battaglia -, raggiunse il suo obiettivo, ma lo spettacolo che si ritrov di fronte scendendo dalla collina non era quello che aveva sperato di vedere: l'esercito romano non era pi l vicino ma aveva attraversato la pianura e adesso combatteva contro un gruppo di guerrieri caotico e confuso, senza formazione alcuna, proprio dove prima si era trovato il suo magnifico esercito imperiale. Sulla destra s'intravedevano decine di carri sciti rovesciati e un mare di cadaveri, testimoni del completo fallimento della carica di Antipatro. Non c'era traccia della cavalleria di Seleuco, n della sua cospicua fanteria. E, come se non bastasse, dov'erano finiti la falange e gli elefanti guidati da Filippo e Minione?
Dove... dov' il mio esercito? fu ci che domand il grande re secondo quanto avrebbero riferito gli ufficiali della agema anni dopo, quando non sarebbero pi stati al servizio del sovrano e l'impero si sarebbe indebolito rispetto alle potenze emergenti di Pergamo, Rodi e altri alleati di Roma. Dov' il mio esercito? ripet la domanda, incredulo. Dov' il mio esercito? grid disperato Antioco III di Siria con le lacrime agli occhi.
Le sue domande si confusero nella brezza di un vento che soffiava da sud e che pareva essersi portato via tutto.

10. IL RITORNO DAL FIUME FRIGIO.
Magnesia
Dicembre del 190 a.C.
Dopo la grande battaglia.

Gracco riemerse dal fiume ricoperto di fango e di sangue, mezzo morto, trascinandosi fuori a fatica, pieno di ferite su gambe, braccia e petto e con la corazza distrutta. L, sulla sponda, perse i sensi e cadde al suolo, respirando ancora, senza poter pensare a nulla, lasciando che il sangue del suo corpo scivolasse nel Frigio o che le ferite cicatrizzassero all'aria. Dopo un tempo incalcolabile, apr gli occhi. Si guard intorno. Non sapeva da che lato del fiume si trovasse, n per quanto tempo fosse rimasto l, quasi annegato, steso a terra come un coccodrillo egizio al sole. Si tast le ferite. Molti tagli, una ferita pi profonda al petto, ma nulla di mortale. Si sollev e scrut l'orizzonte. Non aveva percorso molti metri nuotando. A circa mille passi riconobbe i cadaveri dei suoi vecchi compagni. Si trovava sulla sponda in cui aveva avuto luogo il combattimento contro i catafratti prima e contro la agema dopo. Non si vedeva anima viva. Il sole era pi debole. Stava tramontando. In lontananza si udiva il fragore di una battaglia. Non era ancora finita. Non sapeva cosa fosse successo al centro dell'esercito dove combattevano le legioni romane, n cosa ne fosse stato dei carri sciti e del resto dei nemici sull'altra ala.
Tiberio Sempronio Gracco si alz e, alquanto malridotto, cominci a camminare in direzione della battaglia. Era un soldato di Roma ed era ancora vivo. Se il combattimento stava continuando, era suo dovere reincorporarsi all'esercito consolare.
Gracco si trascin attraverso le colline che lo separavano dal campo di battaglia. Gli doleva tutto il corpo e si sentiva debole. Si ferm e alzando appena lo sguardo localizz un solitario masso ai piedi dell'ultima collina. Un buon posto per sedersi e riposare un momento. Non sapeva se si stava dirigendo verso la morte o la vittoria. Dopo quello che era capitato alla cavalleria che comandava, riteneva pi probabile la prima ipotesi. Avrebbe voluto riprendere il cammino ma non aveva abbastanza forze. Pens che in ogni caso non c'era fretta. Se stavano vincendo, lo avrebbero fatto anche senza di lui. Se stavano perdendo, non era in condizioni per essere d'aiuto, si sarebbe rivelato solo un inutile ferito d'intralcio all'esercito. Meglio rimanere l e aspettare.
Quelle colline si trovavano a met strada tra l'accampamento e il fronte della battaglia: chiunque fosse tornato dalla battaglia, vittorioso o vinto, sarebbe passato di l e lo avrebbe visto.
Pass cos circa un'ora senza che avvenisse nulla, ma il fragore della battaglia si era ridotto progressivamente mentre il sole continuava a calare, fino a che la sua ombra apparve come quella di un gigante curvato dal dolore e dalla sconfitta. Poi cominciarono ad apparire i primi legionari di Roma diretti all'accampamento. Si trattava di principes e hastati, la maggior parte di loro molto giovani, completamente ricoperti di sangue, per le loro risate e i loro canti facevano supporre che si trattasse di sangue nemico. Inoltre erano carichi di lance, spade, pugnali, corazze e cotte di maglia. Era il tipo di ritorno che significava la vittoria.
Tiberio Sempronio Gracco non pot evitare di sorridere.
Legionari! Legionari! esclam.
Gli hastati sguainarono immediatamente i loro gladii, ma i principes, pi esperti, riconobbero subito l'uniforme e il pennacchio dell'elmo del tribuno e si interposero tra lui e i giovani legionari.
Sono Tiberio... Tiberio Sempronio Gracco disse, anche se gli cost una fatica enorme pronunciare ogni parola. Abbiamo vinto?
Un signifer che trasportava, oltre a uno stendardo, una montagna di armi strappate ai Siriani abbattuti, fu il primo a rispondere.
Una grande vittoria, tribuno. E, rivolgendosi agli altri, url la prima cosa che gli venne in mente. Chiamate il medico!
Una vittoria? Gracco non pareva del tutto convinto, anche se il comportamento di quei legionari indicava esattamente il successo ottenuto; eppure il disastro subito nella sua ala non avrebbe potuto presagire null'altro che una totale sconfitta.
Una vittoria schiacciante, tribuno precis il portatore di insegne inginocchiandosi di fianco a Gracco e offrendogli una ciotola d'acqua.
Il tribuno la prese di buon grado e bevve senza distogliere lo sguardo dal signifer. Quello muoveva la testa affermativamente per convincerlo del tutto.
Una vittoria disse infine Gracco pi persuaso, accettando quella verit che lo circondava da ogni parte, dal momento che dal fronte continuavano a sopraggiungere legionari, contenti, felici, alcuni feriti, ma tutti a testa alta, orgogliosi di ci che avevano ottenuto.
Molti di loro si raggrupparono l vicino al masso, dove si erano fermati gli hastati e i principes, curiosi di sapere il motivo di quella tappa. Giunse allora il grosso della truppa, con i triarii in testa, e davanti a loro Lucio Cornelio Scipione, console di Roma, accompagnato da Silano ed entrambi scortati dai dodici lictores consolari. Il re di Pergamo era rimasto sulla pianura, con lo scopo di assicurarsi che il re Antioco non tentasse alcun tipo di sorpresa con le esigue truppe che gli rimanevano. Il console non aveva intenzione di lasciare la bench minima possibilit di replica, n che quella magnifica vittoria potesse essere rovinata da qualche episodio negativo. In ogni caso, i soldati di Pergamo erano quelli pi smaniosi di finire i feriti siriani.
A tutto ci stava pensando Lucio Cornelio Scipione quando vide che le truppe avevano rotto la formazione e si erano radunate intorno a un uomo ferito, ai piedi delle colline.
Il console si diresse in quel punto e i lictores gli aprirono rapidamente il cammino, mentre i legionari, grati a quel generale che li aveva condotti alla vittoria e rispettosi verso il console che li aveva condotti sostituendo cos bene l'imbattibile Africanus, si facevano da parte. Silano, che accompagnava Lucio Cornelio, fu il primo a rendersi conto di chi fosse il tribuno ferito.
 Gracco! esclam stupefatto. Per Castore e Polluce,  Gracco, mio generale!
Lucio aveva lasciato nella retroguardia Domizio Enobarbo e i pochi sopravvissuti che avevano fatto ritorno dall'ala sinistra. Era stato lo stesso Domizio a descrivergli lo stratagemma di Gracco presso il fiume Frigio e di come avessero intrappolato nel fango i pesanti catafratti; ma gli aveva anche assicurato che Gracco, l'uomo di Catone in quell'esercito, era caduto e che, con ogni certezza, era stato ucciso dai cavalieri della agema siriana. E ora, improvvisamente, Gracco si materializzava di fronte a loro, ricoperto di sangue ma vivo, seduto su una roccia, mentre parlava con i legionari che tornavano dal fronte.
Lucio si posizion di fronte al tribuno. Con stupore di tutti, Tiberio Sempronio Gracco, ferito, debole, insanguinato e sudato, appoggi la mano destra sulla roccia e si alz in piedi.
Tiberio Sempronio... Sempronio Gracco, mio console. I miei uomini sono caduti in combattimento. Forse qualcuno di loro  sopravvissuto, insieme a Domizio Enobarbo. Non lo so. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, mio generale. Poi, quasi con ironia, aggiunse un'ultima frase, una frase che pronunci con estremo piacere. Mi auguro di aver prolungato il combattimento sull'ala sinistra per il tempo sufficiente, console di Roma.
Lucio lo guard senza occultare l'ammirazione nello sguardo, mantenendo per una certa distanza, non solo per via del rango che li separava ma soprattutto per l'avversit esistente tra le due famiglie e per l'appoggio dei Semproni a Catone. Era un momento complicato: erano circondati da legionari, e Gracco, pur essendo un nemico politico, aveva combattuto con grande coraggio.
Hai seguito scrupolosamente gli ordini, Tiberio Sempronio Gracco. Hai agito bene e ti sei meritato i torque. Anche Enobarbo  sopravvissuto aggiunse Lucio a voce alta e chiara portando con s qualcuno dei suoi. Era l'unica cosa che poteva dire per limitare un poco l'incredibile successo ottenuto da Gracco sopravvivendo ai catafratti.
Appoggi la mano sulla spalla destra del tribuno, poi si volt e sollecit che facessero chiamare immediatamente Attilio, il medico delle legioni.
Lucio ripart da quel luogo seguito da Silano e scortato, come sempre, dai lictores. Nella sua mente c'era spazio per un solo pensiero. Suo fratello Publio aveva pianificato ogni cosa alla perfezione, aveva previsto tutto con una precisione quasi divina: la capacit di Eumene di contrastare l'attacco dei carri sciti e della fanteria e cavalleria di Seleuco sull'ala destra, la forza delle legioni nel battersi contro la falange siriana, il modo di affrontare gli elefanti e, soprattutto, l'allontanamento dei catafratti dal centro della battaglia. Publio aveva calcolato ogni dettaglio, tranne il fatto che Tiberio Sempronio Gracco, contro ogni pronostico, proprio come era accaduto quando era stato inviato a negoziare con Filippo di Macedonia, era sopravvissuto. E non solo questo: avrebbe fatto ritorno dall'Asia e partecipato al grande trionfo a Roma in veste di eroe. Publio aveva voluto sconfiggere Antioco e allo stesso tempo, per motivi personali, provocare la morte di Gracco, ma questi sarebbe tornato a Roma pi forte che mai.
Gli Scipioni avevano ottenuto molto da quella vittoria, ma Catone, il maledetto Catone, pure. E ci sarebbe pesato in futuro. La cosa peggiore, pens Lucio la cosa peggiore  doverlo riferire a Publio.

11. CORACESIUM.
Coracesium, costa occidentale dell'Asia Minore
Gennaio del 189 a.C.

Coracesium era un'enclave portuale situata su un promontorio roccioso che si addentrava nel mare generando una baia naturale nella quale le navi erano protette dalla furia degli di del mare. Dopo il disastro di Magnesia e di fronte al rifiuto del re Antioco di dargli udienza, Annibale si era diretto in quella citt, rifugio di tutti i pirati della regione.
Dobbiamo abbandonare l'Asia, e subito aveva detto a Maarbale dopo la sconfitta a Magnesia. Antioco, presto o tardi, non solo ceder ai Romani i suoi territori ma consegner anche noi. Non ci faremo usare come moneta di scambio.
Ma dove potremmo andare? aveva chiesto Maarbale visibilmente preoccupato, poich le opzioni, dopo la vittoria di Roma, si erano considerevolmente ridotte.
Esistono ancora dei nemici di Roma, e molti; e quanto pi il suo potere crescer, pi nemici sorgeranno. Adesso per, fino a quando non troveremo un sovrano che abbia il coraggio di accoglierci, Coracesium  la meta pi vicina e pi sicura.
Coracesium  un baluardo di pirati.
Esattamente, Maarbale, senza alcun governo che la diriga. Anche se formalmente apparterrebbe all'impero di Antioco, da anni sono i pirati a possedere la citt. Andremo a Coracesium. Invia un messaggio ad Antiochia perch i nostri uomini portino l Imilce. Prima partiamo, meglio sar per noi.
Le mura della citt si estendevano lungo tutto il promontorio roccioso che si apriva sul mare. La baia era affollata di navi di ogni tipo e provenienza: di mercanti romani, rodiani, egizi, macedoni e perfino cartaginesi. Tutte sequestrate dai pirati. La vista di quelle cartaginesi fer non poco Annibale e i suoi uomini. Tutti loro sapevano che in altri tempi, quando Cartagine possedeva una potente flotta militare, nessuno, tantomeno i pirati, avrebbe osato attaccare dei mercanti punici. Le navi l attraccate non erano altro che una dimostrazione aggiuntiva della debolezza che ormai caratterizzava Cartagine. Eppure, allo stesso tempo, tutto ci riaccese nell'animo di Annibale, Maarbale e del centinaio di uomini che li accompagnavano il desiderio di continuare a lottare per recuperare la gloria dei tempi passati. In quel momento, tutto sembrava perduto, per Annibale era ancora vivo e, fintanto che lo fosse stato, tutti loro nutrivano la speranza che il corso della storia si sarebbe invertito ancora una volta.
Annibale si present direttamente nel cuore della baia, in un molo in cui si riunivano decine di capitani pirati dell'Egeo e dell'Ellesponto. Maarbale aveva eseguito bene la sua missione. Per prima cosa aveva ottenuto che una dozzina di veterani viaggiasse fino ad Antiochia e facesse ritorno, pochi giorni dopo, a Coracesium scortando Imilce; poi era riuscito a organizzare un incontro con uno dei pirati pi potenti della regione.
Non appena giunsero all'appuntamento, il pirata si separ dal resto della comitiva e condusse Annibale e Maarbale in una piccola casa situata vicino ai moli. I veterani punici rimasero nel porto per custodire le propriet che il generale aveva portato con s, tra le quali spiccava un pesante carico di statue dalle quali Annibale non si separava mai, e per proteggere Imilce e alcune donne di varie condizioni che accompagnavano il gruppo di esiliati. Alcuni pirati, con sguardi avidi, osservavano i tesori del generale punico, mentre altri, con occhi ricolmi di lussuria, studiavano il corpo delle donne che li accompagnavano, ma nessuno di loro os attaccare gli uomini che avevano combattuto mille battaglie e che potevano essere capaci, se solo lo avessero voluto, di prendere possesso della baia. Meglio lasciare in pace quei guerrieri che sembravano appartenere a un altro mondo, ad altri tempi, e continuare a vivere di ruberie e saccheggi di navi senza protezioni, condotte da gente onesta, poco incline alla violenza e quindi facile da piegare, catturare e vendere come schiavi.
Nel frattempo, all'interno della piccola casa, il capitano raggiunse un accordo con Annibale.
Una nave equipaggiata che vi conduca tutti a un porto sicuro?  possibile, certo, se si possiede abbastanza denaro...
Il denaro non ci manca rispose Annibale seccamente. Per voglio meno equipaggio possibile. I miei uomini mi basteranno. Imbarcher solo il minimo necessario dei tuoi marinai. Solo quelli che serviranno per fare ritorno a Coracesium. Se questi uomini mi causeranno dei problemi non esiter a buttarli in mare e a tenermi la nave.
Il pirata si reclin indietro sulla sua poltrona. Quella risposta non gli era piaciuta affatto.
E chi mi dice che non lo farai in ogni caso?
Te lo dice Annibale, che non  un pirata. Inoltre ti pagher profumatamente, quindi questa sar l'ultima delle tue preoccupazioni. Ci che invece dovrebbe preoccuparti  quello che i Romani decideranno di fare con questa citt, ora che le truppe di Antioco si stanno ritirando oltre le montagne del Tauro.
I Romani non riusciranno mai ad avere il controllo dell'Asia Minore rispose il pirata con la sicurezza dettata dalla superbia.
Annibale sorrise.
Spero che tu abbia ragione, capitano. Dov' la nave?
Prima voglio vedere l'oro.
Il generale non si scompose. Affond le mani sotto il mantello ed estrasse due, tre, quattro borse di pelle che appoggi sul tavolo che li separava. Il pirata ne apr una e ne rovesci il contenuto. L'inconfondibile suono metallico di decine di monete d'oro echeggi nella stanza.
Riceverai uno scrigno colmo di monete come queste.  sufficiente? domand Annibale.
Il pirata apr tutte le borse di pelle ottenendo per ciascuna lo stesso risultato.
 sufficiente disse. Dove dovr arrivare la nave?
Questo lo riveler ai tuoi uomini solo quando saremo in alto mare.
Ma i miei uomini me lo riferiranno comunque, quando faranno ritorno. Che senso ha nasconderlo?
Per quando i tuoi uomini saranno tornati, se sapranno sopravvivere alle tempeste e ad altri pirati come te, io sar gi lontano dal luogo in cui sar sbarcato. Preferisco guadagnare tempo. Chi mi assicura che non mi tradirai vendendomi a uno dei miei nemici?
Il capitano rimase in silenzio per un istante, poi sorrise e infine scoppi a ridere.
Portaci il vino! grid a una donna che si trovava alle sue spalle. Oggi abbiamo guadagnato un bottino che ci durer parecchie settimane.
Annibale bevve una coppa tutta d'un sorso, poi usc dalla casa in direzione del molo. Maarbale lo segu da vicino.
Salperemo non appena sar pronta la nave disse il generale. Questo luogo  pericoloso.
Maarbale esit prima di formulare la domanda, poi finalmente si decise.
Dove andremo?
Annibale continu a procedere lentamente, facendo attenzione a non far trasparire il suo nervosismo ai pirati che li circondavano, quindi rispose a bassa voce.
Andremo a Creta, nella parte pi lontana, la regione sud-occidentale dell'isola.  un altro rifugio di pirati. La zona orientale e quella centrale, in particolare Cnosso, sono sotto il controllo di Rodi, quindi alleati di Roma, per quella occidentale era la base della flotta di Nabide di Sparta.
S, per Nabide  morto un paio di anni fa.
 vero, ma nessun altro si  ancora impossessato dei porti di quella regione di Creta. Roma ha dovuto concentrare la sua flotta nell'Egeo e lasciar perdere i pirati di Nabide. Inoltre, si tratta di un territorio montagnoso, e adesso dobbiamo pensare a nasconderci. Da l, invier messaggeri in vari regni in cerca di un luogo migliore, un luogo dal quale potremo riprendere la nostra guerra contro Roma. Ho alcune idee al riguardo, soprattutto per l'Asia.
E perch non andiamo direttamente in un luogo pi sicuro, senza passare da Creta?
Perch dobbiamo aspettare di vedere con chi decidono di allearsi i vari regni. Ci sar chi scender a patti con Roma e chi con Pergamo e Rodi, a seconda delle concessioni territoriali che saranno offerte dopo l'obbligata ritirata di Antioco. In ogni caso, da tutta questa riorganizzazione territoriale emergeranno sovrani che si sentiranno defraudati da Roma. Tra questi ultimi troveremo i nostri futuri alleati, ma ora non possiamo fare altro che nasconderci e attendere con pazienza. Nasconderci e attendere. Questa guerra non  ancora terminata.

LIBRO secondo. IL PROCESSO A SCIPIONE.
Anni 189-184 a.C.
(anni 565-570 dalla fondazione di Roma)

Bubus medicamentum. Si morbum metues, sanis dato salis micas tres, folia laurea III, porri fibras III, ulpici spicas III, alii spicas III, turis grana tria, herbae Sabinae plantas tres, ruta folia tria, vitis albae caules III, fabulos albos III, carbones vivos III, vini S. III.
[Medicamento per buoi. Temendo che i buoi si ammalino, in precauzione darai ai sani tre grani di sale, tre foglie di lauro, tre fibre di porro, tre spicchi d'upiglio, tre capi d'aglio, tre grani di incenso, tre vette d'erba sabina, tre foglie di ruta, tre pampini di vite bianca, tre baccelli di fava bianca, tre carboni ardenti, tre sestarii di vino.]
MARCO PORCIO CATONE, De Re Rustica, Capitolo LXXI
Altera manu fert lapidem, panem ostentat altera.
[Tiene in pugno una pietra e ti offre con l'altra mano un boccone di pane.]
PLAUTO, Aulularia, 195

12. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (Libro VI)

Sono molte le parole che mi si affollano nella mente quando penso a Marco Porcio Catone, ma voglio che queste memorie, scritte durante il mio esilio e dopo la mia sconfitta politica a Roma, siano pi obiettive possibili e non frutto della rabbia e del rancore provati. Voglio essere giusto con Catone. Dopo aver superato i primi mesi d'ignominia, in un esilio umiliante per me e per tutta la mia famiglia, dopo aver meditato a lungo sull'insistenza con cui Catone ha combattuto contro tutto ci che non rispecchiava la sua antiquata visione della tradizione di Roma, ho concluso che il suo attacco nei miei confronti, seppur sostenuto e incoraggiato dal risentimento verso la mia persona, nella sua essenza non sia stato puramente personale. Ci lo rende ancora pi temibile. Ha seminato il timore, a Roma, che io ambissi a restare console in modo permanente e mi convertissi in un dittatore o re, certo di conoscere la forma governativa adeguata per il futuro di Roma. Questa megalomania che crede di vedere in me non  altro che l'ombra della sua stessa intransigenza, il riflesso della cieca credenza che il suo modo di vedere le cose sia l'unico giusto per Roma. Se  vero che le nostre divergenze politiche si sono tradotte in affronti personali, soprattutto durante la sua carica di quaestor delle mie legioni in Sicilia e Africa, il suo odio nei miei confronti  sempre stato rafforzato dalla convinzione che eliminare, e non solo sconfiggere, ma annientare completamente il nemico rappresenti una forma di giustizia. Infatti, se esamino le sue azioni in altri ambiti,  facile riconoscere che con me non si  comportato in modo diverso da come ha agito rispetto ad altri che ha affrontato. Basti pensare a come ha agito in Hispania. L, dove io ero riuscito a ottenere accordi con molti dei capi delle trib iberiche e celtiche, lui ha portato solo guerra e distruzione, attraverso un percorso che ha completamente eliminato la politica di alleanze che mio padre e mio zio avevano cominciato al nostro arrivo in quei territori. Tutto ci ha inevitabilmente generato in Hispania una tale ostilit verso Roma, una tale enorme avversione che durer per decadi, forse secoli. Talvolta mi  capitato di commentare in privato, con alcuni amici che sono venuti a trovarmi a Liternum, questa mia impressione su Catone. Alcuni hanno accettato la mia idea che la sua avversit continua nei miei confronti sia solo una parte dell'attacco che rivolge a tutto ci che si oppone alla sua personale visione delle cose; ma altri hanno ribadito che le sue azioni sono mosse da un puro sentimento di vendetta personale dopo la morte di Fabio Massimo e che se ha sgretolato la rete di alleanze in Hispania  stato per distruggere ci che io avevo iniziato a costruire anni prima e non certo per portare beneficio a Roma. Forse  realmente cos. Ormai non credo che si possa pi dimostrare cosa ha mosso davvero i suoi attacchi contro di me in tutti questi anni. L'unica cosa certa  che io ho perduto. Chi, come me, ha vinto molte volte e conosce bene il dolce sapore della vittoria, sa riconoscere altrettanto bene quello amaro della sconfitta. Nessuno ha osato dichiararlo pubblicamente, ma so che molti pensano che se avessi permesso a Gaio Valerio di uccidere Catone quella notte, mentre cenavamo a Siracusa, tutto sarebbe andato diversamente. In quel momento giudicai inammissibile e tantomeno non necessaria una tale azione.  incredibile quanto ci si possa sbagliare nella vita.
C' stato un momento in cui ho creduto di essere immune dai complotti di Catone. E invece era lui ad avere il coltello dalla parte del manico: dopo il mio trionfo celebrato a Roma, io mi ritenevo troppo potente per finire nella trappola sua e dei suoi alleati; ma non lo pensavo con l'idea di oppormi a loro, bens con la pace d'animo di chi si crede in salvo dai nemici. E non c' errore peggiore che sottovalutare la capacit di reazione dell'avversario. In battaglia non l'ho mai permesso, ma nell'ambito della politica di Roma non ho fatto abbastanza attenzione. Catone rompeva alleanze che io creavo in terre straniere con altri popoli, disfacendo parte delle mie conquiste, e io, intanto, accecato dalle manovre del mio implacabile nemico, non mi accorgevo che nel frattempo stringeva nuove alleanze per lasciarmi solo, senza protezione e vulnerabile all'interno del cuore stesso di Roma: nel Senato.
Inoltre devo ammettere che Catone possiede una caratteristica che compensa la sua presunta minor dose d'intelligenza rispetto al mio grande nemico del passato, Fabio Massimo: Catone  la persona pi tenace che esista a Roma. Lo si pu sconfiggere pi e pi volte ma  impossibile distruggerlo; lui attende, e attende, con una pazienza letale, e quando meno te lo aspetti ti restituisce tutti i colpi ricevuti in una volta sola, con una freddezza e una crudelt che gelano lo spirito. Cos  Catone. E questo ha fatto con me.
D'altro canto, i problemi all'interno della famiglia non mi aiutarono certo a difendermi dagli attacchi del censore di Roma. Il rapporto con Emilia si era deteriorato gi prima che portassi con me Aret dall'Asia. Mio figlio si manteneva distante, convinto ancora una volta di avermi deluso, e io fui incapace di fargli cambiare opinione. Ci allontanavamo l'uno dall'altro sempre di pi, senza nemmeno rendercene conto. Con mia figlia maggiore, sposata, parlavo poco e la vedevo sempre meno, mentre Cornelia Minore, dopo aver saputo delle mie intenzioni riguardo a Gracco a Magnesia, mi evitava intenzionalmente. Suppongo che, in tali condizioni, fu normale per me rifugiarmi in Aret.
(Devo ricordarmi di correggere queste annotazioni ed eliminare alcune cose. Non voglio che Emilia venga ulteriormente ferita da queste mie memorie. Lei non ha colpa delle mie debolezze. La verit  che se l'avessi ascoltata forse avrei potuto risolvere il problema con Catone ed evitare le sue terribili conseguenze.)
Devo procedere con ordine. La lotta politica contro Catone dopo la campagna in Asia ebbe varie fasi e alcune le vinsi io. Il popolo fu sempre dalla mia parte, per Roma  molto pi complessa del popolo in s. Catone fu abile nel manovrare tutti i segreti del governo di Roma, tutte le sue istituzioni. Comprese che solamente un attacco combinato di diversi organismi alla volta poteva piegarmi. In quanto stratega, ancora oggi non posso che ammirare la sua tattica politica. In quanto cittadino di Roma in esilio, guardo alla sua vittoria con profondo timore. In quanto individuo, vivo con tristezza il tradimento di Roma. Da questo momento in poi riferir i fatti in ordine cronologico, senza soffermarmi a commentare i successi che condussero alla sconfitta di Annibale, anche se torner a parlare pi dettagliatamente di lui nell'ultimo libro di queste memorie; della sua vita e di come rovin la mia esistenza e quella di tutta la mia famiglia. Ma ora torniamo ai giorni del trionfo dopo la vittoria su Antioco.

13. LA VITA PRIVATA DI PUBLIO.
Elea, Asia Minore
Gennaio del 189 a.C.

Publio ascoltava emozionato il racconto del fratello. Era seduto sul letto, in una stanza della casa in cui alloggiava a Elea, imbacuccato in un paio di coperte e sudato. La febbre per fortuna continuava a scendere e lui, fosse perch la malattia stava passando, fosse perch il resoconto della vittoria di Magnesia gli stava infondendo una grande energia, si sentiva decisamente meglio. Di fronte a Publio, seduto su una sella, Lucio proseguiva con la sua narrazione.
Tutto  andato come avevi previsto, fratello. Antioco non ha seguito i consigli di Annibale, di questo siamo certi: non ha utilizzato gli elefanti come avanguardia nell'attacco, n ha saputo approfittare della superiorit della sua cavalleria.
S, soprattutto questo conferm Publio. Annibale non ha mai sprecato la cavalleria, mai. Per la battaglia di Magnesia non  stato ascoltato, per nostra fortuna. Quindi ci sono solo buone notizie, non  cos?
Lucio esit un istante prima di rispondere.
In verit alcune cose non sono andate esattamente come previsto.
Publio non domand nulla, si limit a mantenere lo sguardo fisso sul fratello. Fino a quel momento - volendo assicurarsi che le sue condizioni fossero buone prima di trasmettergli tutte le notizie - Lucio aveva omesso la vicenda di Gracco, ma era arrivato il momento di rivelarla.
Gracco  sopravvissuto. Di fronte all'incredulit nell'espressione di Publio, il console si sent in dovere di spiegare tutti i fatti. Non chiedermi come, ma  sopravvissuto. Enobarbo ci ha assicurato che ha sempre mantenuto la posizione con coraggio, e non solo: a quanto pare, la sua resistenza contro i catafratti lo ha convertito in una specie di eroe agli occhi dei legionari. Gracco torner da questa campagna coperto di onori, pi potente di quando  partito concluse con rammarico.
Non importa replic Publio. Pu darsi che ritorni pi forte, ma anche noi avremo un grande trionfo, Lucio. Il Senato non potr negarcelo, non dopo aver messo in fuga l'intero esercito di Antioco. Gracco sar anche diventato pi potente di prima, ma noi, fratello, noi due, ora siamo intoccabili.
Un bagliore speciale, un brillio vivido e intenso nelle pupille di Publio riemp Lucio di orgoglio e di forza.
Hai ragione, fratello. Poche famiglie hanno procurato a Roma tante vittorie e conquiste come la nostra.
Esatto, Lucio. Esatto. Ora siamo i pi potenti di tutti. Non m'importa di Gracco. Forse l'Asia  servita almeno a fargli capire che non dovr mai pi avvicinarsi a mia figlia.
S, credo che questo lo abbia capito.
E il ragazzo? domand Publio levandosi una coperta di dosso e come chi chiede qualcosa per distrazione, come se la risposta non fosse di vitale importanza.
Silano ha assicurato che ha combattuto valorosamente, anche se insieme a un piccolo gruppo di folli ha tentato di aprire una breccia nella falange nemica e Silano stesso si  trovato costretto ad accorrere a salvarlo. Per ha combattuto coraggiosamente. A Lucio dispiacque aver pronunciato quelle frasi in una maniera che poteva aver messo in cattiva luce il nipote. Da come gli era uscita di bocca, il ragazzo passava per un mentecatto, ma ormai era tardi per correggersi.
Avventato come sempre disse Publio con il volto serio e le labbra serrate, riflettendo un istante prima di continuare. Prima si lascia catturare dal nemico, poi si mette di nuovo in pericolo durante la battaglia. Lucio, il ragazzo mi ha profondamente deluso in questa campagna. Una pausa pi lunga accompagn il silenzio del fratello, fino a che Publio aggiunse le sue ultime considerazioni. Se non fosse stato figlio mio, Annibale o i Siriani lo avrebbero ammazzato e Silano non avrebbe rischiato tanto per salvargli la vita. Se non fosse stato figlio mio, sarebbe morto due volte. E sospir scrollando la testa, afflitto.
Lucio pens di ribattere ricordando al fratello che lui stesso, il grande Africanus, era stato salvato da Lelio in passato, presso il fiume Tesino, ma poi decise che era meglio non aprire una discussione mentre Publio era ancora convalescente. Ci sarebbe stato tempo durante il viaggio di ritorno per parlare del giovane Publio.
Proprio in quel momento imbarazzante per entrambi, entr la giovane Aret portando dei panni puliti inumiditi di acqua fresca con cui lavare il generale; nel vedere che Publio non era solo, la ragazza si volt immediatamente per uscire di nuovo dalla tenda.
Non andartene ordin Scipione con fermezza, e la giovane schiava torn indietro, si situ di fronte al letto del generale, si inginocchi e cominci a strofinargli i panni sulle braccia mentre i due uomini riprendevano a parlare.
Bene, questo  tutto, fratello continu Lucio. Ho anticipato le legioni, ma presto saranno qui, a Elea, e allora potremo organizzare il viaggio di ritorno il pi rapidamente possibile. Le negoziazioni di pace con Antioco sono cominciate. Non dubito che accetter di ritirarsi oltre la catena montuosa del Tauro con ci che gli rimane del suo esercito. Per dimostrare le sue buone intenzioni ci ha fatto pervenire uno scrigno contenente cinquecento talenti d'oro, come anticipo dei futuri pagamenti d'indennizzo per le spese di guerra disse mentre osservava il modo gentile con cui la ragazza passava quei panni sulle braccia nude del fratello. Non lo stava semplicemente lavando. Quelle erano carezze, e a Lucio, pur non essendo un uomo esperto delle relazioni tra uomo e donna, apparve evidente che tra Publio e quella giovane e bella schiava era nato qualcosa che andava oltre una semplice e fugace infatuazione e che quel sentimento avrebbe potuto perdurare minando la tranquillit nella casa degli Scipioni. Emilia non avrebbe gradito il prolungamento di quella relazione, ma Lucio non voleva immischiarsi e tacque. Avrebbe preferito non essere testimone di ci che stava succedendo, non essere costretto a nasconderlo a Emilia quando questa avrebbe chiesto notizie, come sempre faceva, di quella lunga campagna.
Nell'accorgersi dello sguardo di Lucio, Publio intu l'imbarazzo del fratello ma rispett la sua discrezione e il suo silenzio. Non chiedeva altro. Piuttosto, prefer tornare su Antioco prima che l'altro lasciasse la tenda.
Quei cinquecento talenti d'oro... ce li terremo noi. Li considero parte del bottino della battaglia, non un risarcimento di guerra. Ce li siamo meritati, fratello.
Lucio assent, senza pensare nemmeno per un momento alle conseguenze che quella decisione avrebbe potuto avere, non dopo una vittoria tanto schiacciante e che tanti benefici avrebbe portato a Roma. Quindi salut Publio portandosi la mano destra al petto e usc dalla tenda.
Publio rimase solo con la bella Aret. Con Emilia sarebbe stato senz'altro molto pi difficile che con suo fratello. Ma non gli importava. Dopo una vittoria simile, considerava un diritto godere dei piaceri della vita. Pensava, sbagliandosi, che quell'ultimo grande trionfo che lo attendeva avrebbe cancellato ogni senso di colpa. La vanit si diverte in questo modo: ingannandoci, accecandoci.

14. LA VITTORIA DI PERGAMO.
Pergamo, Asia Minore
Febbraio del 189 a.C.

Eumene II di Pergamo stava percorrendo la via che conduceva all'acropoli della capitale del suo regno emergente. Erano giunti mercanti, soldati, ambasciatori, usurai, donne di facili costumi, cittadini rispettabili e altri in cerca di fortuna da tutti gli angoli dei domini sotto il controllo della citt: dai porti, dalle pescherie e dai grandi vigneti a sud del Monte Ida, la stessa zona dove l'esercito si riforniva dei migliori cavalli, dalle miniere d'oro e d'argento delle regioni vicine e dalle citt greche della costa, cos come dai villaggi della valle dei Caico. Erano tutti accorsi per assistere all'entrata del vittorioso Eumene II nell'acropoli di Pergamo. Tutti intuivano che il mondo stava cambiando e che quella citt si sarebbe presto trasformata nel maggior centro politico e commerciale dell'Asia Minore. Questo avrebbe significato un crescente flusso di denaro, e ci aveva attirato tanta gente ancor pi che l'entrata vittoriosa del re. I vincitori hanno sempre tanti amici, i vinti nessuno.
Pergamo era stata costruita a immagine e somiglianza di Alessandria, per, a differenza di questa, si estendeva sul pendio di una montagna sulla quale si erigeva l'acropoli e non sul delta di un grande fiume. Sul pendio s'innalzavano i templi, gli immensi mercati, le botteghe dei cittadini pi ricchi e i grandi edifici pubblici. I visitatori che giungevano in citt per la prima volta non potevano evitare di sorprendersi per l'elevato numero di statue e bassorilievi che decoravano ogni strada.
Eumene voleva che la sua entrata fosse trionfale e di grande impatto, cos si era fermato un momento nell'agor, sul pendio della montagna, in attesa che tutti gli stendardi e i prigionieri di guerra venissero l radunati prima di esibirli durante la parata di fronte al popolo. Attravers poi le antiche mura di Attalo I, avanz a testa alta e orgoglioso sul suo cavallo bianco tra il Santuario di Era e il Ginnasio, per poi procedere intorno alle mura dell'acropoli fino al Tempio di Demetra. Risal fino a raggiungere le grandi fortificazioni sulla cima della montagna e realizz un lungo percorso all'interno dell'acropoli che lo condusse alla Biblioteca, all'immenso Tempio di Atena e alle gradinate del teatro, fino a fermarsi di fronte a un altare costruito in tempi antichi in onore del supremo Zeus. L smont e dedic le sue preghiere al dio, facendo varie offerte e sacrifici.
 piccolo disse osservando il vecchio altare. Dovremo costruirne uno molto pi grande per celebrare le future vittorie. Pergamo dovr avere il pi grande altare dedicato a Zeus del mondo intero. S, lo costruiremo. E un fulgore illumin i suoi occhi mentre si voltava verso gli ufficiali che lo accompagnavano. Ma prima dovremo conquistare il Nord. Voglio le coste della Bitinia e le vie commerciali del Ponto Eusino1. Attraverso Pergamo si potranno distribuire le ricchezze dei paesi che circondano il Ponto Eusino, ma per farlo dovremo prima soffocare la ribellione della Bitinia. Questo sar il nostro prossimo obiettivo. Poi... e si rivolse nuovamente all'altare ...ci sar tempo per un nuovo altare e nuove celebrazioni. Quindi si allontan, incamminandosi verso il suo palazzo.
Eumene voleva delle mappe, un resoconto dei soldati e dei cavalieri di cui disponeva e un piano d'attacco contro la Bitinia. Immediatamente. Il re di Pergamo odiava perdere tempo. E aveva bisogno di azione.
1. Antico nome del Mar Nero.

15. IL TRIONFO DI LUCIO.
Roma
Maggio del 189 a.C.

Catone si finse malato per non dover assistere alla parata trionfale di Lucio Cornelio Scipione, ma le grida di gioia provenienti dalla citt raggiunsero perfino la sua villa fuori Roma e divennero cos insopportabili da costringerlo a rifugiarsi nell'austero tablinum della sua dimora dove, per dimenticare ci che stava accadendo all'esterno, si concentr nella redazione di un trattato sull'agricoltura e l'allevamento. Non aveva ancora deciso se si sarebbe trattato di un lungo volume o di un riassunto delle proprie conoscenze in materia. La scelta, in quel momento, era cosa secondaria. L'importante era occupare il tempo con qualcosa che lo avrebbe distolto dal nuovo trionfo dei Scipioni. Cos pass la mattinata. De Re Rustica. Era un titolo appropriato.
Sua moglie gli fece portare qualcosa da mangiare, ma lui non riusciva a digerire altro che non fosse la rabbia e il desiderio di fermare l'incomparabile ascesa degli Scipioni, per il bene di Roma, dello Stato, del mondo intero. Quella famiglia avanzava verso un'irrefrenabile tirannia.
A fine giornata, all'ora duodecima, uno schiavo entr portando alcune tavolette. Catone aveva chiesto a Spurino di annotare tutto ci che gli Scipioni avrebbero esibito di fronte agli occhi dell'influenzabile popolo di Roma. Il suo intento non era l'autoflagellazione. Quelle informazioni servivano a individuare la maniera pi adeguata per affrontare il nemico. Tuttavia le notizie erano peggiori di quanto si sarebbe aspettato.
Caro Marco
gli Scipioni hanno fatto sfoggio di tutto il loro potere e di tutta la loro apparente magnanimit nei confronti del popolo e non si sono fatti mancare nulla. Il trionfo ha superato perfino quello di Publio Cornelio Scipione dopo il suo ritorno dall'Africa e, non soddisfatto, Lucio Cornelio, per non essere da meno del fratello, ha preteso anche lui un soprannome: se Africanus era il titolo scelto da Publio Cornelio, suo fratello Lucio si fa ora chiamare Asiaticus, e cos lo acclamano per le strade di Roma. Ma adesso smetto di annoiarti con le mie opinioni. Le cifre parlano da sole: gli Scipioni hanno fatto sfilare [duecentoventiquattro insegne militari, centotrentaquattro figurazioni di citt, milleduecentotrentuno denti d'avorio, duecentotrentaquattro corone d'oro, centotrentasettemilaquattrocentoventi libbre d'argento, duecentoquattordicimila tetracmi attici, trecentoventunmilasettanta cistofori, centoquarantamila filippi d'oro, millequattrocentoventitr libbre in vasi d'argento (tutti cesellati), milleventiquattro in vasi d'oro. E furono condotti davanti al cocchio trentadue fra comandanti del re, ufficiali, dignitari. Ai soldati si assegnarono venticinque denari a testa, il doppio ai centurioni, il triplo ai cavalieri. E dopo il trionfo fu raddoppiato lo stipendio militare e la razione del frumento.]1
Il messaggio di Spurino continuava per un bel pezzo, ma Catone decise di smettere di leggere. Il potere con cui il nemico aveva fatto ritorno era formidabile, ci era evidente, per anche Gracco si era rafforzato ed era arrivato il momento di mettere fine una volta per tutte all'incontestabile ascesa degli Scipioni. Era un compito arduo, colossale, ma anche la sua determinazione lo era. Marco Porcio Catone chiuse gli occhi e inspir profondamente.
1. Per la parte tra parentesi: TITO LIVIO, Storie, Libro XXXVII, 59, traduzione di A. Ronconi e B. Scardigli.

16. L'ORO DI CASSIO.
Alessandria
Giugno del 189 a.C.

La notizia della sconfitta dell'esercito del re Antioco di Siria inflitta dalle legioni romane allevi un poco il desolato cuore di Netikerty. La madre di Khepri poteva finalmente abbandonare una delle sue maggiori preoccupazioni: il re siriano si stava ritirando da molte regioni, e l'Egitto, seppur divenuto ormai uno Stato insignificante, stava recuperando la propria autonomia. Gli ambasciatori e i rappresentanti siriani avevano abbandonato in tutta fretta la corte del faraone. Non ci sarebbe stata una sollevazione generale contro la Siria che potesse mettere in pericolo la vita del piccolo Khepri. S, la battaglia di Magnesia aveva regalato un poco di pace all'animo delle molte Egizie che interpretarono quella vittoria romana come un piccolo grande riscatto per tutto il dolore e la frustrazione che Antioco aveva loro causato portandosi via i loro mariti e padri e figli con quel maledetto massacro di Panion.
Tuttavia Magnesia non risolveva le altre questioni che assillavano Netikerty. Terminati i fasti delle nozze reali tra Tolomeo V Epifane e la regina Cleopatra I, le arche del faraone non potevano pi permettersi i tanti servitori, e questi, e tra loro Netikerty, avevano dovuto abbandonare il palazzo e tornare a cercare servizio nelle case degli alti funzionari dello Stato, ufficiali dell'esercito o grandi commercianti. Purtroppo, per, l'Egitto tolemaico era entrato in un processo di crisi economica senza precedenti, aggravato dalla crescente disgregazione politica. Il Sud si era ribellato insieme ad altre regioni che si rifiutavano di riconoscere l'autorit della monarchia tolemaica. Tali rivolte avevano messo fine al commercio con l'Alto Egitto e interrotto l'importazione di oro dal Sud e di qualunque altro prodotto proveniente dalla Nubia o dai paesi vicini. Il faraone aveva emesso vari editti riducendo le imposte all'esercito, ai sacerdoti e anche al popolo per alleviare quella grave situazione, inoltre aveva promulgato un'amnistia parziale con cui voleva ingraziarsi molti dei suoi nemici. Tali misure non erano state tuttavia sufficienti a rappacificare il paese e ad arrestare la crisi economica e sociale. Da troppi anni i funzionari pubblici accumulavano grosse quantit di denaro imponendo tasse eccessive, da troppo tempo si costringevano le famiglie ad arruolare i propri figli nella marina o nell'esercito. La gente non aveva pi fiducia nell'Egitto, e i campi, le dighe e i canali venivano abbandonati, i villaggi si spopolavano e la terra fertile si riduceva. Il commercio tramite carovane si era interrotto da anni o era finito sotto il controllo siriano di quell'impero seleucide che adesso si stava sgretolando. Il faraone e i suoi uomini di fiducia avevano stabilito una politica economica basata sull'autarchia e questo, di conseguenza, aveva instaurato alte tassazioni commerciali sui prodotti importati e ridotto ancor di pi il commercio. Il risultato era stato una diminuzione degli introiti per tutti, e anche i mercanti importanti e i funzionari disponevano ora di meno denaro e dovevano ridurre i lussi e i servitori alle loro dipendenze.
Arriv dunque il momento in cui Netikerty, con un bambino piccolo da mantenere e da nutrire, e senza denaro, rimase senza lavoro. Le aveva pensate tutte, perfino di vendere il proprio corpo, lo aveva gi fatto in passato, per ora gli uomini non desideravano pi spendere denaro per soddisfare le loro voglie, o almeno questo era ci che la giovane aveva sentito dire. Questi dubbi, sommati alla repulsione all'idea di scendere a un tale compromesso, la portarono a inghiottire l'orgoglio e, come gi aveva fatto la notte in cui aveva dovuto inviare una lettera a Roma, ad attraversare la citt di Alessandria, questa volta sotto la luce del sole, per recarsi dal mercante Cassio.
Raggiunta la casa, buss alla porta, ma non con la decisione dell'ultima volta che era stata l, piuttosto con colpi leggeri, come di chi chiama sperando di non ricevere risposta. Tuttavia l'uscio si apr e, con un misto di tristezza e di speranza, ancora una volta Netikerty entr nella casa di Cassio.
Per lo meno oggi sei venuta di giorno disse il mercante romano apparendo nell'atrio. Suppongo di doverti ringraziare per aver deciso, questa volta, di non interrompere il mio sonno.
Netikerty non era in condizione di rispondere con sarcasmo a commenti impertinenti.
Ho deciso di accettare il denaro che mi mandano da Roma... D'improvviso esit. Poteva essere che quel denaro non fosse pi stato inviato o che lo stesso Cassio lo avesse speso, dopo che per tanto tempo lei non lo aveva mai reclamato.
Il Romano la guard dall'alto al basso. Immagin che quella donna ancora bella dovesse avere circa trent'anni. Non sapeva nulla di lei, solo che aveva amici potenti a Roma, e Cassio era un uomo prudente. Lui non si era mai schierato n dalla parte degli Scipioni n da quella di Catone, e tentava di mantenersi in buoni rapporti con tutti. Per un commerciante era la scelta migliore.
Nonostante amasse le donne e il buon vino e fosse considerato un uomo avaro, era per sempre stato onesto nei suoi commerci. Per questo Lelio lo aveva scelto per gestire il denaro che inviava ad Alessandria. Perci, dopo molti anni d'attesa, Cassio si diresse al tablinum e, per la prima volta in tutto quel tempo, estrasse un piccolo scrigno e lo appoggi sul tavolo di fronte a Netikerty. Prese poi una chiave, lo apr e appoggi la chiave sullo stesso tavolo.
Netikerty si avvicin e guard l'interno dello scrigno. Era pieno di monete d'oro. Assi? Talenti?
Qui c' tutto quello che ti  stato inviato spieg Cassio mentre si sedeva, divertito dagli occhi sempre pi spalancati della giovane. Avevo avvertito Gaio Lelio che non avevi mai reclamato il denaro, per lui ha continuato a inviarlo ogni anno, ordinandomi di conservarlo. Diceva che alla fine saresti venuta a chiederlo.  chiaro che ti conosce bene.
Quell'ultima frase fer particolarmente Netikerty, che fu sul punto di cambiare idea e uscire da l senza nemmeno una moneta, ma il buonsenso ebbe la meglio sui sentimenti ricordandole che aveva un bambino di dieci anni e nulla da dargli da mangiare. Lei si sarebbe lasciata morire di fame piuttosto che accettare il denaro di Lelio, ma non avrebbe mai lasciato che suo figlio seguisse quella sorte per colpa del suo orgoglio. Con i figli l'orgoglio si dilegua.
Si avvicin e prese una manciata di monete.
Prender solo queste, per ora disse. Non vivo in un luogo abbastanza sicuro per tenere tanto denaro con me. Puoi continuare a conservare il resto?
Cassio la guard perplesso.
Sono anni che lo conservo. Non mi cambia nulla continuare a farlo. E con me puoi stare tranquilla. Roma non ha smesso di importare grano dall'Egitto e gli affari mi vanno bene. Non ho bisogno di rubare.
Netikerty non ci aveva mai pensato. Se anche quell'uomo si fosse tenuto qualcosa per s, non le sarebbe interessato. Con quello che aveva preso sarebbe andata avanti per mesi, forse anche per pi di un anno. Nel frattempo, avrebbe pensato a cosa fare con il resto del denaro.
Grazie, disse quindi che gli di romani proteggano te e i tuoi affari. Quindi si volt e se ne and.
Cassio rimase solo nell'atrio, sorpreso ma anche grato per le ultime parole di quella donna egizia. Quale commerciante non desiderava i migliori auguri per i propri affari? Si alz lentamente, richiuse lo scrigno e gir la chiave. Poi lo prese e torn al tablinum, dove apr uno scrigno molto pi grande, chiuso da numerose e complesse serrature di ferro; mise il piccolo all'interno dell'altro e richiuse tutto con la meticolosit propria del mercante.

17. IL FIGLIO DI LELIO.
Roma
Gennaio del 188 a.C.

Lelio attendeva da ore nell'atrio della sua casa. Le grida della moglie lo avevano innervosito. Non era la prima volta che udiva i lamenti provocati dal dolore del parto, ma in quell'occasione gli sembravano strani, come prodotti da un'angoscia soffocata, una sofferenza aggiuntiva.
Scroll la testa e si convinse che quella inquietudine era dovuta al fatto che per la prima volta nella sua vita udiva gridare la donna che stava mettendo al mondo suo figlio o sua figlia. Improvvisamente si fece silenzio e la matrona usc dalla stanza di sua moglie con in braccio il minuscolo corpicino di un neonato.
 un maschio disse la donna passando il piccolo a Lelio con uno sguardo triste che lui, data l'emozione del momento, non not, o per lo meno non negli istanti in cui tenne il piccolo in braccio pronunciando a voce alta e chiara che riconosceva quel bambino come suo e lo accettava in famiglia. Fu nel restituirlo, con la dolcezza e la goffaggine proprie di un padre che per la prima volta si trova tra le braccia il piccolo corpo di un neonato, che comprese che era successo qualcosa.
La matrona riprese in braccio il piccolo avvolgendolo in una coperta di lana, ma senza alcuna allegria n abbozzando un sorriso.
Che cosa  successo? domand Lelio con la fermezza di chi ha comandato legioni e in attesa di ricevere una brutta notizia.
La matrona gli rifer quello che doveva. Non aveva senso prolungare quell'attesa.
Il bambino  sano e forte, ma tua moglie ha perso troppo sangue. Non ha retto il parto. Tua moglie  morta.
Gaio Lelio si sedette lentamente su una sella situata davanti alla parete dell'atrio, di fianco all'altare degli di Lari e Penati della domus. Sua moglie era morta. Non che fosse realmente innamorato della sua giovane sposa romana. Si era trattato di un matrimonio di convenienza sostenuto da Publio, per la ragazza si era sempre dimostrata gentile, sia in pubblico che in privato, e lui aveva fatto la sua parte. Lelio sapeva che sua moglie era stata orgogliosa di lui quando era stato eletto console di Roma e aveva condiviso con coraggio e lealt i giorni complicati dei suoi scontri in Senato contro Catone. Poi era rimasta incinta e Lelio si era sentito enormemente grato nei suoi confronti. E adesso, improvvisamente, era morta.
Sent uno strano vuoto dentro e fu travolto dalla tristezza. La matrona fece per ritirarsi mentre il bambino cominciava a piangere, ma Lelio reag rapido.
Avr fame disse alzandosi dalla sella.
La donna si volt verso di lui guardandolo con ammirazione e rispetto. Pochi uomini, in quella situazione di perdita e pena, avrebbero pensato al bambino, soprattutto al fatto che dovesse essere nutrito.
Ho ordinato di cercare una schiava, qui o in case vicine, che abbia partorito da poco e possa allattare il piccolo rispose attendendo che il pater familias confermasse l'ordine.
Hai fatto bene disse Lelio tornando a sedersi. In questa casa non ce ne sono, ma in casa dei miei suoceri mi pare che una schiava abbia avuto recentemente un bambino. Me lo dissero i genitori di mia moglie durante una cena in casa loro, qualche giorno fa.
La matrona assent.
Andremo l allora, e risolveremo rapidamente il problema.
Lelio annu un paio di volte. Il bambino continuava a piangere. La donna allora abbandon l'atrio e lui rimase solo per qualche istante, mentre guardava uno schiavo uscire dal vestibolo. Il tempo parve fermarsi. Il bambino piangeva e piangeva. Era un pianto che lacerava le viscere.
Gaio Lelio si alz ed entr nella piccola stanza accanto alla cucina, dove la matrona stava tentando, senza alcun esito, di calmare il neonato.
Dammi il bambino le ordin Lelio nervosamente.
La donna esit, quell'uomo aveva appena perso sua moglie e sembrava fuori di s, per dopotutto era il padre e un potente generale di Roma. Allung allora le braccia e depose il piccolo nelle sue mani.
Gaio Lelio lo abbracci con estrema cura portandoselo al petto. E rest l, in piedi, all'interno di quella piccola stanza, durante quella lunga e lenta vigilia, senza che mai il bambino cessasse di piangere. Sent che gli occhi gli si inumidivano ma riusc a controllarsi e a evitare le lacrime, rimanendo fermo come una roccia, il piccolo tra le braccia, in attesa, fin quando lo schiavo che era uscito fece ritorno con una giovane. Insieme alla schiava entr anche Acilio Glabrione.
I due uomini non scambiarono nemmeno una parola. Rimasero uno di fronte all'altro condividendo il dolore. Il bambino smise di piangere. Lelio rest a fissare il suolo, in silenzio.

18. UN FUGGITIVO A CRETA.
Creta
Estate del 188 a.C.

La scelta di Creta da parte di Annibale si dimostr la pi giusta. Proprio come aveva predetto il generale cartaginese, anche Maarbale e i suoi uomini ebbero conferma che, nonostante la costa orientale, con Cnosso in testa, fosse sotto il governo di Rodi, il centro dell'isola e specialmente la costa sud-occidentale si trovavano senza un vero e proprio regime. L ogni citt lottava per la sopravvivenza e molti abitanti si dedicavano senza pudore alla pirateria, seguendo l'esempio dell'antica flotta spartana di Nabide sconfitta da Roma. La citt del Tevere, prima o poi, sarebbe stata costretta a risolvere il problema della pirateria in quella regione, ma per il momento i Romani avevano talmente tanti confini da controllare che Creta rappresentava il problema minore, soprattutto perch la maggior parte dell'isola, e quindi l'esportazione delle sue risorse, erano gestite da Rodi, un loro Stato alleato.
Annibale aveva indovinato anche l'altra questione: la suddivisione dei territori dell'Asia Minore espropriati ad Antioco da parte di Roma aveva favorito soprattutto il re Eumene di Pergamo e Rodi, ma aveva danneggiato altri sovrani della zona che ben presto cominciarono a esprimere il proprio rancore nei confronti delle legioni della lontana Repubblica italica.
Con grande ammirazione di Maarbale e degli altri veterani punici, Annibale aveva previsto ogni cosa. Tranne la malattia di Imilce.
La moglie di Annibale cominci a sentirsi male poco dopo essere sbarcata sull'isola e, nonostante il generale avesse fatto chiamare i migliori medici greci dell'isola, nessuno pot fare nulla per arrestare la malattia che provocava alla donna terribili febbri costringendola a rimanere costantemente a letto. Il Cartaginese compr due schiave egizie che si presero cura di Imilce con estrema attenzione, sia per il timore che provavano verso il loro padrone sia per la gentilezza che l'inferma dimostrava nei loro confronti. Date le sue gravissime condizioni, trasferire Imilce risultava impossibile e ogni medico sconsigliava di farla viaggiare. Perci Annibale, nonostante avesse intenzione di lasciare Creta, era per il momento intrappolato sull'isola.
In quel soggiorno forzato, il generale si mostrava particolarmente irritabile e s'infuriava al minimo problema. Non parlava con i suoi uomini da giorni e solo Maarbale osava consultarlo sulle questioni pratiche legate alla loro permanenza.
Tuttavia il denaro stava terminando, Maarbale era preoccupato e quel problema andava risolto. Fino a quel momento se l'erano cavata grazie allo stratagemma ideato da Annibale, che aveva fatto portare alcune anfore colme di pesante piombo presso i templi locali e posizionato una trentina di suoi uomini di guardia affinch gli abitanti della regione, mercanti, contadini e pirati, pensassero che il generale possedesse un'enorme fortuna. In questo modo, per vari mesi, pagando poco e comprando spesso a credito, Maarbale era riuscito a ottenere le provviste necessarie; ma ora i debiti si stavano accumulando e i creditori avevano cominciato a reclamare il loro denaro.
Eliminata ogni possibilit di ripresa da parte di Imilce, Maarbale attendeva che l'inevitabile conclusione facesse ragionare Annibale e lo spingesse a trovare una soluzione. Maarbale sapeva che, nel suo stato abituale, il freddo raziocinio di Annibale sarebbe stato in grado di affrontare qualunque difficolt, per in quelle condizioni pareva impossibile.
Quel giorno l'ufficiale era uscito per l'ennesima volta dalla casa che Annibale aveva affittato sulla costa cretese, vicino a un piccolo villaggio a sud delle Montagne Bianche, senza essere riuscito a discutere con lui della spinosa faccenda. La dimora scelta da Annibale era una grande villa appartenuta a un noto mercante arricchitosi con il commercio con Sparta, il quale, come molti altri, era poi fuggito o morto durante la guerra contro Roma. Su richiesta di Imilce, il generale aveva riportato la villa all'antico splendore e l'acqua fluiva dalle due fonti di un giardino dove erano stati nuovamente piantati alberi di fico, viti, ulivi e carrubi, e dove erano state posizionate, alla vista di tutti, le tante statue di di punici e iberici che Annibale si era trascinato dietro per mezzo mondo.
Maarbale non capiva da dove venisse quel fervore religioso, inesistente in passato; pensava che probabilmente l'et e il susseguirsi delle sconfitte avessero incrementato nel generale quella particolare fede che tutti nutrono, in certi momenti della vita: la credenza, cio, che gli di si divertano a scegliere i nostri mortali destini.
L'ufficiale punico pass tra quelle tante rappresentazioni in ceramica e creta di Melqart e Tanit e scomparve dietro la porta nel muro che circondava la villa, custodita da quattro dei guerrieri del piccolo esercito cartaginese.
Come sta la regina? gli chiese uno dei soldati.
I Cartaginesi di Annibale si riferivano sempre a Imilce come alla regina, sia per rispetto verso di lei sia per il suo rango di principessa del perduto regno di Castulo in Iberia. La donna, inoltre, per la sua discrezione e la totale lealt nei confronti del generale, si era guadagnata la devozione di tutti i guerrieri in quell'eterno esilio, realmente dispiaciuti per la sua malattia e per la sofferenza che questa provocava ad Annibale.
Maarbale scosse la testa senza dire nulla e si allontan. I guerrieri rimasero l, quieti, vigili, condividendo quella tristezza mentre il sole al tramonto scompariva nella baia che si scorgeva in quell'orizzonte rosso e malinconico.
All'interno della casa, Annibale era seduto di fianco al letto di sua moglie. Le schiave, interpretando intelligentemente lo sguardo del generale, erano uscite dalla stanza. Annibale parl a Imilce con il tono di chi si sta rivolgendo a qualcuno che soffre da troppo tempo.
Mi dispiace di non aver potuto offrirti una vita migliore cominci.
Imilce non rispose, ma aveva gli occhi aperti e sbatteva le palpebre di quando in quando; il sudore le scivolava sulla fronte in piccole gocce che rigavano le sue guance scavate dalla febbre; la voce del marito le sembrava un sussurro proveniente da lontano, ma lei sentiva che era proprio lui a tenerla ancora legata alla vita.
Mi dispiace. Ti ho allontanata dai tuoi genitori, poi ti ho abbandonata, e quando mi hai accompagnato  stato per vivere una lunga serie di sconfitte e fallimenti. Avrei dovuto lasciarti in Iberia. Se l'avessi fatto, oggi non saresti una regina senza la propria terra, un'esiliata senza patria in compagnia di un fuggitivo perseguitato da tutti.
Imilce gir leggermente la testa verso suo marito e abbozz un tenue sorriso.
Se non mi avessi sposata, ora sarei morta nella mia amata Iberia, oppure schiava di qualche generale romano che ha distrutto la mia terra. No, ho avuto molta pi fortuna di qualunque altra principessa iberica. Sono stata la moglie del miglior generale al mondo, un uomo temuto e rispettato da tutti, che mi ha sempre onorato e mi ha dato affetto, e al quale io non sono nemmeno stata capace di dare un figlio.
Annibale pens che ci che la moglie aveva detto fosse in parte vero, ma ricord la sua avventura con la meretrice di Arpi e tacque. Non era il momento per confessioni di quel tipo. Sarebbe stato inutile e sciocco aggiungere altra sofferenza a chi stava morendo.
Anche se riprese a parlare Annibale mi sposai con te per ottenere un'alleanza politica con il regno di tuo padre, ti ho sempre amato, fin dal primo giorno. Eri cos bella, innocente e forte... Ricordo ancora il tuo viso felice quando ti regalai quella giumenta. Per tutti gli di, sembrano passati secoli, come fosse un'altra vita.
Sua moglie gli prese la mano.
Era un'altra vita, un altro mondo disse. E ricordo quella cavalla. Mi accompagn quando mi lasciasti sotto la protezione di Giscone. Mi piaceva cavalcarla all'alba, prima che gli uomini di Giscone si svegliassero. Era il momento pi felice della giornata. Quando fuggimmo dall'Iberia l'abbandonammo nel Sud. Aveva appena partorito un puledrino, completamente nero, un purosangue, proprio come lei. Mi chiedo cosa ne sia stato.
Annibale sorrise dolcemente.
Con un po' di fortuna sar divenuto il cavallo di qualche Ibero nemico di Roma, che lo cavalca mentre conduce una campagna contro le legioni.
Imilce lasci la mano del marito e torn a volgere lo sguardo al soffitto.
Mi auguro che sia stato il suo destino. Mi hai dato qualcosa di bello da ricordare. Ho sempre voluto bene a quella cavalla... e al suo puledro...
Non disperare disse Annibale. Chiss, forse riusciremo a riaverli, forse torneremo in Iberia. Ho un paio di idee al riguardo. Una possibilit  fare ritorno in Iberia e organizzare la ribellione dell'intera regione contro Roma. So che gli Iberi e i Celti sono esasperati e avvengono continue rivolte, per hanno bisogno di un capo. Potremmo tornare l, anche se le rotte marittime verso l'Iberia sono sotto il controllo romano e la traversata potrebbe essere troppo pericolosa. Ma se ti rende felice, possiamo tentare. Te lo devo. Vorrei riportarti nella tua patria, riconquistare per lo meno la tua citt, il tuo popolo, per te. Un'altra possibilit  tornare in Asia. Ho ricevuto una proposta da un re della regione. Il viaggio sarebbe pi sicuro, ma non mi fido troppo di questo re. Che ne pensi, Imilce? Vorresti ritornare nella tua citt?
Annibale aveva parlato senza guardare la moglie, immerso com'era in quei sogni praticamente irrealizzabili di potersi opporre all'ormai crescente e illimitato potere di Roma. Perci rimase pietrificato, quasi senza respiro, quando pos lo sguardo sugli occhi vuoti di Imilce.
Quando comprese che se n'era andata per sempre, avvert un dolore acuto, infinito, come se una spada gli stesse trafiggendo il petto. Poi prov vergogna e rancore verso se stesso, per non aver potuto offrire alla moglie una morte pi degna, presso il suo popolo, o per lo meno presso un popolo che la rispettasse e che la riconoscesse come l'autentica regina iberica che era.
Con premura Annibale pos la sua mano destra, coperta dagli anelli consolari romani, sul viso di Imilce. E le chiuse gli occhi per sempre. Poi si alz lentamente e usc dalla stanza.
Nell'atrio della casa c'erano le due schiave, sedute su degli sgabelli. Alla vista del generale le giovani si alzarono immediatamente e, rendendosi conto della sua triste espressione e dell'amarezza che conteneva, compresero subito cosa era successo.
Annibale parl loro in greco.
Lavate mia moglie e vestitela con il suo abito migliore. Voglio che sia pronta per domani a questa stessa ora. E guard il tramonto in cielo.  un'ottima ora per un funerale.
Detto ci usc di casa e si addentr nel giardino. Stava calando la notte su Creta e sul suo animo. Si sentiva impotente per non aver potuto salvare Imilce dalla morte. Avvertiva che, dopo moltissimo tempo, le lacrime avrebbero potuto riapparire nei suoi occhi, ma improvvisamente si accorse che le sentinelle stavano aprendo la porta principale della casa e vide comparire la figura di Maarbale.
Il suo leale ufficiale aveva forse intuito cos'era appena accaduto?
Maarbale attravers la cancellata colmo di rammarico. Aveva appena preso una decisione penosa che non poteva attendere oltre. Non c'era pi denaro per i creditori che volevano essere pagati per tutti i prodotti che avevano consumato: carne, pesce, uova, formaggio, verdure, frutta, farina, pane, abiti, nuove armi e una lunga e interminabile serie di viveri e utensili che avevano ottenuto a credito dai mercanti locali o, come nel caso delle armi, da alcuni pirati che attraccavano regolarmente nelle coste vicine. Fino a quel momento aveva evitato l'argomento per il delicato stato in cui si trovava Imilce, ma non appena aveva messo piede fuori dalla casa di Annibale una dozzina di mercanti gli erano corsi incontro chiedendo quando avrebbero saldato i conti delle ultime settimane, cos era tornato rapidamente alla villa per spiegare al generale come stavano le cose. Avevano minacciato di non fornire loro pi viveri. Avrebbero potuto costringere quei mercanti con la forza, ma ci avrebbe complicato la situazione, per ora tranquilla, in quell'isola, e i pirati avevano molti amici tra i commercianti.
Maarbale si stup di trovare Annibale in mezzo al giardino. L'espressione del generale non lasci dubbi su ci che era successo e lui non seppe che fare. I creditori lo stavano aspettando alle porte della villa, ma il generale non era certo in condizioni di trattare certe questioni.
 morta, Maarbale.  morta disse Annibale a bassa voce, quasi sussurrando.
Mi dispiace, mio generale. Mi dispiace tanto.
Non sono nemmeno stato capace di rimanerle fedele. Il matrimonio con me ha causato la distruzione della sua terra e della mia stessa patria, e poi l'obbligo a patire un lungo esilio. Non le ho dato nulla di ci che meritava. Avevo pensato di fare ritorno in Iberia, ma ormai non ha pi alcun senso.
Annibale tacque e Maarbale pens che la cosa migliore che potesse fare fosse rimanere accanto al generale condividendo quel silenzio colmo di dolore e sofferenza. I creditori avrebbero dovuto continuare ad aspettare.
Il minimo che possiamo fare riprese poi Annibale  offrirle un funerale all'altezza di una regina iberica. Questo  il minimo che possiamo fare, non credi?
Suppongo di s, mio generale.
E questo faremo. E Annibale gli appoggi una mano sulla spalla. Dobbiamo costruire una grande pira funeraria, Maarbale. Ci servir una gran quantit di legna, torce, e voglio prefiche, voglio tutti gli abitanti della baia, che vengano qui a piangere la perdita di Imilce, e li voglio tutti puliti, ben vestiti, tutti qui, e ci sar un banchetto in onore di Imilce. Berremo alla sua salute. Voglio cibo e vino in abbondanza. Oggi  morta una grande regina e tutti devono saperlo. Dar alla sua morte quello che non sono stato capace di dare alla sua vita. Organizza tutto e, per Baal, non badare a spese. Usa tutto il denaro che serve. Mi hai capito, Maarbale?
Il suo ufficiale per taceva. Il generale si meravigli per quella mancanza di reazione e di prontezza di fronte agli ordini ricevuti. Maarbale continuava a restare fermo, con la bocca semiaperta, in silenzio, immobile.
Maledizione! Mi hai sentito? Che stai aspettando? Vai a organizzare tutto! Imilce  morta!  morta!
Maarbale esit un istante prima di rispondere. Fu l'istante pi lungo della sua vita.
Non abbiamo pi denaro, mio generale.  terminato la settimana passata. Non abbiamo pi nulla, mi dispiace, mio generale. Avrei voluto avvertirti prima, ma la malattia della regina...
L'ufficiale s'interruppe nel vedere che Annibale sollevava la mano destra avvertendolo di non voler udire altro su quell'argomento. Poi il generale si allontan di qualche passo fino a fermarsi nella zona del giardino in cui erano situate le statue degli di punici e iberici che aveva portato con s nei suoi ultimi viaggi. Era come se cercasse un'ispirazione, ma Maarbale sapeva che non c'era altra scelta se non quella di fuggire durante una delle prossime notti, nascosti dall'oscurit, lasciandosi dietro vergogna e umiliazione e senza poter organizzare alcun funerale nel modo in cui Annibale aveva desiderato. L'unica altra opzione era impossessarsi della baia con la forza e cominciare una sporca guerra contro i pirati di Creta.
Tutto era perduto, e Maarbale immagin che enorme delusione e profonda rabbia dovesse provare il generale dei generali, ora vinto, esiliato, rovinato, senza figli, fuggitivo, senza pi gloria n eserciti sotto il suo comando, dimenticato dai suoi compatrioti e circondato dall'odio dei suoi nemici romani che lo stava imprigionando in un cerchio fatale sempre pi stretto.
Annibale si situ proprio di fronte alla statua del dio supremo Baal e parve pregare, ma poi all'improvviso sguain la spada e prese a lanciare colpi contro quella rappresentazione di ceramica e argilla, poi anche contro le statue di Tanit e Melquart e degli altri di, scaricando tutta la furia che aveva contenuto per giorni, mesi, anni, distruggendo tutto ci che poteva con una violenza a cui Maarbale non aveva mai assistito.
L'ufficiale testimone di quel pietoso spettacolo non era un uomo religioso e si era sempre dimostrato scettico di fronte all'obbligo di trasportare quelle statue per tutti i paesi in cui erano stati, ma distruggere le immagini degli di gli parve un atto sacrilego che lui mai avrebbe osato commettere. In quel momento comprese il grado di disperazione che Annibale aveva raggiunto. Ma il peggio doveva ancora venire.
Annibale si volt e torn di fronte a Maarbale, il quale, scioccato da quell'esibizione di estremo rancore, guardava il generale con occhi colmi di stupore e l'animo abbattuto.
Ho detto che voglio un funerale degno di una regina. Organizza tutto come ti ho detto. Compra anche una nave. E, come ti ho ordinato, non badare a spese. Domani, al tramonto, celebreremo il funerale e terremo un banchetto, e poi, prima dell'alba, salperemo.
Annibale aveva parlato con una freddezza tale da far gelare il sangue e non appena ebbe terminato di dire quello che doveva si volt, attravers il giardino e rientr in casa. Maarbale non era solo nel giardino. Gli uomini che proteggevano l'entrata si erano avvicinati nell'udire i colpi di spada del loro generale scagliati contro le statue degli di.
Maarbale sollev la mano e i guerrieri si fermarono alle sue spalle. L'ufficiale era convinto che Annibale avesse perduto la ragione. Non lo biasimava. Chiunque al suo posto, in quelle circostanze, avrebbe reagito allo stesso modo. Il problema era che lui, che non era ancora stato travolto dalla pi completa pazzia, sapeva che il denaro era finito. Che cosa si aspettava Annibale? Che rubasse ai mercanti e ai contadini della regione tutto ci di cui avevano bisogno? E anche se ci fosse riuscito, come avrebbe ottenuto un'imbarcazione? Le uniche adatte a una lunga traversata, come quella che senz'altro avrebbero dovuto intraprendere, erano di propriet dei pirati, e sarebbe stato impossibile ottenerne una. Da dove scaturiva quell'assurda insistenza di Annibale? Evidentemente la pazzia gli faceva pensare e dire cose senza senso.
Maarbale scroll la testa e, senza nemmeno rendersene conto, avanz di qualche passo verso le statue distrutte. Pens che la cosa migliore era attendere che Annibale si calmasse per poi provare a parlargli nuovamente e fargli intendere la situazione. Guard il cielo. Era coperto e pur essendoci la luna piena le nuvole impedivano che l'astro illuminasse con la sua consueta potenza. Si pass il palmo della mano sulla barba. Non sapeva che fare. Se il generale aveva perso la ragione era lui a dover prendere le decisioni, per il bene di tutti, anche per il bene di Annibale.
Fu in quel momento che avvenne uno strano fenomeno: le nubi aprirono un varco e la luna proiett la sua luce sul suolo del giardino. Maarbale not qualcosa che brillava tutt'intorno e ud le esclamazioni di stupore dei suoi guerrieri dietro di lui. Abbass lo sguardo e osserv meglio in mezzo ai cocci delle statue distrutte. L, tra i pezzi di ceramica e argilla, vide risplendere decine, centinaia, migliaia di monete d'oro e d'argento. Quelle maledette statue che li avevano seguiti in ogni tappa dell'esilio erano piene di monete, sufficienti per acquistare tutto ci che Annibale aveva richiesto e molto altro ancora.
Maarbale scosse la testa senza riuscire a credere ai suoi occhi. Era contento, infinitamente felice, e non tanto per il denaro ma per ci che aveva sperato: Annibale, nemmeno nella pi tormentata sofferenza, poteva perdere la ragione. I suoi ordini obbedivano alla realt di circostanze che solo lui conosceva. Avevano denaro sufficiente per coprire i costi del funerale di Imilce, ripagare i debiti, comprare altri viveri e riprendere il viaggio alla ricerca di un nuovo destino.
In quel momento comprese che il suo generale, pur distrutto per la perdita della moglie, non si sarebbe mai arreso. Ci sarebbero stati nuovi combattimenti. Roma avrebbe fatto meglio a non abbassare la guardia. Quello non era un uomo comune. No, non lo era per nulla.
Raccogliete tutte queste monete e riponetele in sacchi e scrigni ordin Maarbale a due guardie. Poi si rivolse alle altre: Tu, prendi una manciata di queste monete d'oro e va' a pagare i creditori alla porta; tu, prendine altre e va' a prendere la legna. La regina  morta e dobbiamo organizzare un grande banchetto e una pira funeraria. Anche tu, prendi del denaro e incaricati del cibo e del vino, e tu vieni con me. Dobbiamo comprare una nave e dobbiamo farlo immediatamente.
Nella baia ci sono varie imbarcazioni di pirati rispose l'ultima guardia alla quale si era rivolto.
Perfetto replic Maarbale. Una di quelle sar nostra. Raggrupperemo il resto degli uomini mentre ci dirigiamo verso la baia.  meglio essere un nutrito gruppo, per negoziare con i pirati. Forza, andiamo, tutti in marcia. Abbiamo tanto da fare e poco tempo. E che nessuno disturbi il generale fino all'alba.
Tutti si misero all'opera.
Maarbale si volt un istante verso la casa. Annibale si era seduto presso l'uscio, sotto la luce della luna, solo con il proprio dolore.

19. I PORRI DI CATONE.
Roma
Luglio del 187 a.C.

Erano passati tre anni dall'incontestabile vittoria degli Scipioni su Antioco. Marco Porcio Catone ritenne di aver atteso abbastanza. Era arrivato il momento di mettere in moto la sua strategia per indebolire e arrestare la sempre pi potente famiglia. Durante gli ultimi anni, i due fratelli e tutti i loro amici si erano rivelati praticamente intoccabili, ma era ora di riprendere l'attacco. Erano molti i senatori timorosi del potere sempre crescente degli Scipioni. Prima della battaglia di Magnesia, durante la campagna in Asia, Catone aveva saputo approfittare del prestigio conquistato in Hispania e alle Termopili per osteggiare con successo vari alleati di Publio Cornelio Scipione: era riuscito a ottenere che si negasse il trionfo a Minucio Termo per la sua vittoria sui Liguri, aveva calunniato e seriamente danneggiato la carriera politica di Acilio Glabrione accusandolo di essersi indebitamente impossessato di parte del bottino delle Termopili, e solo Gaio Lelio, durante il suo anno consolare, era stato in grado di impedire che terminasse per sempre la vita pubblica di Emilio Regillo.
Dopo tre anni, Catone riprese dunque i suoi attacchi contro gli Scipioni. Ancora una volta aveva accusato un amico della gens Cornelia di essersi appropriato illegittimamente di parte del bottino della campagna contro gli Etoli che erano tornati a ribellarsi. Questa volta era stato Fulvio Nobiliore a essere preso di mira. Ma per Catone quella aveva rappresentato solo una scaramuccia prima della grande battaglia, e il momento del combattimento era finalmente giunto.
Grazie al bottino ottenuto in Hispania, Catone aveva acquistato gran parte dei terreni contigui alla grande villa del defunto Fabio Massimo. L aveva fatto costruire una casa ed edificato orti e campi per ogni tipo di coltivazione, in particolare vigneti e uliveti, per anche alberi di fico, di carrube e di altri frutti, e una ricca vegetazione ammirabile in ogni stagione dell'anno.
Tiberio Sempronio Gracco aveva sentito parlare della crescente passione di Catone per la vita contadina e di come l'anziano senatore non facesse altro che elogiare le virt e i vantaggi della campagna rispetto alla caotica vita cittadina.
Gracco attravers a piedi i campi coltivati per raggiungere la casa innalzata in mezzo a uno di quei terreni. Era venuto accompagnato dai due Petilio, Quinto e Spurino. Catone li aveva convocati nella sua nuova villa per discutere in totale riservatezza degli Scipioni e degli avvenimenti verificatisi in Senato nelle settimane passate. Gracco non si sentiva pi a suo agio in mezzo a quella continua lotta tra Catone e la famiglia Scipione, soprattutto dopo le lettere che si era scambiato con Cornelia e dopo che la loro scoperta aveva acceso una tale ira in suo padre da fargli rischiare la vita durante la campagna in Asia. Eppure, nonostante si fosse stancato di quegli attacchi da parte di Catone, ne condivideva i principi: nessuno doveva tentare di mettersi al di sopra dello Stato, nemmeno il migliore dei suoi generali, perch quando ci fosse accaduto lo Stato stesso, cos come loro concepivano la Repubblica, avrebbe cessato di esistere. Avrebbe significato il ritorno della monarchia, e una monarchia implicava un passo indietro, la fine della libert dei cittadini di Roma, la fine del potere della sua famiglia e di tutte le famiglie senatoriali; la fine, insomma, di una struttura che aveva condotto Roma a divenire il centro del mondo. Se volevano preservare quel rango per Roma, dovevano difenderla da chi intendeva cambiare il governo dello Stato.
In tutto ci Gracco era d'accordo con Catone. Tuttavia i suoi metodi, i continui attacchi contro Scipione in Senato, soprattutto quando alterava la versione dei fatti accaduti in Asia, andavano spesso contro la sua natura. Era anche vero, per, che per combattere qualcuno disposto a sovvertire la struttura statale si doveva essere disposti a tutto, con rabbia e determinazione, oppure, in caso di fallimento, avrebbero rischiato di essere sopraffatti completamente da colui che, appoggiato dal popolo, sarebbe stato capace di eliminare gli avversari prima in Senato, poi a Roma e infine nel mondo.
Siamo arrivati disse Spurino.
Gracco sollev lo sguardo da terra. Di fronte a loro apparve una modesta costruzione di mattoni, protetta da un paio di schiavi che custodivano la porta d'accesso. Le finestre erano piccole e nonostante fosse un edifico parecchio esteso in orizzontale aveva un solo piano.
Gli schiavi aprirono la porta e i tre entrarono in un piccolo vestibolo dove venne loro offerta acqua per ripulirsi dalla polvere del cammino. Poi, guidati da un altro schiavo pi giovane, furono invitati a entrare in un ampio atrio in cui risaltavano due grandi alberi di fico che diffondevano il loro profumo e freschezza tutt'intorno.
Catone si alz da una piccola sella l situata e si rivolse a loro con tutta la cortesia di cui era capace, che non era mai molta, e con un tono conciliante assai differente da quello che normalmente usava in Senato, quando lanciava uno dei suoi furibondi attacchi contro qualche senatore che giudicava corrotto.
Bene, bene, guarda chi si vede. Spero che la passeggiata sia stata di vostro gradimento. C' chi preferisce arrivare fin qui con una quadriga, per io ritengo che solo passeggiando si apprezzi appieno la tranquillit della campagna, non trovate?
Nessuno la pensava nello stesso modo, ma tutti convennero che le colline su cui s'innalzava la villa del loro anfitrione fossero floride e apprezzabili da visitare.
Alcuni schiavi portarono delle sellae in pi e servirono uva, olive, qualche fico su un tavolo che posizionarono al centro dell'atrio. Per un breve istante apparve anche la moglie di Catone, ma dopo un'occhiataccia da parte del marito scomparve, tornando da dove era venuta.
Le mogli servono per dare figli a Roma, afferm schiettamente ma non devono interferire nelle discussioni riguardanti la politica.
Era alquanto risaputa l'avversione di Catone per le donne, quindi tutti tacquero e, specialmente Gracco, si limitarono ad annuire. Catone si scus per non disporre di triclinia e dell'arredamento necessario che avrebbe reso quella stanza pi confortevole, ma per quella riunione giudicava pi importante la discrezione e la sua villa li avrebbe tenuti al sicuro pi che qualunque altro luogo della citt.
Mia moglie ha acquistato tutto il mobilio di cui abbiamo bisogno e ben presto questo sar un luogo pi confortevole, ma per il momento questo  tutto ci che posso offrirvi. Mia moglie, in verit, come tutte le donne, ha una scarsa capacit organizzativa ed  esattamente questo il motivo del ritardo con il mobilio, ma tutti noi siamo o siamo stati militari, quindi abituati alla vita frugale, non  cos?
Tutti annuirono nuovamente. I Petilio sbocconcellarono un po' d'uva. Gracco si limit a bere dell'acqua. Continuava a sentirsi a disagio. La cosa buona era che sapeva che Catone non avrebbe tardato ad arrivare al punto.
Gracco, cominci infatti Marco Porcio Catone vedo che le tue ferite di guerra su braccia e gambe si sono rimarginate. Mi fa molto piacere. Per non credo che sia il caso di dimenticare le offese del passato, piuttosto ritengo sia giunto il momento di ottenere la giusta vendetta e, allo stesso tempo, contribuire a preservare lo Stato.
Gracco appoggi la coppa d'acqua sul tavolo.
Sono ferite di guerra, ma non ci sono state offese ad accompagnarle, anche se avrebbero potuto avvertirmi prima riguardo ai catafratti, questo lo ammetto.
Catone abbozz un sorriso.
Gracco, sei sempre troppo generoso con i tuoi nemici. D'accordo. In ogni caso, per tutti gli di,  arrivato il momento di passare all'azione. Ogni giorno di pi molte famiglie si sentono offese dalla sfrontatezza con cui gli Scipioni si muovono per Roma, senza nemmeno aver chiarito certe ambigue questioni riguardanti la loro ultima campagna in Asia. Dobbiamo approfittare di questa situazione e agire subito. Dobbiamo puntare in alto.
Alto? Quanto in alto, esattamente? domand Petilio Spurino senza smettere di mangiare la sua uva.
Catone ringrazi per quella domanda, ma prefer voltarsi dall'altra parte per evitare lo spettacolo delle gengive macchiate di succo d'uva del collega.
 arrivato il momento di accusare formalmente Lucio Cornelio Scipione e di farlo marcire nel Tullianum.
Spurino cess improvvisamente di masticare. Quinto Petilio lasci perdere il piatto d'uva da cui stava prendendo altri acini. Gracco allung lentamente il braccio destro, si riemp un'altra coppa d'acqua, la bevve tutto d'un fiato; lasci allora il contenitore vuoto sul tavolo e si rivolse con decisione all'anfitrione.
Per nessuno ha dimostrato che gli Scipioni si siano macchiati di malversazione durante la campagna in Asia.
Catone sospir. Si aspettava qualche reticenza da parte dei suoi colleghi. Doveva convincere il suo gruppo di sodali se voleva ottenere l'appoggio del Senato per attaccare gli Scipioni con una minima garanzia di successo.
Non si tratta, cari amici, di ci che hanno o non hanno fatto gli Scipioni. Non cadiamo in un errore di base. Si tratta di ci che possono o non possono fare. Dopo ogni campagna, dopo ogni guerra, gli Scipioni si sono resi pi forti e il popolo li adora sempre di pi. Fabio Massimo ha sempre lottato con impegno contro questo accumulo di potere, questa crescente popolarit tra la plebe, eppure non  riuscito a fermarli. Noi dobbiamo continuare gli sforzi del nostro grande maestro. O facciamo da contrappeso al loro potere o gli Scipioni governeranno Roma per sempre. Ogni giorno, a ogni mio risveglio, a ogni nuova alba, vedo pi chiaramente che si tratta di noi o loro. E Catone ripet con enfasi: O noi o loro.
Gracco non si arrese e replic rapido.
E Roma? Dove sta Roma in tutto ci?
Catone gli lanci un'occhiata penetrante che lui mantenne senza abbassare lo sguardo. Poi il senatore di Tusculum rilass i tratti del viso e recuper il tono conciliante. Non era il momento di discutere con Gracco, non ancora. Massimo sarebbe stato orgoglioso di lui. Ci gli diede maggior sicurezza nella replica.
Credo, caro Tiberio Sempronio Gracco, che tu sia affaticato, e per questo non prendo troppo sul serio le tue parole. Roma, lo sai, tutti voi lo sapete,  la mia prima preoccupazione, ci di cui pi m'importa. Invece gli Scipioni considerano Roma come una propriet di famiglia. Noi vogliamo preservare la Roma del passato per tutti i cittadini liberi della citt.
Quinto Petilio e Petilio Spurino assentirono con convinzione. Gracco riprese la parola, ma pi cautamente.
 vero che sono affaticato, ma allora, perch non accusare direttamente l'Africanus? Vedendo l'espressione sorpresa dei Petilio, cap che doveva spiegarsi. Se siamo tutti d'accordo sul fatto che l'origine del pericolo per Roma  rappresentata da Publio Cornelio Scipione, e non tanto da suo fratello e dai suoi amici, perch continuare con questa lunga serie di attacchi e accuse?
A Catone parve sensata quella nuova posizione, ma Gracco non poteva passare da un estremo all'altro, era troppo impulsivo. Tuttavia avrebbe potuto trarre vantaggio da quel punto di vista, se avesse potuto controllarlo. Catone rispose con la razionalit tipica del saggio.
Perch accusando e screditando le azioni politiche di familiari e amici di Publio Cornelio indeboliremo la sua posizione. Un albero alto e forte non si abbatte con un solo colpo, ma necessita di vari colpi. Per cadr, questo  sicuro, mio caro amico. Publio Cornelio Scipione cadr. Dobbiamo solo rispettare i tempi. Ho stima della tua opinione, Gracco, per permetti che sia la mia lunga esperienza politica a guidarci in questo complicato percorso.
Gracco non aggiunse altro. Nemmeno Catone volle prolungare quella conversazione e pass a tutt'altro tema.
Ora venite, desidero mostrarvi le nuove piante che sto coltivando. Questa terra  fertile e si possono ottenere incredibili risultati con un poco di sforzo e attenzione.
I Petilio non nutrivano alcun interesse per il nuovo passatempo agricolo di Catone, per Gracco era curioso di saperne di pi sull'uomo che li stava conducendo alla lotta contro la famiglia degli Scipioni e che li stava coinvolgendo nella guerra pi difficile che avrebbero intrapreso in quel momento. Aveva anche sentito dire che stava scrivendo un dettagliato manuale sull'argomento.
Cos Catone li invit ad abbandonare l'atrio e a incamminarsi tra gli stretti passaggi degli alloggi degli schiavi della propriet, per condurli a un grande orto dove l'austero senatore mostr loro con sincero interesse una gran quantit di coltivazioni.
Quando i tre ospiti pensarono che la visita fosse finalmente terminata, li condusse a una delle stalle. Puzzava di pecore, buoi e maiali, ma c'era anche un altro forte odore che fece arricciare il naso di tutti.
Per Castore e Polluce! esclam Spurino, incapace di trattenersi.
Qui tengo i maiali e altri animali, tra cui i buoi. Sono i buoi migliori e pi sani di Roma, la chiave del mio successo nella produzione agricola spieg Catone imperturbabile. Gracco si rese conto che il senatore, evidentemente abituato, nemmeno faceva pi caso a quel tanfo che li avvolgeva. E qui, aggiunse entrando in una stanza contigua alla stalla qui c' il mio piccolo segreto. E, fermandosi sulla porta, si fece di lato perch i suoi ospiti potessero entrare e vedere il suo capolavoro.
La stanza era ricolma di scaffali, ognuno dei quali accoglieva vasi contenenti ogni tipo di erba aromatica e pianta medicinale, soprattutto sui ripiani pi alti, mentre su quelli pi bassi erano accumulate piante di aglio, cipolla, altri tuberi e soprattutto l'origine del forte odore che disgustava i tre uomini: un'enorme montagna di porri che si ergeva dominando il centro della stanza.
S, per Ercole: porri, amici miei.
Catone appariva eccitato, come Gracco non lo aveva mai visto. Era chiaro che quella villa, la coltivazione della terra e, a quanto pareva, l'allevamento degli animali, erano diventati la sua maggior passione.
I porri sono la cosa migliore per i buoi continu senza guardare nessuno degli ospiti, mantenendo gli occhi fissi su quelle piante ammucchiate, completamente assorto. Se un bue si ammala, si deve preparare un medicamento con porri, vino e... altri ingredienti che sono il mio segreto; se lo si d a un bue sano questo non si ammaler, se lo si d a un bue malato questo guarir immediatamente e il giorno seguente sar di nuovo in forze per lavorare. In questo modo posso arare i campi a tutte le ore e aumentare enormemente la produzione, mentre nelle fattorie vicine talvolta si perdono interi raccolti per colpa della malattia o della debolezza degli animali. Qui questi problemi non accadono mai.
Dopo aver mostrato per una buona mezz'ora altre coltivazioni, piante e i grandi depositi di grano, olio e vino, Catone apparve finalmente soddisfatto e permise ai suoi ospiti di andarsene.
Gracco e i Petilio s'incamminarono verso l'uscita della propriet. Un paio di schiavi armati, di scorta alla comitiva dei senatori, apriva il gruppo, di seguito andava Gracco e in coda i Petilio, ognuno a lato di Catone. Spurino allora rallent il passo per lasciare che Gracco avanzasse di una decina di passi e, quando ci fu abbastanza distanza tra lui e loro, si rivolse a Catone a bassa voce.
A volte ho l'impressione che il giovane Gracco si stia infiacchendo.
Quinto Petilio assent per confermare i dubbi del collega. Catone si ferm per un istante, i Petilio pure. Catone comprese che non era prudente tardare troppo il passo o Gracco si sarebbe insospettito, quindi riprese la marcia scuotendo la testa.
No. Gracco  uno di noi, e lo sar fino alla fine. Per Catone not di sbieco l'espressione dubbiosa dei suoi fedeli seguaci e comprese che quelle parole non erano sufficienti a tranquillizzarli. Mi occuper personalmente perch si convinca del tutto afferm, ed entrambi i Petilio sorrisero lievemente.
Meglio cos precis Spurino. Si attacca meglio il nemico con le spalle coperte, nobile Catone. Che cos'hai in mente? Inviarlo in una nuova missione militare in Oriente, o magari in Hispania?
Catone parl tra i denti guardando il suolo.
Questo  affar mio. Diciamo che i dubbi di Tiberio Sempronio Gracco spariranno per sempre. E con questa frase ambigua si separ da loro, senza nemmeno congedarsi da Gracco, incamminandosi verso la propria casa.
I Petilio rimasero l, fermi e meravigliati, guardando quell'uomo che si allontanava taciturno, assorto nei propri pensieri, rimuginando qualcosa a cui erano ben felici di non dover partecipare direttamente.
Catone ci ha lasciati? La voce di Gracco li sorprese alle spalle.
A quanto pare rispose Spurino con tono cordiale, aggiungendo ironicamente: Ci che non ci lascer mai sar questo fetido odore di porri.
E i due Petilio scoppiarono a ridere, anche se nervosamente. Tiberio Sempronio Gracco sorrise tentando di condividere lo scherno. Non lo trovava divertente ma non not nulla di strano nel comportamento dei suoi colleghi senatori, ed effettivamente Spurino aveva ragione: quel maledetto odore li avrebbe perseguitati tutta la sera, fino a che non fossero tornati a casa e si fossero fatti un bel bagno.
Catone torn al deposito dei porri ed esamin ogni scaffale, ogni pi piccolo filo d'erba in ogni parete di quell'enorme erboristeria. Doveva trascrivere i suoi rimedi per il bestiame, cominciando da quello recentemente ideato per i buoi. Doveva includere tutto nel suo trattato sull'agricoltura. S, sarebbe stato inevitabilmente un volume esteso. Non solo. Voleva scrivere altri manuali, annotando tutte le proprie conoscenze sulla coltivazione dei campi, la vita politica, il diritto e la morale. Una collezione di trattati volta all'educazione dei suoi futuri figli, cos da non rendere loro necessario ricorrere alle parole di altri, evitando dunque perniciose influenze da parte di autori greci o ellenici. S, era questo che doveva fare.

20. IL DESTINO DI ANTIOCO.
Ecbatana1
3 luglio del 187 a.C.

Antioco era furioso. Il suo impero si stava sgretolando in mille pezzi. L'Armenia e la Bitinia si erano dichiarate indipendenti e Roma le aveva riconosciute quali regni autonomi, inviando ambasciatori a quei traditori, usurpatori del suo potere imperiale che osavano farsi chiamare re. Intanto Pergamo stava estendendo il suo dominio sull'Asia Minore. L'Egitto ormai non aveva pi forze per recuperare le proprie terre nel Sud, ma in qualunque momento una citt o un'intera regione avrebbero potuto ribellarsi. Come se ci non bastasse, Antioco non aveva pi denaro con cui pagare le truppe, lo squallido esercito che lo aveva seguito nel suo lungo e lento ripiegamento verso Oriente, verso territori dove pensava che il suo potere fosse ancora rispettato. Ad Antiochia aveva lasciato quel codardo di suo figlio Seleuco, con l'obiettivo di proteggere i confini del Nord, mentre lui aveva intenzione di rafforzare il proprio esercito negoziando di nuovo con i sovrani dell'India. L avrebbe potuto ottenere nuovi elefanti e gli approvvigionamenti con cui tornare rafforzato verso Occidente e ristabilire il suo impero; ma per quelle trattative gli serviva l'oro.
Aveva aumentato le tasse in tutte le regioni, ma molti dei suoi esattori non avevano fatto ritorno, forse perch non avevano ottenuto tutto il denaro che lui si aspettava o pi probabilmente perch il popolo, stanco di imposte eccessive, si era ribellato e li aveva cacciati dalle loro citt. Antioco non disponeva di sufficienti soldati per proteggere tutti i suoi esattori e stava per finire in un orribile circolo vizioso: senza denaro non poteva ottenere altri soldati e senza altri soldati era impossibile ottenere il denaro.
Avevano fatto tappa a Ecbatana, al centro della regione montagnosa dell'Hamadan; i fiumi Tigri ed Eufrate erano ormai a vari giorni di viaggio. Il re di Siria, esausto, smont da cavallo e si sedette ai piedi di un grande leone di pietra. Era un'enorme statua che si diceva fosse stata scolpita ai tempi di Alessandro Magno, anche se molti riferivano che quella gigantesca immagine si trovasse l da prima ancora. Antioco guard il suolo. Si era situato all'ombra della grande statua per proteggersi dal sole accecante di quella torrida estate.
Abbiamo bisogno di oro sussurr tra s. Fu in quel momento che ebbe come una sorta di illuminazione, una perfetta epifania. L'oro dei templi. Ma certo. Se non vogliono pagare con il denaro, prenderemo l'oro dai templi di tutte le citt e con esso tratter con l'India, ricostruir il mio esercito e il mio potere e riprender a combattere Roma.
Il re parlava da solo, estraneo a tutto ci che avveniva intorno a lui. Uno degli ufficiali che si trovavano l vicino e che aveva udito le sue parole scosse la testa ma non os intervenire. D'altro canto, Antioco non aveva il minimo dubbio su ci che doveva fare e si rivolse ai suoi uomini riuniti sotto il maestoso leone di pietra di Ecbatana.
Recatevi nei templi e confiscate tutto l'oro. Dite che  per il re, per il suo impero. Dite che  per Antioco III.
Gli ufficiali esitarono, per molti di loro pensarono che con quell'oro avrebbero finalmente ottenuto i pagamenti che attendevano da tempo e questo era ci a cui pi tenevano. Nessuno di loro riflett sulle gravi conseguenze che quell'azione avrebbe comportato. Organizzarono quindi piccole pattuglie suddividendosi i templi in cui recarsi con l'obiettivo di confiscare tutto l'oro e l'argento che potevano.
All'inizio il popolo non fece nulla, ma poi, a poco a poco, con la pazienza di una tormenta che va formandosi lentamente mentre le nubi si accumulano e oscurano il sole, i cittadini di Ecbatana cominciarono a seguire le pattuglie dei soldati. All'inizio ci furono solo grida, ma ben presto cominciarono a volare le prime pietre. Il re stava depredando i loro di, le loro credenze, le loro speranze. Era l'oro delle loro preghiere quello che l'imperatore sconfitto stava prendendo, portando via, rubando. Alcune pattuglie di guerrieri seleucidi risposero agli attacchi sfoderando le spade, e quando la folla si lanci contro di loro, i soldati ammazzarono vari uomini, alcune donne e perfino un bambino. I cittadini di Ecbatana a quel punto si allontanarono, ma la notizia del bambino ucciso fece il giro di tutti gli angoli della citt con la rapidit con cui si propaga una peste quando i ratti emergono dal sottosuolo. Il popolo di Ecbatana non era disposto a tollerare che il re Antioco commettesse quel sacrilegio impunemente. Se dovevano morire, sarebbero morti.
Le porte della citt vennero chiuse e Antioco III e un terzo del suo esercito rimasero intrappolati all'interno. All'esterno, il resto dei soldati non capiva cosa stesse succedendo. Quando all'improvviso alcune zone della citt presero fuoco e le fiamme cominciarono a diffondersi, gli uomini rimasti fuori tentarono di aprire le porte, ma i cittadini di Ecbatana scagliarono contro di loro pietre, lance e perfino olio bollente che fecero cadere dall'alto delle mura.
Nel centro della citt, intanto, Antioco, sereno e assolutamente ignaro di ci che stava accadendo, contemplava la montagna d'oro che i suoi uomini avevano accumulato saccheggiando i templi. C'erano anche argento, pietre preziose, statue e gioielli. Circondato dalla propria guardia personale, alle spalle del grande viale che confluiva nella piazza, non si accorse della moltitudine che marciava contro i suoi soldati spaventati, nervosi, confusi.
Fu un combattimento crudele, impietoso, bestiale. I soldati di Antioco non avevano mai affrontato tanto odio, tanta ira. I loro avversari non erano di certo dei guerrieri ma lottavano con la follia data dalla rabbia pi feroce. Fu questione di ore. Ci furono centinaia di morti da entrambe le parti, di pi tra il popolo, per questo era molto pi numeroso. A un certo punto i soldati lasciarono cadere le armi e il popolo cess di uccidere, mordere, graffiare e mutilare coloro che resistevano. Si arriv a un patto con alcuni ufficiali. I soldati sopravvissuti avrebbero avuta salva la vita nonostante le centinaia di cittadini da loro uccisi, ma ci a patto che venisse consegnato colui che aveva dato origine a quella follia.
Antioco III di Siria, Basileus Megas, che era stato l'uomo pi potente di tutto l'Oriente, fu cos trascinato per i piedi, spogliato, ricoperto di sputi e il suo corpo fu lapidato e squartato fino a che di esso non rimase nemmeno un pezzo di carne con cui alimentare i cani.
1. Antico nome di Hamadan, citt situata nella parte ovest dell'Iran.

21. PER CINQUECENTO TALENTI.
Roma
Luglio del 187 a.C.

Publio, Emilia, Publio figlio e Cornelia Minore stavano per cenare quando Gaio Lelio si present senza preavviso. Non era una cosa frequente, ma nessuno di loro si allarm. Lelio era come un familiare e aveva il permesso di presentarsi in quella domus ogni volta che lo desiderava. Perci Emilia, non appena ebbe udito la voce profonda dell'ex console che salutava il marito, che intanto si era alzato per vedere chi potesse essere a un orario cos inopportuno, si limit a ordinare a una schiava che portassero un altro tavolo da situare di fronte al lectus medius, alla destra del pater familias, il luogo riservato agli invitati pi apprezzati. Questa schiava era una donna iberica di mezza et che serviva la famiglia dai tempi delle campagne in Hispania. Aret, invece, non serviva nell'atrio, poich Emilia, con il consenso del marito, l'aveva confinata nella cucina, da dove usciva raramente. Emilia sapeva di dover passare sopra all'infedelt di Publio, l'alternativa sarebbe stata affrontarlo e generare uno scandalo. Erano le uniche due opzioni, e lei, da buona matrona romana, era allergica agli scandali. Per lo meno la schiava amante di suo marito aveva accettato quel confinamento e continuava la relazione con discrezione. Era il minimo che Emilia aveva tacitamente preteso, e i due amanti vi si adeguavano con diligenza. Altra questione erano i sentimenti. La stretta intimit che da tanto tempo univa Emilia a Publio era ormai scomparsa. Restava solo il rispetto reciproco per ci che entrambi rappresentavano. Su questa base scorreva la quotidianit del loro matrimonio. Non era la base solida n appassionata che era esistita un tempo, tuttavia ragionevolmente stabile. Fredda, distante, non esente da tensioni, per resistente.
Gaio Lelio apparve nell'atrio scortato da Publio, e sia Publio figlio che Cornelia lo accolsero con ampi sorrisi. Emilia gli rivolse parole gentili anche se dirette.
Un'interruzione della nostra cena per una visita di Gaio Lelio  sempre ben accetta.
Grazie, signora, grazie. Qui sono sempre ricevuto talmente bene che dovrei venire pi spesso rispose lui mentre Publio si dirigeva verso il triclinium che due schiavi stavano posizionando alla destra del suo.
Gi, dovresti venire pi spesso intervenne mentre entrambi gli uomini si stendevano sui rispettivi letti per condividere ci che gli schiavi stavano servendo.  dalle ultime kalendae che non ci fai visita.
Lelio si limit a sorridere e ad accettare una coppa di vino offertagli da uno schiavo. Il vino gli fu particolarmente gradito, sia perch era risaputo quanto gli piacesse sia perch l'ex console non aveva voglia di parlare, nonostante quello fosse il motivo per cui si era recato l.
Publio, che lo conosceva bene, comprese che qualcosa non andava mentre lo osservava bere, mangiare e tacere, cosa, quest'ultima, alquanto inusuale per Lelio.
Mi fa piacere vedere, mio caro Gaio Lelio, che hai appetito e che sempre apprezzi una coppa di vino, per il tuo silenzio mi pare eccessivo e scommetto che esiste un motivo che ti porta a essere cos poco comunicativo con gli amici.
Lelio arross leggermente, lasci la coppa sul tavolo e fin di masticare il boccone. Colui che era stato il luogotenente di Scipione in Hispania e in Africa assent lentamente.
Suppongo che dopo tanti anni insieme mi sia difficile nascondere qualcosa al mio vecchio amico disse a bassa voce, sospirando tra s e s.
Supponi bene, Lelio rispose Publio con gentilezza, senza apparire eccessivamente preoccupato.
Emilia invece aveva la fronte corrugata. Lelio di solito era un chiacchierone. Il suo silenzio poteva presagire solo problemi, e dato che Lelio era anche uomo da non incupirsi per delle sciocchezze, il problema doveva essere grave.
Lelio teneva lo sguardo basso, poi lo spost su Publio, che lo osservava rilassato, e infine su Emilia, e comprese che solo lei era preparata alla notizia che stava per riferire.
I tribuni della plebe hanno richiesto una consultazione al Senato disse rapido.
Spurino e Quinto Petilio? chiese Publio figlio, mentre suo padre si limitava a cambiare espressione, tramutando il viso rilassato di un attimo prima in un'espressione carica di tensione trattenuta.
Tutti i presenti sapevano che Spurino e Quinto Petilio erano due marionette al servizio di Catone. Emilia osserv il marito e cap che Publio si era gi fatto un'idea sulle possibili conseguenze di quella notizia.
Che tipo di consultazione? domand Scipione seccamente, con un astio non rivolto all'amico, che era solo un fedele messaggero, ma alla spiacevole situazione che immagin si sarebbe creata a breve in Senato, come tutte quelle prodotte da quel maledetto e insopportabile di Catone.
Gaio Lelio deglut.
La consultazione riguarda i cinquecento talenti che Antioco anticip come pagamento del risarcimento della guerra in Asia. Ed espir. Lo aveva detto, finalmente. Poi, con un tono pi controllato ora che l'essenziale ormai era venuto fuori, aggiunse: Nel Foro non si parla d'altro. Tutti sono convinti che Catone si impunter su questa faccenda. Sta cercando, come al solito, di infangare il nome degli Scipioni. Non diamogli eccessiva importanza. Lelio tentava di tranquillizzare l'amico, sicuro che in quel momento Publio bruciasse d'ira.
Quei cinquecento talenti erano nostri, Lelio, e lo sai. Facevano parte del bottino di guerra.
Certo, certo conferm lui annuendo in maniera quasi esagerata.
Per sappiamo anche che i tribuni della plebe si attaccano a ogni pretesto continu Publio con la voce sempre pi carica d'indignazione. Faranno credere a tutti che quei maledetti talenti appartenevano allo Stato. Questo  ci che soggiace dietro alla richiesta della consultazione.
Per appartenevano a te e allo zio Lucio, padre, come parte del bottino di guerra s'intromise Publio figlio.
S, ragazzo, certo. Ma tutto pu ritorcersi contro di noi, soprattutto se a parlare sar quel deplorevole di Spurino, istruito dall'odioso Catone.
Per, padre,  un'abitudine riconosciuta che i generali vittoriosi dispongano per primi dei pagamenti di risarcimento come parte del bottino.
 vero, figlio mio, ma purtroppo non  scritto da nessuna parte, e se si vuole guardare alla legge scritta i pagamenti di risarcimento appartengono allo Stato, e ora intendono giudicare me e Lucio in base alla legge scritta, ignorando ci che  pratica abituale.  la stessa strategia che Catone ha utilizzato con Glabrione dopo la battaglia delle Termopili.
Lelio si volt verso Emilia, la quale interpret correttamente, come sempre, la richiesta che lo sguardo dell'amico sottendeva: le stava chiedendo di intervenire.
Publio, cominci la matrona con voce serena per tutti gli di, Catone sta usando i tribuni solo per provocarti; sta cercando di farti innervosire e, come tu hai appena detto, sta utilizzando la medesima strategia del passato, quando accus i nostri amici senza avere alcuna prova.
Publio annu, continuando a dare le spalle alla moglie.
Lo so, lo so, rispose per, per Giove, se l'obiettivo di quel miserabile era farmi innervosire ci  riuscito. Quei cinquecento talenti non ci daranno problemi in Senato. Non l'ho mai pensato. Io ho procurato alle arche dello Stato pi denaro di chiunque altro, e lo Stato non potr essere cos ingrato da chiedermene conto. Quindi scosse la testa da una parte all'altra.
Emilia comprese che l'obiettivo di Catone si stava gi realizzando: suo marito, indignato e nervoso, si sarebbe recato in Senato per difendersi da una sciocchezza, e a quel punto lui sarebbe riuscito a metterlo con le spalle al muro di fronte a una decina di senatori invidiosi del suo potere e della sua gloria. In quel momento seppe come suo marito avrebbe dovuto reagire a quella provocazione.
Publio, non devi andare in Senato domani disse andando dritta al punto. Lo sguardo di tutti si rivolse a lei. No, non devi andare. Se lo farai, dimostrerai di dare importanza a una cosa tanto stupida. Lascia che vada Lucio e che spieghi la situazione. Sar pi che sufficiente. Se ti lascerai provocare farai il gioco di Catone e tutti penseranno che questa accusa ha un fondo di verit. No, non andare in Senato.
Publio neg con la testa un paio di volte e torn a sedersi sul suo triclinium. Nessuno aveva pi toccato cibo.
Non posso lasciare solo mio fratello. Tutti sanno che in Asia abbiamo condotto insieme le truppe e che abbiamo condiviso quasi tutte le decisioni. Se non andr, penseranno che gli abbia voltato le spalle.
Nessuno lo penser, per Castore e Polluce! esclam Emilia. Come potrebbero anche solo pensare una simile sciocchezza? Non esistono due fratelli pi uniti di te e Lucio. Tuo fratello sapr difendersi da solo dalle insidie dei tribuni. Non recarti in Senato domani, o Catone trover il modo di lanciarti tutti contro. La tua indignazione ti far perdere il controllo e se anche risponderai con la verit, che tu sei colui che ha portato pi denaro di chiunque altro alle casse dello Stato, ci non far che incrementare l'invidia nei tuoi confronti. Publio, te ne prego, lascia che domani sia Lucio a difendere la famiglia.
Visto per che il marito continuava a scuotere la testa, Emilia si sent in dovere di fare un ultimo tentativo.
A Magnesia Lucio ha saputo cavarsela. Ci riuscir anche domani.
A Magnesia io ero malato. Domani che scusa avrei per non presentarmi insieme a mio fratello? Che temo Catone?
Emilia abbass lo sguardo e tacque. Nessun altro os intervenire. Il pater familias della casa degli Scipioni si alz e, senza dire una parola, senza nemmeno salutare Lelio, attravers le tende del tablinum e scomparve dall'atrio. Scese un silenzio imbarazzante tra tutti i commensali di quella cena interrotta.
Mi dispiace... mi dispiace essere stato latore di queste notizie, ma ho pensato fosse meglio che Publio, che tutti voi, foste messi al corrente della seduta di domani in Senato.
E hai fatto bene, Gaio Lelio rispose Emilia con gratitudine. E Lucio?
Dal Foro ho inviato uno schiavo a casa sua per informarlo.
Bene, hai fatto bene. Lucio non tarder a venire qui, come hai fatto tu, per consultarsi con suo fratello.
Lelio si avvicin al viso di Emilia e le parl a voce talmente bassa che nemmeno Publio figlio e Cornelia Minore poterono intendere le sue parole.
Anch'io credo che sarebbe meglio che Publio non si recasse in Senato domani.
Lo so mormor lei.
Lelio continu a bisbigliare.
Per nessuno potr fermarlo. Domani si recher in Senato e affronter Catone. Attende questo momento da molti anni. Entrambi i fratelli lo attendono.
S, ammise Emilia per Catone  preparato e mio marito no. Dovremmo guadagnare tempo, o Publio, cos nervoso, finir per dire o fare qualcosa che metter i senatori contro di lui.
Come potremmo evitare che Publio si rechi in Senato?
Emilia rimase in silenzio qualche istante, riflettendo, finch non sussurr: Io non possiedo pi alcun ascendente su mio marito per poter influire sulla sua volont, ma so chi potrebbe riuscirci.
Lelio, confuso, guard verso Publio figlio e Cornelia Minore. Emilia sospir e si rallegr del fatto che l'amico non avesse capito chi lei intendesse. E non sarebbe stata lei a rivelarglielo.

22. L'ULTIMO GRANDE VIAGGIO DI ANNIBALE.
Ponto Eusino
Estate del 187 a.C.

Attraversarono l'Ellesponto navigando di notte. La priorit era evitare le sempre pi numerose imbarcazioni romane e di Pergamo che controllavano l'Egeo e soprattutto lo stretto passaggio che rappresentava la porta verso il mare interno del Ponto Eusino. Se invece c'era qualcosa che Annibale non temeva erano i pirati. Lui stesso era quasi un pirata, un fuggitivo senza patria obbligato a vivere perennemente in fuga, senza regno, condannato a sopravvivere grazie all'oro e all'argento che aveva accumulato a Cartagine ma che ora, a poco a poco, si stava esaurendo. Eppure non si sentiva ancora sconfitto. Sopravviveva in lui un anelito di libert, un palpito di furia che manteneva lui e tutti coloro che lo seguivano ancora forti, sicuri di s, mentre si dirigevano verso il Ponto Eusino sulla prua di quella nave cretese.
Attraverseremo tutta la parte est del mare, da un estremo all'altro, Maarbale disse guardando l'orizzonte in cui stava albeggiando.
Molti erano i regni che il Ponto Eusino bagnava con le sue acque, e Maarbale, pur sempre attento ai commenti del suo generale, non capiva quale fosse l'ultima destinazione del loro viaggio.
Dove ci stiamo dirigendo esattamente, mio generale?
Annibale guard per un momento l'ufficiale e poi torn a voltare il viso verso il vento del nord contro cui i rematori dovevano faticosamente lottare per riuscire ad avanzare in quella lunga traversata. Fino a quel momento il generale aveva mantenuto segreta la loro meta. Voleva essere sicuro che nessuno dei suoi uomini, dopo troppe coppe di vino in una qualunque taverna delle varie baie in cui erano attraccati, potesse lasciarsi fuggire qualcosa riguardo al tragitto che stavano seguendo. Per ormai si trovavano alla fine del viaggio.
Andiamo in Armenia.
Maarbale non parve molto convinto, e ne aveva tutte le ragioni. L'Armenia faceva parte dell'impero seleucide e, dopo la disastrosa battaglia di Magnesia, era impensabile che Antioco III accettasse di accoglierli, anche se la colpa di quel fallimento era stata dello stesso re, che non aveva voluto seguire i consigli di Annibale.
Non preoccuparti, Maarbale. So cosa stai pensando si affrett a spiegare il generale per tranquillizzarlo. L'Armenia non  pi sotto il dominio di Antioco. Parlava guardando il mare, un orizzonte che si faceva sempre pi azzurro grazie allo spuntare dei primi raggi di sole che illuminavano tutto intorno, come se si trattasse di una rinnovata speranza per quegli uomini che ormai avevano perso tutto. Durante le mie lunghe notti insonni, quando Imilce stava male, ho parlato con molti pirati di Creta. Diversi satrapi del regno seleucide si sono ribellati ad Antioco dopo la sconfitta di Magnesia. L'esercito siriano si  ormai disgregato e il re deve enormi quantit di denaro a Roma come indennizzo. In verit, non  nemmeno chiaro se Antioco sia vivo o morto. I pirati stanno ben attenti a tutte le informazioni perch desiderano catturare qualcuna delle navi cariche di oro che dovranno partire dalla Siria in direzione di Roma per trasportare i risarcimenti di guerra.  qualcosa di simile a ci che dovemmo pagare noi dopo Zama. Per Antioco ha tentato di ottenere il denaro aumentando le tasse dei piccoli regni a lui sottomessi e molti di questi si sono ribellati approfittando della sua debolezza. E la stessa Roma, come non poteva essere altrimenti, li ha riconosciuti quali nuovi territori autonomi. L'Armenia  uno di questi nuovi regni indipendenti, ora sotto il governo di Artaxias.
Mi ricordo di Artaxias rispose Maarbale. Credo di averlo incontrato ad Antiochia, o  stato a Magnesia? Non fu lo stesso Antioco a nominarlo governatore dell'Armenia?
S, esatto disse Annibale sorridendo. Ricordo bene che era a favore del mio piano d'attacco a Magnesia. Da quanto mi hanno riferito, Artaxias ha preso molto sul serio il suo incarico, fino al punto di autoproclamarsi re e dichiararsi indipendente ed estraneo alle esigenze della debilitata Siria. Sta facendo costruire nuove fortificazioni in tutta l'Armenia. Si sta preparando a una possibile guerra che potrebbe aver luogo quando Antioco o chi governer la Siria al posto suo avr ricomposto l'esercito. Artaxias apprezzer i nostri servigi.  ambizioso ma non stupido. Capir che possiamo essergli utili. E torn a osservare il mare, stendendo il braccio per segnalare un punto preciso. Navigheremo verso est, prima lungo la costa della Bitinia, poi nel Ponto passando davanti ad Amisos, quindi continueremo fino a superare la valle del fiume Lykos.
Maarbale annuiva guardando la costa in direzione sud, dove stava indicando Annibale.
Per la valle del Lykos  gi Armenia. Potremmo sbarcare l comment sforzandosi di ricordare le mappe di quella regione che aveva visto durante la sua permanenza ad Antiochia.
Il generale scosse la testa.
No. L'Armenia si  divisa in due: la valle del Lykos  ora l'Armenia Minore, rimasta sotto il governo di Zariadres, del quale non mi fido, mentre la Grande Armenia, sotto il governo di Artaxias,  pi sicura. Quest'ultima si estende dalla valle del fiume Phasis fino ai laghi di Urmia e di Van. Raggiungeremo la foce del Phasis, e pi precisamente un porto che ha lo stesso nome del fiume. Una volta l entreremo in contatto con le truppe di Artaxias e ci presenteremo.
Maarbale abbass il capo un paio di volte in segno di assenso. Annibale aveva di nuovo pianificato ogni cosa. I due uomini, compagni di mille battaglie e fratelli d'esilio, restarono a osservare la costa nord di tutti quei regni asiatici che si erano ribellati alla Siria. Erano la dimostrazione che l'impero di Antioco stava svanendo come un sogno, come cenere che si disperde al vento dopo una lunga notte di roghi.

23. LE CAREZZE DI ARET.
Roma
Luglio del 187 a.C.

Emilia Terzia ascoltava attenta. La casa era immersa in una calma apparente, carica di tensione. Gli schiavi si erano chiusi in cucina, Cornelia Minore e Publio figlio dormivano nelle loro stanze. Si udiva solo il mormorio della conversazione tra Publio e suo fratello. Avevano molto di cui parlare. Come previsto, Lucio era arrivato in cerca di consiglio, e il fratello lo aveva ricevuto a braccia aperte assicurandogli immediatamente che la mattina seguente lo avrebbe accompagnato in Senato, confermando cos il timore di Emilia. Era stato subito dopo che Lelio se n'era andato e lei si era ritirata nella sua camera da letto. Sapeva che suo marito era risentito verso di lei per aver cercato di convincerlo a non recarsi in Senato, cos come sapeva che non avrebbe dormito con lei quella notte, come spesso accadeva dopo il suo ritorno dall'Asia. Tra loro era tutto cambiato. I sentimenti che prima li legavano erano scomparsi, rimanevano la sacralit della famiglia e la necessit di proteggerla dagli attacchi di Catone che continuava a mirare alla distruzione completa degli Scipioni e degli Emilio-Paoli. Per salvare la famiglia Emilia era disposta a tutto. Per questo non ebbe dubbi su ci che doveva fare.
Le voci lontane di suo marito e di suo cognato giungevano come bisbigli incomprensibili, per indicavano che i due si trovavano nel tablinum. Emilia Terzia si sollev lentamente e rimase seduta sul letto. Ci aveva pensato bene. Si alz e, senza nemmeno indossare i sandali, a piedi nudi sul freddo suolo di pietra usc nell'atrio e raggiunse la porta che dava accesso agli alloggi degli schiavi. Pass davanti a varie stanze fino a raggiungere la cucina, proprio in fondo alla casa. Questa era leggermente incavata nel suolo in modo che il fuoco del suo camino potesse servire come forno e trasmettere il calore per riscaldare le altre stanze della domus attraverso una rete di condotti sotterranei. Emilia discese le scale cos silenziosamente che arriv al centro della cucina senza che nessuno degli schiavi potesse udirla.
In un angolo, due donne anziane stavano tagliando della verdura; Laerte, l'atriense, stava abilmente spennando un pollo da poco sacrificato; Aret, vicina al fuoco, al riparo della luce e del calore, ricuciva una tunica strappata di Cornelia Minore.
Emilia si ferm vicino al camino. La sua lunga ombra, proiettata dalle fiamme vibranti, richiam l'attenzione di Laerte, il quale, colto di sorpresa, afferr il coltello ma poi, vedendo che si trattava della moglie del padrone, spaventato e desolato per aver brandito un'arma alla presenza della padrona, appoggi l'utensile sul tavolo e rimase fermo, a occhi bassi.
Quando le due anziane e Laerte videro la matrona di fronte ad Aret, non ebbero bisogno di spiegazioni: risalirono la scala e lasciarono la moglie e l'amante del padrone della casa da sole, vicino al fuoco del camino. Nessuno se ne sorprese. Prima o poi l'ira della signora doveva raggiungere quella cucina.
Aret interruppe il suo cucito e si alz lentamente in segno di rispetto; Emilia per sollev subito una mano per invitarla a sedersi di nuovo. Tornata alla sua piccola sella, la giovane rimase in silenzio fissando il suolo. Emilia si volt verso le fiamme. Tremavano come fossero spaventate dal calore che le due donne generavano.
Questa notte mio marito ti cercher, come molte altre notti disse.
Aret non seppe cosa rispondere. Da quando il padrone l'aveva portata in quella casa non aveva mai parlato con sua moglie. Immaginava il rancore e la rabbia che quella donna doveva provare nei suoi confronti e non volendo alimentare altro odio si era sempre mantenuta pi discreta possibile e aveva evitato ogni possibile incontro con lei. In quel momento, di fronte alle parole della signora, rimase in silenzio, spaventata.
Emilia non se ne dispiacque, piuttosto il contrario. Non aveva intenzione di discutere con l'amante del marito. No. Era un altro il motivo di quella visita. Ma quella ragazza avrebbe inteso bene le sue parole?
Mi capisci quando ti parlo? domand in latino.
S, mia signora. Aret era a Roma da sufficiente tempo e la sua naturale predisposizione a integrarsi con ci che la circondava aveva fatto s che apprendesse quella lingua rapidamente.
Domani mio marito vuole recarsi al Senato, mi capisci?
Aret annu.
Bene continu poi Emilia, rapida come un torrente. Non deve farlo. Domani mio marito non deve andare in Senato. Ho tentato di convincerlo, per... Le costava ammettere di non avere pi alcuna influenza su di lui, specialmente di fronte alla sua giovane e sfacciatamente bella amante.
In effetti, illuminata dalla luce del fuoco, Aret appariva cos splendida che lei sent una fitta allo stomaco, consapevole del fatto che quella luce che evidenziava il bel viso della giovane era la stessa che svelava con impietosa chiarezza le rughe sul suo volto.
Ho tentato di persuaderlo ma non  servito a nulla. Quando verr da te questa notte, voglio che tu lo convinca a non andare in Senato domani.
Aret apr la bocca per parlare, ma la richiuse subito. Non aveva mai tentato di convincere il suo padrone di qualcosa. Lei si era sempre limitata a obbedire e a dimostrarsi affettuosa con lui. Non sapeva da dove cominciare, n che fare o dire.
Lo capisco, mia signora, per... per non so come potrei fare...
Emilia la interruppe indispettita, controll tuttavia il volume della voce per non farsi udire da nessuno oltre le pareti della cucina.
Fa' quello che fai sempre con lui tutte le notti in cui ti raggiunge. Per convincilo a non andare in Senato domani, o ti giuro, per tutti gli di, che tutto il rancore nei tuoi confronti che ho trattenuto nel mio petto fino a oggi esploder e ti si scaglier contro alla prima occasione. Sia tu che io sappiamo che mio marito  malato e che prima o poi tu rimarrai qui sola, senza la sua protezione, al mio servizio.
Aret spalanc gli occhi. Occhi maledettamente belli che irritarono Emilia, ancor di pi perch non trasmettevano sfida ma piuttosto timore. Fece un respiro profondo e attese l, in piedi, scalza, la risposta di quell'insopportabile schiava.
Ci prover, ma non so se ci riuscir mormor Aret con un filo di voce.
Per Castore e Polluce, schiava! Sei molto pi bella di quanto avrei potuto immaginare, possiedi armi che io ho perduto da molto tempo! Se non sarai capace tu di convincere mio marito, nessun'altro potr farlo. E se domani lui si recher in Senato... Emilia s'interruppe di colpo. Cosa poteva capirne quella giovane di politica?
Lo uccideranno? chiese Aret ingenuamente.
Lo uccideranno con le parole, e sar una morte anche peggiore, perch lo lasceranno vivere per assistere alla sua stessa caduta, questo faranno i suoi nemici. Gli hanno teso una trappola e lui non lo capisce... non lo capisce... Emilia si volt verso il fuoco per nascondere le lacrime d'impotenza che scendevano dai suoi occhi e scivolavano sulle guance sciupate dagli anni.
Aret si sollev lentamente.
Prometto che far tutto il possibile per evitare che il mio padrone si rechi domani in Senato.
Emilia asciug rapida le lacrime con la manica della tunica e, dando le spalle alla giovane schiava, risal la scala senza dire nulla. Si era umiliata molto pi di quanto avrebbe voluto e non aveva intenzione di aggiungere anche un ringraziamento a quell'insopportabile e bellissima schiava greca.
Publio entr nella stanza di Aret proprio al principio della seconda vigilia, a notte inoltrata, mentre tutti dormivano. Aveva appena salutato suo fratello assicurandogli che il giorno seguente lo avrebbe accompagnato alla sessione del Senato e che sarebbe stato al suo fianco per appoggiarlo. Non aveva fatto menzione dei timori di Emilia. Continuava a considerarli esagerati e perfino ingrati: lui doveva rimanere accanto al fratello, come sempre era stato nella sua famiglia. Sapeva che non si sarebbe trattato di una semplice consultazione dei tribuni della plebe, ma la sua assenza sarebbe stata mal interpretata e Catone ne avrebbe approfittato per lanciarsi contro Lucio insieme a tutti i suoi seguaci e per umiliarlo di fronte al resto dei senatori, fino ad accusarlo formalmente di malversazione dei fondi statali durante la campagna in Asia, e lui non poteva permetterlo. No, non lo avrebbe permesso. Publio era sicuro che la sua sola presenza in Senato sarebbe stata sufficiente a mettere a tacere le critiche e a fare in modo che tutti fossero molto pi cauti nel pronunciarsi.
Aret giaceva nel suo letto, apparentemente addormentata, sotto una coperta di lana. A differenza degli altri schiavi, lei disponeva di una stanza riservata, con una piccola finestra che in quelle calde notti restava aperta, per permettere un'adeguata ventilazione. Quello status speciale faceva s che Publio Cornelio Scipione potesse recarsi da lei in qualunque momento e godere dei suoi servigi in assoluta intimit. Quella notte, proprio come Emilia aveva previsto, Publio non aveva voglia di dormire nella camera da letto coniugale col rischio di ricevere altri rimproveri da parte della moglie. Del resto Emilia si era abituata alle sue assenze notturne. Publio evit di pensare al dolore che poteva provocare in lei, si sedette su una piccola sella di fronte al letto dell'amante e rimase a contemplare le sensuali curve che si delineavano sotto il tessuto della coperta.
Aret, come un felino dal sonno leggero, apr lentamente gli occhi. Nel vedere il suo padrone non disse nulla e si limit a sorridere.
Publio si rallegr di quel sorriso. Era ci che pi lo incantava di quella giovane. Lui avrebbe potuto permettersi tutte le belle donne che voleva nella grande casa della lena di Roma o in qualunque altro bordello di lusso, o anche comprando qualche altra schiava compiacente, per Aret aveva dimostrato fin dal principio di gradire la compagnia del suo padrone. Forse era un sentimento fasullo, ma era talmente piacevole stare insieme a quella splendida ragazza che sembrava essere, almeno in apparenza, felice quanto lui, che Publio si abbandon completamente, anche quella notte, al piacere fisico e dei sentimenti.
La giovane scese dal letto e s'inginocchi davanti a lui coperta solo dalla sottile coperta che le scivolava sulle spalle. Il suo padrone cominci a scoprirla e lei, senza esitare, si disf della coperta e rimase nuda. Cominci poi ad accarezzargli le gambe mentre questi si alzava e si svestiva. Quando anche lui rimase nudo, gli pass le sue dita fini e delicate sulle mani grandi e forti di lui, poi inizi a baciargli il volto mentre lui la stringeva, la possedeva e, lei ne era sicura, l'amava. Si adagiarono sul letto e lei s'impegn a dare tutto il piacere di cui era capace al suo amante e padrone.
La mente di Publio abbandon ogni preoccupazione durante quegli intensi minuti, mentre quella di Aret, al contrario, brulicava di pensieri. All'inizio aveva pensato di non concedersi a lui per costringerlo a rimanere con lei e fare in modo che non si recasse in Senato il mattino seguente, ma aveva compreso immediatamente che si trattava di una stupidaggine: una schiava non poteva negarsi davanti a una richiesta del padrone. Avrebbe potuto mostrarsi meno disponibile, meno desiderosa di fare l'amore con lui, ma aveva presto abbandonato anche quella idea. No. Doveva agire in un altro modo: per prima cosa compiacere il suo signore pi di quanto avesse mai fatto prima, poi, approfittando della sua calma, tentare di influenzarlo. Per pi tardi. All'alba.
La notte pass come per incanto. Dalla piccola finestra entr un lieve raggio ad annunciare l'arrivo della hora prima, sufficiente a svegliare Aret. Di fianco a lei, il padrone dormiva rilassato. La notte prima si era dimostrato bisognoso di carezze pi che di sesso, e lei era stata generosa con le prime e benevola con il secondo. Aveva compreso che Publio era nervoso. Ora stava aprendo gli occhi. Era arrivato il momento di intervenire.
La giovane si alz e cominci a respirare affannosamente, seduta su una sella in un angolo della stanza, coperta dalla tunica, le braccia strette intorno al corpo come se avesse freddo, paura o entrambe le cose.
Che ti succede, donna? domand Publio sollevandosi dal letto e cercando i suoi vestiti.
Aret all'inizio tacque. Il padrone sembrava irritato mentre indossava la tunica pensando che avrebbe dovuto recarsi nella sua stanza per cambiarla con la toga virilis oppure farsela portare da uno schiavo cos da evitare di incontrare Emilia.
Che ti succede? Parla. Non ho tempo per certe sciocchezze stamattina.
Non  nulla.  stato solo un incubo.
Un incubo?  questo che ti ha tanto spaventata? Stai tranquilla, in questa casa non ti succeder nulla di male.
Aret annu, ma la sua espressione continuava a essere preoccupata. Vedendo che il padrone non aveva tempo da perdere decise di arrivare subito al punto.
Non temo per me stessa, ma per te, mio signore.
Publio richiuse la porta che aveva appena aperto e non chiam l'atriense come stava per fare.
Per me?
S, mio signore. Aret parl rapidamente, come se volesse liberarsi della paura con le parole. Ho sognato che il mio signore si recava in Senato questa mattina e che l accadeva qualcosa di terribile. I miei sogni di solito si avverano, mio signore.  meglio che il mio signore non vada in Senato oggi.
L'espressione rilassata di Publio si tramut in un ghigno sprezzante. Aveva passato la notte con Aret proprio per evitare quel tipo di discussioni con la moglie e ora la sua amante lo tormentava con i medesimi timori.
Questa  un'assurdit. Quando, prima di oggi, hai fatto simili sogni premonitori?
Aret si rese conto del proprio errore ma tent di correggerlo come meglio pot, ovvero con un'altra menzogna.
Sempre, mio signore, ma non lo avevo mai riferito perch non avevano mai riguardato il mio padrone.
Publio la osserv con diffidenza. Nella sua mente emersero all'improvviso i ricordi dei nemici che lo avevano minacciato, dei tradimenti da parte di schiave apparentemente fedeli. Aret doveva aver parlato con qualcuno che non voleva che lui si recasse in Senato. La scusa del sogno era fin troppo ridicola.
Con chi hai parlato, schiava?
L'uso della parola schiava e il modo gelido con cui era stata pronunciata avvertirono Aret che non era il momento per troppi giri di parole, tuttavia non poteva tradire la sua padrona. Non seppe cosa rispondere e il silenzio irrit ancor di pi Publio.
Per Giove! Parla, schiava! Chi ti ha chiesto di convincermi a non recarmi in Senato?
Aret abbandon la sella e and a rannicchiarsi in un angolo. Non aveva mai visto il padrone cos arrabbiato. Lui si era sempre dimostrato delicato, gentile e affettuoso con lei. Non le aveva mai gridato contro e soprattutto non l'aveva mai chiamata schiava. Certamente il suo signore aveva nemici potenti e lei doveva aver detto qualcosa d'inappropriato, ma non sapeva come rimediare senza tradire la signora, cosa che avrebbe senz'altro incrementato il rancore che quella donna nutriva nei suoi confronti. Il padrone per si stava avvicinando, arrabbiato, evitava di gridare solo per non farsi udire da tutta la casa.
Con chi hai parlato? Dimmelo,  stato Catone o qualcuno dei suoi seguaci? Dimmelo,  stato Catone?  stato Catone?
Aret si rannicchi ancor di pi e, quasi di riflesso, chiuse il pugno sull'immagine del dio Eshmun che portava al collo e che suo padre le aveva donato prima che lei partisse da Sidone. Forse la padrona aveva ragione, forse questo Catone era un terribile nemico disposto a danneggiare il suo signore, ma cosa poteva dire...? Un improvviso colpo in mezzo al viso la scaravent a terra. Era atterrita, stupefatta, terrorizzata. Il padrone non l'aveva mai picchiata.
 stata la signora, mio padrone...  stata la signora, mio padrone... E torn a raggomitolarsi nell'angolo singhiozzando contro la parete, chiudendo gli occhi, aspettandosi altri colpi e stringendo al petto la piccola immagine del dio Eshmun.
A un tratto Aret avvert un brutale strattone al collo e la miniatura le scomparve dalle mani. Alzando lo sguardo, vide che il padrone aveva afferrato il pendente rompendo il sottile laccio che lo teneva legato al collo della giovane.
Che cos' questo? domand Publio sostenendo l'immagine del dio come fosse un serpente e tenendo l'altra mano alta e pronta a colpire nuovamente Aret.
La schiava rispose tra i singhiozzi.
 solo un'immagine del mio dio, il dio Eshmun,  il mio dio... me la diede mio padre... una volta lo pregai perch guarisse il mio padrone...  solo il mio dio... un dio guaritore...
Publio Cornelio Scipione abbass la mano con cui stava per colpire una seconda volta Aret. Rest in piedi a guardarsi il palmo aperto. Non aveva mai colpito una donna prima di allora. Guard l'immagine di quel dio straniero, poi si avvicin lentamente alla giovane e le restitu il pendente.
Aret lo prese, lo richiuse tra le sue dita nervose e bagn l'immagine con le lacrime. Nel frattempo, il princeps senatus, l'uomo pi potente di Roma, colui che nella vita militare e politica aveva accumulato pi nemici di chiunque altro, si sedette sul letto sfatto di Aret. Era stata sua moglie a parlare con la ragazza e lui l'aveva colpita. I singhiozzi soffocati della giovane si diffondevano per quella stanza in cui solo poche ore prima aveva giaciuto con lei ricevendo le sue carezze e i suoi baci. Publio scosse la testa in silenzio. Che gli stava succedendo? Tradiva sua moglie e maltrattava la sua amante. Che tipo d'uomo stava diventando? Che cosa avrebbe fatto ancora? Aveva gi perduto la fiducia della figlia minore. L'unica nota positiva era che non esisteva alcun sogno premonitore.
Le donne non dovrebbero immischiarsi nelle questioni politiche. Questa, credo,  l'unica cosa che mi trova d'accordo con Catone disse guardando il pavimento, parlando a se stesso. Poi si alz lentamente e usc dalla stanza.
Anche Aret si alz e, ancora tremando, si accucci sul suo letto e continu a piangere in silenzio. Non si trattava tanto del colpo ricevuto dall'uomo dal quale dipendeva. Aveva appena tradito la sua signora: ci avrebbe portato a gravi conseguenze.
La porta si apr e l'ombra di un uomo corpulento si proiett dalla luce proveniente dal corridoio. Aret riconobbe la figura di Laerte. Era consapevole di piacere a quell'uomo, come a tanti altri, ma a differenza degli altri schiavi della casa lui era sempre stato gentile con lei e non l'aveva mai guardata con desiderio o invidia.
Stai bene? domand ora a bassa voce.
S, sto bene.
L'atriense annu e senza aggiungere altro usc dalla stanza chiudendo delicatamente la porta. Aret si rese conto che era la prima volta che un uomo le faceva una simile domanda da quando era bambina, da quando suo padre glielo domandava ogni sera, prima di metterla a letto. Fece un nodo agli estremi del laccio di cuoio e indoss di nuovo l'immagine del suo dio.
Nascosta dietro le tende che davano accesso all'atrio, Emilia vide suo marito uscire dalla stanza di Aret. Aveva anche udito la ragazza confessare dopo un colpo secco che era stata la padrona a chiederle di indurre il marito a non andare. Tuttavia non era quel tradimento a preoccuparla. Immediatamente Emilia torn nella camera da letto coniugale in attesa dell'arrivo di Publio. Si distese di nuovo sul letto e si copr con le lenzuola. Non disse nulla mentre il marito entrava, indossava la toga per il Senato e usciva rapido dalla stanza. In qualunque altra circostanza lei lo avrebbe aiutato a vestirsi, ma quel giorno sapeva che lui avrebbe rifiutato il suo aiuto e avrebbe preferito quello di Laerte. E sapeva che Aret non era riuscita nel suo intento. Dentro di s si agitava un confuso agglomerato di sentimenti: fallimento e soddisfazione, timore per suo marito che si sarebbe recato in Senato e inevitabile gioia nello scoprire che in ci in cui lei era risultata impotente nemmeno l'irritante bellezza di Aret aveva potuto nulla. Era una piccola vittoria che la ricompensava dopo tanti inganni. E in fondo se suo marito intendeva recarsi in Senato, ci derivava da un nobile sentimento: voleva coprire le spalle al fratello. Il cuore di Publio conservava ancora la sua antica generosit.
Purtroppo era proprio questa onorabilit di cui Catone si stava approfittando per attaccarlo pubblicamente. Chiss, forse alla fine non sarebbe capitato nulla di grave, forse lei aveva esagerato la situazione. Gli di avrebbero deciso.
Emilia si alz. La cosa migliore era comunque fare un sacrificio ai Lari e ai Penati della casa e pregare loro e tutti gli altri di che proteggessero suo marito, suo fratello e l'intera famiglia.

24. LA RICHIESTA DI SPURINO.
Roma
Luglio del 187 a.C.

C'erano tutti. Il Senato brulicava di gente come poche altre volte era accaduto. A molti quella situazione ricordava le lontane e tumultuose sessioni durante la lunga guerra contro Annibale, quando si dibatteva sul destino delle legioni V e VI dopo la battaglia di Canne o quando Fabio Massimo e Publio Cornelio Scipione si erano scontrati riguardo al modo di condurre la guerra contro Cartagine. Tutti presentivano che anche questa nuova seduta sarebbe stata caratterizzata da una tensione simile. C'era solo un'importante differenza: quel giorno tutte le panche della grande Curia Hostilia erano piene, non rimanevano posti vuoti. Durante la guerra contro Cartagine molti senatori erano morti e la Curia era rimasta mezza vuota per l'assenza dei patres conscripti caduti in battaglia. Ma da allora, dopo la magnifica vittoria di Roma, tutti i senatori venuti a mancare erano stati sostituiti da uomini di fiducia di entrambe le fazioni dominanti in Senato: una parte appoggiava Publio Cornelio Scipione e la sua famiglia, primi tra tutti i Nasica e gli Emilio-Paoli, con la presenza preponderante di Publio Cornelio Nasica, Lucio Emilio o Emilio Regillo, insieme a Gaio Lelio, Acilio Glabrione, Domizio Enobarbo, Marco Fulvio Nobiliore, Minucio Termo, Publio Elio, Elio Peto e Gneo Manlio Vulsone. Molti di loro avevano patito in prima persona le letali manovre politiche di Catone e si sarebbero schierati contro di lui in qualunque caso. In opposizione a tale raggruppamento, Marco Porcio Catone, insieme al veterano Lucio Valerio Flacco e a Quinto Petilio Spurino, aveva fatto in modo di portare dalla loro parte molti fedeli alla vecchia causa del defunto Fabio Massimo, di cui Catone aveva preso il posto, tutti impegnati a impedire che gli Scipioni ottenessero il controllo assoluto dello Stato. Unita agli alleati di Catone, la famiglia Sempronia, diretta dall'eroico e assai rispettato Tiberio Sempronio Gracco, emergeva come un clan indipendente, ma che negli ultimi anni si era schierato sempre pi a favore di Catone, contribuendo in maniera decisiva a spostare il bilanciere politico a vantaggio di chi tentava di rovesciare Publio Cornelio Scipione dalla posizione privilegiata di princeps senatus, essendo lui il pi anziano tra i presenti e il pi amato da un popolo che non dimenticava, almeno per il momento, che era stato lui, durante l'epoca peggiore della guerra contro Annibale, a emergere come miglior generale di Roma e a condurli a una vittoria che pareva impossibile.
Di fronte a un leggio in fondo alla grande sala e al centro dello spazio tra le gradinate della Curia, il senatore assegnato come presidente di quella sessione si affannava a sgolarsi nel vano tentativo di far cessare i tumulti e dare inizio al dibattito. D'accordo con il praetor urbanus e altre autorit di Roma, aveva sollecitato che, in via del tutto eccezionale e in previsione di ci che sarebbe potuto accadere, fossero presenti legionari armati di guardia al Senato, contravvenendo cos alla regola di non ammettere armi nel pomerium, il cuore sacro della citt. Alla sua destra, nella fila delle sellae curules, erano seduti i due consoli del momento, che non avevano voluto mancare a quell'incontro. Tecnicamente erano loro gli uomini pi forti quell'anno, grazie alla loro recente elezione a magistrati supremi del governo dello Stato, ed entrambi erano consapevoli del fatto che le due forze in competizione quel mattino, Publio Cornelio Scipione e Marco Porcio Catone, reggevano il destino di Roma. Allo stesso tempo, tutti ritenevano che tale fosse il potere dell'Africanus che il tentativo di Catone di promuovere una convocazione da parte dei tribuni della plebe per fatti imputabili solo al fratello dell'intoccabile Publio Cornelio non avrebbe ottenuto un riscontro significativo.
Dunque, alla sinistra del presidente, seduti su delle comuni sellae, cos come ci si aspettava dai tribuni della plebe durante gli incontri pubblici, entrambi i fedelissimi a Catone Quinto Petilio e Spurino attendevano che il presidente ottenesse il silenzio per poter presentare la questione che avevano dettagliatamente preparato in una villa vicino a Roma, circondata dalle viti e dagli ulivi di Catone e, con gran disgusto di Spurino, anche dai magazzini ricolmi di piante di porro. A costui, il pi anziano dei due tribuni e che aveva l'incarico di formulare la richiesta al Senato non appena gli fosse stata concessa la parola, pareva che il fetore di porro non se ne fosse ancora andato dalla toga virilis che indossava, eppure era consapevole che puzzare degli odori che impregnavano la casa di Catone era un piccolo prezzo da pagare per essere guidato dal pi furbo tra tutti loro, l'unico che era stato capace di affrontare, con successi senza paragoni, il potere e il prestigio dell'Africanus e che ora poteva tentare di arrestare l'ascesa di un senatore in grado di restaurare l'odiata monarchia a Roma.
Attenzione! Per tutti gli di, attenzione! grid il presidente alzando il tono della voce pi che poteva per farsi udire in mezzo al trambusto dei senatori. Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti! [Riferiamo a voi, padri coscritti, qual  il bene e la felicit per il popolo romano dei Quiriti] url introducendo la formula che indicava l'apertura della sessione. Il forte vociferare cess di colpo e lui pot iniziare a presentare la questione che li aveva riuniti quella mattina. Il Senato  stato oggi convocato su richiesta dei tribuni della plebe secondo quanto concesso loro dalle leggi di Roma. In forma straordinaria, e d'accordo con le leggi di Roma, ceder la parola al tribuno della plebe pi anziano, cos che possa illustrare al Senato la questione. A seguito permetter a chi lo desidera di rispondere al tribuno, o dibattere se sorgeranno differenti opinioni.
Il presidente della sessione tacque e si sedette al suo posto, proprio dietro al podio. Il tribuno Spurino si alz lentamente e, avanzando di un paio di passi, si situ nel centro della grande sala della Curia Hostilia. Quindi, dopo essersi schiarito la gola tossicchiando, cominci a parlare.
Ringrazio il presidente e tutti i patres conscripti qui riuniti, e soprattutto gli di di Roma per aver fatto intendere al Senato della citt che la questione che questa mattina presentiamo  di vitale importanza, come dimostra la nutrita presenza in questa aula. Mi auguro che la sessione contribuisca a chiarire i fatti accaduti durante la passata guerra contro il re Antioco di Siria.
E si volt lanciando una rapida occhiata alle panche della prima fila su cui sedevano Publio e Lucio, accompagnati da Lucio Emilio e Gaio Lelio e altri senatori loro alleati. Come c'era da aspettarsi, incontr solo sguardi di sfida, quindi pass a guardare verso l'altro lato della sala dove Marco Porcio Catone, che aveva convinto Tiberio Sempronio Gracco a sedersi al suo fianco per rendere ben chiare le alleanze di quella mattina, si era accomodato in attesa di vedere come gli Scipioni avrebbero reagito a quella convocazione. Spurino continu allora a parlare guardando Catone, prevedendo che i cenni di appoggio da parte del grande nemico degli Scipioni avrebbero incoraggiato il suo discorso.
E sia, dunque. Comincer riferendo brevemente i fatti, dopo di che formuler la richiesta. Nell'anno 564 ab urbe condita, il senatore Lucio Cornelio Scipione qui presente, in qualit di magistrato consolare cum imperio, ha condotto la guerra contro Antioco dalla quale le nostre legioni sono uscite, come non poteva essere altrimenti di fronte alla disorganizzazione delle truppe dell'allora re di Siria, vincitrici. Tuttavia durante quella guerra sono accaduti dei fatti singolari, come la cattura e la successiva liberazione del nipote del console. E ancora non sappiamo in che modo sia avvenuta la negoziazione per un tale riscatto.
A quel punto si levarono innumerevoli mormorii tra le fila dei senatori che circondavano gli Scipioni, per Spurino, che con quell'ultima allusione aveva voluto solo scaldare un poco l'aula, non era ancora arrivato alla questione principale, quindi riprese a parlare rapidamente alzando la voce in modo da essere udito con chiarezza.
Ma non  questo l'argomento che ci interessa affrontare questa mattina, piuttosto intendo presentare ai patres conscripti di Roma un dubbio che riguarda la situazione dei conti dello Stato immediatamente dopo la vittoria su Antioco. Come tutti sanno, Roma ha preteso dal re sconfitto una serie di pagamenti in qualit di indennizzi per le spese di guerra; ebbene, alcuni di questi pagamenti hanno colmato le perdite delle arche dello Stato durante la guerra, ma di altre somme che il re siriano consegn al console Lucio Cornelio Scipione il destino  incerto. In concreto...
I mormorii crebbero, e Spurino, guardando il presidente in cerca di appoggio, pot continuare solo alzando ulteriormente la voce per farsi udire sopra quella confusione, unita ora ai rimproveri da parte del presidente che esigeva silenzio.
In concreto... in concreto la magistratura che rappresento, ovvero il popolo di Roma, vorrebbe sapere che ne  stato del primo pagamento di cinquecento talenti d'oro che il re Antioco consegn al console come risarcimento di guerra. Chiedo dunque che il console risponda con chiarezza e precisione a questa domanda di fronte ai patres conscripti di Roma.
Il tribuno fece tre passi indietro e torn a sedersi al suo posto, lanciando occhiate a tutti i senatori, cominciando dalla sua destra, dove si trovava un Catone visibilmente soddisfatto, e terminando alla sua sinistra, dove Lucio Cornelio Scipione, serio in volto, lo guardava con rabbia. Spurino era contento. Senza dubbio a nessuno degli Scipioni era sfuggita l'allusione alla superiorit delle truppe romane e al fatto che la vittoria fosse stata scontata. Ormai, a forza di convincersene, lo stesso Spurino era sicuro che le cose fossero andate cos. Infatti, fosse stato per lui, avrebbe enfatizzato maggiormente quel dettaglio, ma Catone gli aveva ricordato che, essendo presente Gracco, che aveva partecipato alla battaglia, era meglio non calcare troppo la mano su quell'argomento. Piuttosto gli aveva suggerito di menzionare il sequestro e la liberazione del figlio di Publio Cornelio poco prima della battaglia di Magnesia.
All'altra estremit della sala, Lucio si volt verso il fratello e gli sussurr qualcosa all'orecchio. Publio neg con la testa e rispose mormorando. Avevano pianificato una strategia di difesa che prevedeva che Lucio non intervenisse.
Negli ultimi tempi Emilio Paolo si comportava in maniera pi fredda con gli Scipioni. Il motivo era la relazione che Publio intratteneva con la schiava che si era portato dietro dalla Grecia e che umiliava sua sorella; ma dato che Emilia non accennava mai alla questione, a meno che non fosse stata lei a chiederglielo esplicitamente, Lucio Emilio preferiva non intervenire direttamente in faccende private tra i due. In tutti i matrimoni di lunga data si alternano epoche felici ad altre meno felici. In ogni caso, in quel momento erano in gioco importanti dispute pubbliche e l'alleanza tra gli Scipioni e gli Emilio-Paoli assicurava una posizione dominante a Roma a entrambe le famiglie. Quello era l'essenziale, quella mattina, ben pi urgente della vita privata di Emilia.
Lucio Cornelio Scipione, a denti stretti ma seguendo il consiglio di Publio, rimase seduto a guardare il cognato di suo fratello che si alzava e chiedeva al presidente che gli si concedesse la parola. Il presidente rispose affermativamente ricordando per che il suo intervento doveva limitarsi ai soli fatti presentati dal tribuno della plebe.
Cos sar, presidente conferm Lucio Emilio Paolo e, evitando di guardare Spurino, come se fosse una presenza sgradita in quella sala, si rivolse ai senatori con voce potente e chiara. Patres conscripti di Roma. Oggi nella Curia si  menzionato il nome di uno dei pi insigni consoli di Roma, Lucio Cornelio Scipione, colui che ha ampliato i domini di Roma e l'influenza di questo stesso Senato oltre l'Ellesponto, dove nessun'altro prima aveva mai nemmeno sognato di poter giungere. Lucio Cornelio Scipione ha condotto una campagna esemplare e lo ha fatto brillantemente, superando la dura prova di dover combattere in territorio ostile e contro un nemico molto pi numeroso. Per prima cosa ha dovuto attraversare la sempre poco sicura Grecia e negoziare abilmente il passaggio delle nostre truppe in Macedonia, poi ha combattuto nel cuore dell'Asia contro un esercito che quasi lo raddoppiava in numero. E tutto ci, lo ha eseguito con successo, ottenendo un'impressionante vittoria che ha riempito le arche dello Stato in maniera ammirabile, e non mi riferisco di certo a cinquecento talenti, una quantit assolutamente insignificante, ma a migliaia e migliaia di libbre d'oro e d'argento, quasi incalcolabili, che ci sono giunte grazie agli sforzi di Lucio Cornelio Scipione. Questo  ci che noi tutti dobbiamo tenere presente. Lucio Cornelio Scipione, come suo fratello Publio Cornelio Scipione, non ha fatto altro che accrescere il potere di Roma, giorno dopo giorno, e, soprattutto, in ogni battaglia alla quale ha partecipato mettendo a rischio la propria vita e dimostrando un coraggio senza pari e un'insuperabile abilit nel comando e nella strategia militare. Lucio Cornelio Scipione. S, ripeto questo nome e ogni volta mi sento pi orgoglioso di essere concittadino di qualcuno per cui nutro tanto rispetto e ammirazione. E il suo nome, anche in questo Senato, non potrebbe generare altro che questo.
Lucio Emilio Paolo torn a sedere tra le voci di approvazione del nutrito gruppo di senatori fedeli agli Scipioni. Dall'altra parte della sala, Marco Porcio Catone appariva ora pi nervoso e guardava Spurino in attesa di una sua reazione. Non ci volle molto perch il tribuno della plebe si alzasse di nuovo e, con il permesso del presidente, riprendesse posizione al centro della sala del Senato di Roma.
Tutto ci che il senatore Lucio Emilio Paolo ha riferito  risaputo e accettato e non discuter su questo, per la mia domanda, formulata in maniera assai precisa, rimane senza risposta. La legge  dalla mia parte, la stessa legge che esige una risposta altrettanto chiara. Dove sono finiti i cinquecento talenti d'oro che Antioco di Siria consegn a Lucio Cornelio Scipione come primo pagamento d'indennizzo per le spese di guerra in Asia? Alcuni senatori della fazione degli Scipioni si alzarono dai loro posti e cominciarono a insultare il tribuno che rimase al centro della sala in atteggiamento di sfida. Ripeto, ripeto... E alz la voce per farsi udire sopra lo schiamazzo generale. Dove sono i cinquecento talenti d'oro che appartengono a Roma?
Il presidente si alz.
Silenzio, senatori! Silenzio, patres conscripti! Fate silenzio, per Castore e Polluce! Le voci cominciarono a cessare e il presidente pot continuare con maggiore tranquillit. La domanda deve essere formulata dal tribuno, ma spetta a me, in qualit di presidente, chiarire se ha ottenuto risposta o meno, e a me pare che la richiesta non sia stata soddisfatta. Chiedo dunque al Senato che il tribuno della plebe ottenga la risposta che esige, in conformit con le leggi di Roma. Esigo quindi che i diretti responsabili rispondano alla questione concluse guardando verso il gruppo degli Scipioni.
Fu allora Gaio Lelio ad alzarsi in piedi. A lui era stato assegnato il secondo turno della replica da parte degli Scipioni.
Tutti i presenti mi conoscono. Ho partecipato a molte campagne, in molti confini del mondo, sempre al servizio di Roma. Pur essendo stato quasi sempre al servizio degli Scipioni l'ho fatto anche per altri generali, e se c' qualcosa che so bene  che dopo una legittima vittoria un generale ha diritto, secondo gli usi tramandatici dai nostri antenati, a disporre di un bottino di guerra e a poterlo distribuire tra i suoi ufficiali o legionari come meglio crede. Cos  sempre stato e non vedo motivo per discutere ora di una piccola somma consegnata alle legioni vittoriose dopo la battaglia di Magnesia. O forse le tradizioni sono cambiate? E ci che i nostri predecessori facevano risulta adesso inappropriato? E il tribunato della plebe vuole venirci a dire, solo ora, cosa fare del bottino ricevuto dopo una gloriosa battaglia che tanta ricchezza ha garantito a Roma e soprattutto al suo popolo?
Dopo il suo breve ma intenso intervento Gaio Lelio torn a sedersi tra i commenti di approvazione dei senatori amici degli Scipioni e degli Emilio-Paoli. Lelio non era un grande oratore, lo sapevano tutti, per la sua esperienza militare era indiscutibile perfino agli occhi dei suoi nemici, e la serie di domande retoriche con cui aveva concluso il suo discorso era stata brillante. Menzionare gli antenati era sempre efficace poich risvegliava le coscienze anche dei pi ottusi. Si notava che Lelio aveva acquisito una maggior destrezza in Senato dopo il suo scontro con Catone durante l'anno del suo consolato, proprio mentre gli Scipioni combattevano in Asia.
Catone lanci un'altra occhiata a Spurino. Il tribuno strinse le labbra, toss e inghiott il proprio rancore che gli serv da energetico per alzarsi di nuovo e situarsi al centro della sala.
 vero,  una tradizione nota che ai generali vittoriosi spetti il bottino di una campagna, per il pagamento del risarcimento... questo, stimati patres conscripti, questo  denaro che appartiene allo Stato, denaro del popolo di Roma, denaro di tutti i cittadini, e io insisto per sapere dove sono finiti i cinquecento talenti del primo pagamento di questa strana campagna durante la quale si  permesso a un re di fuggire, un re che, curiosamente, fino a pochi giorni prima della battaglia aveva tenuto sotto sequestro il figlio del fratello del console. S,  stata una strana campagna, con strani risultati, nella quale i conti non appaiono chiari, ed  arrivato il momento di chiarire questi conti.
Mormorii e qualche insulto serpeggiarono di nuovo tra i senatori favorevoli agli Scipioni.
Gi,  arrivato il momento, come dicevo, e lo grider se sar necessario, che si chiariscano i conti del risarcimento di questa campagna, poich sottrarre denaro allo Stato  un delitto, e nessuno...
I mormorii si trasformarono in insulti e imprecazioni da parte dei senatori alleati degli Scipioni che si alzarono infuriati e con i pugni sollevati contro il tribuno della plebe, il quale, nonostante tutto, continuava ostinatamente a ribadire la sua posizione.
 arrivato il momento, per Ercole, di sapere che cosa  successo in Asia! Dobbiamo sapere che ne  stato di quel denaro! Dobbiamo sapere se Lucio Cornelio Scipione si  impossessato di denaro che non gli spettava!
Gaio Lelio non pot trattenersi oltre, si alz e avanz verso il centro della sala. Emilio Paolo e due senatori della sua fazione lo trattennero prima che si avvicinasse troppo al tribuno. Lui si calm. Sapeva che colpire Spurino non avrebbe fatto altro che creare ulteriori problemi agli Scipioni. Il tribuno invece era entusiasta: aveva creato un gran scompiglio tra i senatori avversari e coperto di umiliazione il capo del loro clan. Attendevano da anni quel momento, e la vendetta  tanto pi dolce quanto pi  fredda.
Il presidente chiam i legionari che custodivano le porte della Curia Hostilia e ordin loro di proteggere il tribuno della plebe da qualunque altro possibile tentativo di aggressione. Era pi che possibile che tra i presenti ci fossero pugnali nascosti e la sessione aveva raggiunto una tensione allarmante. Guard poi il princeps senatus sperando che Publio Cornelio Scipione calmasse i propri sostenitori, ma nel senatore trov solo uno sguardo gelido diretto verso l'altra estremit della sala.
Il presidente si volt allora verso il punto fissato da Scipione e scopr Marco Porcio Catone, comodamente reclinato sulla propria panca, impegnato in un'azione incredibilmente inusuale per la sua natura: stava sorridendo di gusto.
Publio si rivolse al fratello.
Hai portato i conti?
S, sono qui rispose Lucio mostrando delle tavolette di ceramica che aveva conservato sotto la sua panca. Per non credo che sia una buona idea...
Dammele disse Publio seccato. Questa cosa  andata troppo oltre ed  ora di finirla. Spurino  solo una marionetta nelle mani di Catone ed  stupido continuare a discutere attraverso intermediari. Vogliono i conti? E noi glieli daremo. Cos dicendo afferr le tre tavolette di ceramica, pesanti, fitte di numeri incisi che riassumevano l'intera contabilit della campagna in Asia.
Lucio riteneva che non fosse una buona idea renderle pubbliche. Pur avendo successivamente ricevuto dal re Antioco migliaia e migliaia di libbre d'oro e d'argento, quei famosi cinquecento talenti se li erano tenuti loro come parte del bottino, e il fatto poteva essere discutibile, anche se, come aveva ricordato Lelio, quella era un'abitudine consolidata tra le legioni di Roma. Era certamente meschino chiedere ragione di quel denaro a coloro che avevano riempito le casse dello Stato, ma i loro nemici stavano facendo il possibile per trasformare quel fatto insignificante in un'accusa di malversazione di fondi derivati dai risarcimenti di guerra. Suo fratello voleva dimostrare a tutti l'enormit della ricchezza che avevano fatto guadagnare a Roma con quella campagna, indipendentemente da dove fossero finiti quei maledetti cinquecento talenti, ma la notte precedente non avevano parlato di esibire pubblicamente i conti. Publio ora era mosso dalla rabbia.
Publio Cornelio Scipione si alz in piedi e all'istante, proprio come quanto comandava le legioni di Roma e si situava di fronte all'esercito, i senatori che lo appoggiavano tacquero e si sedettero di nuovo sulle panche della Curia Hostilia. Spurino, nel vederlo alzarsi, nonostante fosse circondato da una ventina di legionari armati, indietreggi di qualche passo e torn alla sua sella in fondo alla sala, a lato della presidenza. I legionari restarono di fronte ai tribuni della plebe lasciando uno spazio libero al centro della Curia e pregando i propri di che l'Africano non si avvicinasse troppo a loro. Non avrebbero saputo che fare. Dovevano difendere i tribuni, ma nessuno di loro avrebbe osato brandire la spada contro il pi grande generale di Roma.
Con gran sollievo dei soldati, Publio ignor del tutto Spurino e la guardia e si avvicin invece a Catone, dal cui volto scomparve subito il sorriso che aveva esibito durante quell'animato dibattito.
Volete che diamo conto del guadagno della campagna in Asia? disse Publio a voce alta e potente guardando uno a uno tutti i senatori sostenitori di Catone. Ditemi, volete che diamo conto del guadagno della campagna in Asia? Per Giove Ottimo Massimo e tutti gli di!  questo ci che volete?
Qualcuno tra i senatori interpellati, seppur con timore ed esitazione, cominci ad annuire.
E sia. Su queste tavolette sono segnati tutti i maledetti conti della campagna in Asia che abbiamo registrato dettagliatamente insieme al quaestor dell'esercito consolare. Trovate tutto su queste tre tavolette. E ancor prima di terminare la frase lanci con forza ai piedi di Marco Porcio Catone le tavolette, che si spaccarono in mille pezzi andando a sparpagliarsi al suolo di fronte a tutti i nemici degli Scipioni.
Catone e Tiberio Sempronio Gracco alzarono di scatto i piedi per evitare di essere colpiti dalle schegge di ceramica.
L avete tutti i conti dell'Asia aggiunse Publio Cornelio Scipione. Inginocchiatevi e leggeteli se potete. Per quanto mi riguarda, questa sessione del Senato  terminata. Qui l'unica cosa che si sta tentando di fare  accusare me e mio fratello di un fatto che non ha il bench minimo fondamento. State solo cercando di infangare il nome della mia famiglia, quando  proprio questa famiglia ad aver elargito a Roma una ricchezza senza precedenti, oro, argento, schiavi, territori conquistati, e tutto ci pagato con il sangue dei miei antenati, morti sui campi di battaglia in nome di Roma; e voi vorreste eliminarci arrogandovi il potere di decidere per Roma. S'interruppe un istante guardandosi intorno. Era il momento chiave. Era il momento di stravolgere l'intento di Catone e contrattaccare. La domanda che avete formulato rappresenta una pura infamia. Sar io a rispondere, ma non solo di ci che pretendete, bens di tutta la mia vita e di quella di mio fratello. Esigo, richiedo... E si avvicin un poco ai tribuni della plebe fino a restare a un solo passo da Spurino e dai soldati, tesissimi, intorno a lui. Reclamo uno iudicium populi per me e mio fratello.
Si sollev allora un gran vociare tra tutti i senatori. I sostenitori di Scipione, suo fratello, Gaio Lelio e Lucio Emilio assentirono e sorrisero soddisfatti nel vedere come Publio era passato dalla difesa all'attacco grazie alla stessa legge scritta che Catone aveva utilizzato per danneggiarli con un sotterfugio.
S, esigo uno iudicium populi di fronte ai comizi centuriati, e lo richiedo ai tribuni della plebe che hanno l'obbligo di salvaguardarmi e promuovere tale processo. So che i tribuni non possiedono lo ius agendi cum populo e quindi non possono convocare direttamente i comizi centuriati, ma possono chiederlo ai consoli attuali, Emilio Lepido e Gaio Flaminio; e se i tribuni non promuoveranno questo processo, se i consoli attuali non convocheranno i comizi, se questo processo pubblico che richiedo non sar organizzato, tutto il popolo di Roma sapr che non sono io a non aver risposto a una richiesta, ma che non mi  stato permesso di difendermi pubblicamente di fronte a tutti, per essere giudicato da tutti, rispondendo a tutto ci che la mia famiglia, io e mio fratello abbiamo fatto per Roma. Iudicium populi ripet, alzando voce e braccia e gridandolo forte ancora e ancora, fin quando tutti i senatori che lo appoggiavano si alzarono e gridarono all'unisono: Iudicium populi, iudicium populi, iudicium populi!.
Anche il presidente si alz e tent di farsi udire sopra quelle urla provenienti dalle file dei sostenitori di Publio Cornelio Scipione, ma lo sforzo risult inutile e vano. Udendo quel fracasso, vari legionari delle legiones urbanae appostati fuori dalle porte dell'edificio della Curia Hostilia entrarono confusi, pensando che si fosse scatenata una rissa tra senatori, ma vedendo che si trattava solo di grida e che il presidente indicava loro di uscire dalla sala, se ne andarono lasciando che i senatori se la sbrigassero da soli. All'interno restarono solo i soldati che proteggevano i tribuni della plebe.
Intanto Publio Cornelio Scipione, senza attendere risposta da parte di alcuno, n dai consoli n da Catone, e senza guardarsi indietro, a testa alta come chi ha affrontato i peggiori eserciti nemici, ignorando pure il presidente e la sua definitiva e ufficiale decisione su quella sessione, si diresse alla porta della Curia e scomparve seguito da suo fratello Lucio, Emilio Paolo, Gaio Lelio e una ventina di fedeli, attraversando gli sconcertati e sempre pi confusi legionari all'esterno che non esitarono ad aprire un varco per lasciar passare in tutta tranquillit il princeps senatus nonch il miglior generale di Roma.
All'interno del Senato rimasero varie decine di senatori alleati degli Scipioni che non osavano uscire prima che il presidente chiudesse ufficialmente la sessione e, naturalmente, tutti i senatori schierati con Marco Porcio Catone.
Nessuno sapeva che fare. Il presidente era perplesso. Era lui, e non un qualunque senatore, a dover decidere quando una sessione fosse terminata; nemmeno il princeps senatus poteva permettersi tanto. Con una tale carica, i privilegi di Publio Cornelio Scipione erano certamente molti, tra i quali il diritto di poter intervenire in qualunque momento a qualunque riunione del Senato o chiedere uno iudicium populi se accusato da altri senatori, ma non poteva in alcun modo chiudere la seduta.
Tutti si guardarono l'un l'altro, e alla fine gli sguardi di tutti i presenti, inclusi Spurino, Quinto Petilio, i consoli in carica e il presidente, finirono per fissarsi su Marco Porcio Catone. Questi attese per tutto il tempo che gli parve sufficiente finch, una volta calato il silenzio assoluto, con il presidente che ancora non si era pronunciato sull'abbandono da parte degli Scipioni e i tribuni fermi ai loro posti, decise di alzarsi lentamente e, guardando tutti i senatori, s'inginocchi come un mendicante e cominci a raccogliere uno a uno i minuscoli pezzi di ceramica delle tavolette come fossero molliche di pane per, infine, rialzarsi e ripassare con lo sguardo sulle facce attonite dei senatori rimasti muti, in attesa.
Catone sapeva che l'esito dello iudicium populi richiesto da Publio sarebbe stato imprevedibile, essendo il popolo stesso a decidere la sorte del processo. S, Catone era consapevole di aver perso quella battaglia, ma in ogni battaglia  prevista una lotta e presto sarebbe venuto il suo momento. Ci che gli rimaneva da fare ora era lasciare un'impronta indelebile sia nella mente dei senatori che lo appoggiavano sia in quella dei senatori ancora indecisi da che parte stare. Era il momento di evidenziare pi che mai la superbia degli Scipioni, di accrescere il timore che Publio decidesse di proclamarsi re e schiacciasse i diritti di tutti i presenti. Non restava altro da fare. Non era molto, come non sarebbe valso granch durante lo iudicium populi, per Catone pensava sul lungo periodo, a cosa sarebbe accaduto dopo quel maledetto processo pubblico che Scipione aveva proposto a sorpresa.
Mi sono inginocchiato per raccogliere i pezzi dei conti della campagna, o quello che rimane di essi, di ci che Scipione si  degnato di offrirci. Ho obbedito a quest'uomo che voi tutti tanto ammirate. La questione  ora, patres et conscripti: quando pensate di inginocchiarvi anche voi? E tacque un momento lasciando che le sue parole penetrassero nella mente di tutti e riducessero in poltiglia il loro orgoglio di senatori di Roma. Quando, patres et conscripti, vi inginocchierete tutti ai piedi della potente famiglia degli Scipioni? E aggiunse, con un tono tra l'ironico e il drammatico: Io l'ho appena fatto. Non  stato doloroso. ... .... E torn a creare un'attesa durante la quale i presenti spalancarono ancor di pi gli occhi e trattennero il respiro.  semplicemente umiliante. Ma nulla di pi. C' stato un tempo, a Roma, in cui tutti s'inginocchiavano davanti a un re. Si tratta di tornare a quei tempi. Niente di pi.  molto semplice. Quando vi inginocchierete anche voi? Sollev la mano sinistra che impugnava i cocci delle tavolette lasciando scivolare tra le dita i pezzi pi piccoli che caddero al suolo risuonando rumorosamente come fossero pesanti rocce tanto era solenne il silenzio calato in quella sala. In questo modo ha deciso di rendere conto Publio Cornelio Scipione: facendo a pezzi le tavole della campagna in Asia. Quanto attenderete ancora prima di reagire? Forse a quel punto sar troppo tardi e finiremo tutti come queste tavolette di ceramica. Forse gi domani stesso ci ridurremo in piccoli pezzi di ci che siamo stati, senatori di Roma. Gi, forse finiremo per essere solo questo: minuscoli cocci triturati dal potere onnipotente di Publio. Si ferm per un istante. Cornelio. Altra pausa durante la quale fece cadere anche l'ultimo pezzo che teneva in mano. Scipione.
Il cognomen del princeps senatus risuon come una sentenza di morte. Mancava solo di sapere chi fosse il condannato: loro o colui che tutti consideravano il migliore generale di Roma? Catone torn lentamente a sedere. Non c'era fretta. Sapeva che quella sessione che Publio aveva dato per terminata era un seme che prima o poi sarebbe germogliato se innaffiato con cura e pazienza. E se c'era qualcosa che Catone possedeva era proprio la pazienza.

25. LA VITTORIA DI PUBLIO.
Roma
Luglio del 187 a.C.

Publio entr in casa esultante. Dal Senato fino alla porta della sua domus aveva camminato tra le acclamazioni degli amici senatori e, con la diffusione della notizia dello iudicium populi, a questi si erano unite centinaia di persone che si erano affollate intorno a lui per dimostrargli il proprio appoggio. Publio gi sapeva che erano molti i cittadini stanchi delle continue insidie di Catone contro la sua famiglia, per, nel vedere tutta quella gente intorno a lui che lo acclamava e si rallegrava con tanto affetto, comprese che la sua idea di esigere uno iudicium populi era stata una mossa vincente che nemmeno il defunto Quinto Fabio Massimo avrebbe potuto superare. Appariva chiaro, ora, quanto Catone, paragonato al suo mentore, fosse solo un apprendista, e di certo non il politico pi abile di Roma, dato che lui, in una sola seduta del Senato, era stato in grado di ribaltare completamente la sua strategia sconfiggendolo. S, era esultante, felice, non stava in s dalla gioia.
Vino per tutti! grid alla moglie non appena entr in casa. Nient'altro.
Emilia prov uno spiacevole fastidio. Sapeva che il marito era profondamente arrabbiato con lei per aver tentato di trattenerlo dal recarsi in Senato e ancora di pi per averlo fatto attraverso Aret. Tanto pi che ora tornava, da quanto poteva constatare, vincitore. Intorno a lei era tutto un ridere, abbracciarsi e darsi pacche sulle spalle. Emilia impart ordini precisi agli schiavi e immediatamente il vino cominci a essere servito tra gli invitati.
Davanti alla perplessit della moglie del suo grande amico, con l'immancabile coppa di vino in mano Gaio Lelio le si avvicin e le riassunse tutto ci che era capitato quella mattina in Senato.
 stato superbo, impressionante le spieg. Dovevi vedere la faccia di Catone quando Publio ha fracassato le tavolette dei conti della campagna in Asia, e ancor di pi quando ha richiesto uno iudicium populi.  stato brillante. A Lelio brillavano gli occhi mentre ripeteva quelle parole pi e pi volte. Brillante, per Ercole, brillante.
Un processo pubblico disse Emilia tra s e s. Il popolo adorava suo marito. L'idea era buona. Publio era stato abile e tuttavia lei aveva il presentimento che quello fosse solo il principio di qualcosa la cui fine non era affatto certa. Catone non si sarebbe fermato solo perch la sentenza di uno iudicium populi fosse risultata a suo sfavore. Qualcun altro s, ma non Catone.
In quel momento tutti per apparivano contenti, e Publio, in passato cos unito a lei, ora era un estraneo con il quale nemmeno pi condivideva il letto. Emilia si allontan e si ritir nella sua stanza. Dal corridoio provenivano le voci felici degli amici di suo marito mentre una decina di schiavi serviva vino in abbondanza. Abbass lo sguardo. Sper che la felicit fosse realmente il sentimento pi adeguato per quel giorno e, soprattutto, per il futuro.

26. IUDICIUM POPULI: PRIMO GIORNO.
Roma
17 di ottobre del 187 a.C.
Anno 567 dalla fondazione della citt

Hora sexta
Era il giorno fissato per il processo pubblico a Publio e Lucio Cornelio Scipione. Pi di diecimila persone si erano raggruppate nella grande piazza del Comitium di Roma; nel Foro, la gente si accalcava dal Tempio di Vesta verso la parte nordoccidentale della citt nel vano tentativo di trovare posto nella stipata piazza di fronte ai Rostra, ma ormai nel Comitium non entrava nemmeno uno spillo. I cambiavalute delle tabernae veteres e i macellai delle tabernae novae avevano chiuso i battenti per timore che in quel tumulto i ladri facessero man bassa. Nel frattempo, altra gente continuava a sopraggiungere da nord attraverso l'Argiletum e da sud per l'Equimelio, il Vicus Iugarius e il Clivus Victoriae.
Arriv l'hora sexta, mezzogiorno, e finalmente il banditore grid forte i nomi degli accusati di fronte alla moltitudine radunata nella grande piazza.
Lucio Cornelio Scipione! Publio Cornelio Scipione!
Nessuno rispose alla chiamata.
Proprio sotto i Rostra, le immense prue delle navi di cui i Romani si erano impossessati nel 338 a.C. dopo il trionfo di Menio ad Anzio, e dalle quali gli oratori sempre si rivolgevano al popolo riunito nel Comitium, erano seduti, in attesa dell'arrivo dei due accusati, il presidente di quel processo, il tribuno della plebe Spurino e l'altro tribuno, Quinto Petilio. Dietro di loro, si potevano scorgere il viso dai tratti spigolosi e il corpo ricurvo e nervoso di Marco Porcio Catone, anche lui seduto e circondato dai suoi pi fedeli seguaci. Tiberio Sempronio Gracco aveva optato per una posizione pi discreta, pi lontana, ma si era comunque sistemato vicino ai senatori che appoggiavano la linea accusatoria di Catone e Spurino contro gli Scipioni.
Quella mattina anche i consoli in carica quell'anno, Emilio Lepido e Gaio Flaminio, si erano recati al Comitium, cos come il praetor peregrinus e il praetor urbanus e tutti gli edili della citt in carica in quel momento: Cornelio Cetego, Postumio Albino, Furio Lusco e Sempronio Bleso. Insomma, tutte le autorit di Roma erano presenti. Nessuno voleva perdersi quel processo. Erano assenti solo i pretori e i promagistrati che per obblighi militari dovevano restare presso i confini del crescente Stato di Roma. Solo se i confini fossero restati in mano sicura, infatti, i presidenti del Comitium avrebbero potuto risolvere le loro controversie all'interno della citt.
A dirla tutta, era proprio la sicurezza all'interno delle mura a non essere cos scontata: si stavano per processare due degli uomini pi popolari della citt e Catone sapeva che i legionari delle legiones urbanae avevano raggiunto troppo tardi il Comitium e i suoi accessi. Secondo quanto gli avevano riferito, la folla era tale che i legionari non erano riusciti a raggiungere nemmeno la fine dell'Argiletum, e la maggioranza di loro era stata costretta a concentrarsi presso la Porta Carmenta e la Porta Fontus. L'intero spazio del Comitium, il piazzale tra l'edificio della Curia, i Rostra e i Senaculum, era completamente occupato dal popolo, lo stesso popolo che avrebbe giudicato i due accusati. Catone non nutriva molte speranze riguardo alla sentenza di quello iudicium populi, e con l'assenza delle legiones urbanae ancor meno.
Il banditore ripet per la seconda volta il nome degli accusati. Solo l'assenza dei due fratelli poteva rappresentare un raggio di speranza per Catone. La mancata comparsa avrebbe avuto gravi conseguenze legali per gli Scipioni, ma la debole luce che Catone credette di aver trovato svan dopo un istante.
Lucio Cornelio Scipione! Publio Cornelio Scipione! grid il banditore per la terza volta.
Immediatamente, tra le acclamazioni del pubblico e attraverso uno stretto passaggio che si apriva tra la folla man mano che avanzavano, emersero le figure dritte, forti e fiere dei due accusati diretti al centro del piazzale. Si situarono proprio di fronte al banditore, a lato dei tribuni della plebe, e si sedettero, su indicazione di Spurino, su delle sellae preparate appositamente per loro. I due fratelli non si pronunciarono, presero posto circondati da amici e familiari e attesero che Spurino cominciasse il suo discorso.
Lelio, Emilio Paolo e vari senatori e clienti di ogni condizione si raggrupparono intorno agli accusati, pronti a difenderli dalle possibili angherie dei tribuni della plebe manovrati da Catone. Sapevano che la maggioranza del popolo era dalla loro parte e si sentivano sicuri. Anche Catone era ben consapevole della realt della situazione e si rendeva conto di poter solamente tacere e osservare. Quella mattina si sarebbe dimostrato fino a che punto il popolo era fedele a Publio Cornelio Scipione.
Gli sguardi di Publio e Catone s'incrociarono per qualche istante. Nessuno dei due abbass gli occhi, finch uno degli edili non s'interpose tra loro interrompendo quel silenzioso confronto.
Quando l'edile finalmente si sedette, Catone, che aveva mantenuto lo sguardo fisso in quella direzione, vide che il suo avversario stava parlando animatamente con il fratello. Non apparivano per nulla preoccupati. Catone abbass allora gli occhi. Le cose non sarebbero dovute andare cos, ma ormai non si poteva fare altro che portarle avanti.
Spurino si alz e si situ al centro del Comitium, ma pi vicino ai Rostra che alla Curia, e cominci a parlare.
Tutto il popolo di Roma  oggi qui riunito per decretare se gli imputati Lucio Cornelio Scipione e Publio Cornelio Scipione sono colpevoli di uso indebito di potere e di appropriazione di denaro proveniente dalla campagna in Asia, denaro che il re Antioco pag a Roma in qualit d'indennizzo per le spese della guerra che lui stesso cominci contro di noi.
Lucio e Publio si guardarono e si sorrisero nel constatare, proprio come fecero tutti i loro alleati, che Spurino evitava accuratamente di citare di fronte al popolo l'ammontare ridicolo di quei cinquecento talenti oggetto delle accuse, specialmente perch il popolo era ben consapevole delle enormi somme che entrambi i fratelli avevano elargito a Roma. Si trattava del primo trucco da parte di Spurino, e i due Scipioni se ne aspettavano molti altri. Quando infatti il tribuno della plebe riprese il suo discorso, riesum antiche accuse, gi giudicate e risolte.
Dobbiamo tutti ricordare continu che gi in passato Publio Cornelio Scipione si trov coinvolto in abusi di potere, oserei aggiungere scandalosi: mi riferisco alla sua decisione illegale presa a Locri, quando fece intervenire legioni che non erano state assegnate al territorio italico in una citt alleata di Roma, e proprio l elesse come governatore il nefasto Pleminio, i cui atti, ben noti a tutti, generarono il terrore tra i cittadini. Non contento, Publio Cornelio Scipione, insieme a suo fratello, visse per mesi circondato da scrittori, artisti e personalit poco raccomandabili a Siracusa, invece di concentrarsi sulla preparazione delle truppe per la difesa, ritardando quindi lo sbarco in Africa, ritardo che diede modo ad Annibale di causare molte pi vittime di quanto sarebbe avvenuto altrimenti. Si levarono un mormorio generale e alcune grida offensive dirette a Spurino, il quale per riprese il suo discorso tentando di non farci caso. E dobbiamo infine ricordare che uno degli accusati, di nuovo Publio Cornelio Scipione, arriv a essere proclamato re dagli Ispanici non troppo tempo fa. Non sar che chi si  abituato a sentirsi chiamare con un tale titolo possa desiderare di esserlo realmente, cosa che significherebbe un tradimento nei confronti di Roma?
A quel punto le grida dei presenti nella grande piazza pubblica resero impossibile a Spurino continuare, dovette quindi attendere un paio di minuti prima che si ristabilisse un minimo di calma tra la moltitudine che riempiva il Comitium. Testardo o tenace a seconda di come lo si volesse interpretare, riprese la sua arringa esattamente da dove si era interrotto.
Non sar che chi  stato acclamato come re arrivi a considerarsi concretamente tale, e che, di conseguenza, si senta in diritto di appropriarsi degli indennizzi di guerra appartenenti ai cittadini di Roma? E voglio insistere su questo punto: che patto hanno stretto gli Scipioni con Antioco di Siria perch questi liberasse il figlio di Publio Cornelio Scipione?
Di nuovo, una scarica di urla e insulti cadde con violenza sull'impassibile figura dell'accusatore, il quale, imperterrito, rimase fermo al suo posto senza lasciarsi intimidire da quella moltitudine che aveva preso a lanciare ingiurie contro di lui e la sua famiglia. Dopo qualche minuto il clamore si ridusse e Spurino approfitt di quella breve pausa nella quale la folla pareva riunire le forze per riprendere a insultarlo e prosegu.
Concludendo, oggi si accusano gli Scipioni qui presenti di malversazione di fondi e di essere scesi a patti con un nemico di Roma per trarre benefici personali senza tener conto della superiorit dello Stato.
Il popolo riprese a gridare. Spurino, consapevole delle conseguenze alle quali quella situazione avrebbe potuto portare e di aver tirato sufficientemente la corda, decise di terminare la propria orazione in maniera conciliante, come chi si ritira solo momentaneamente di fronte a un nemico superiore per andare a nascondersi in attesa di un fallo da parte dell'avversario.
Entrambi gli accusati hanno reclamato uno iudicium populi per difendersi e dal momento che Roma  rispettosa delle proprie leggi e sempre disposta a compierle, anche con chi forse vorrebbe cancellare quelle stesse leggi da cui viene protetto, tali accusati hanno ora il diritto, il privilegio, di parlare per difendersi, sempre che sia possibile difendersi da accuse di una tale portata. Che parlino dunque gli accusati o i loro amici che desiderino difenderli o che osino negare ci che io ho appena riferito.
Spurino tacque, torn a sedersi accanto a Quinto Petilio e avvert che qualcuno gli dava una pacca sulla spalla destra.
Sei stato bravo gli disse Catone mentre ritirava la mano dalla spalla. Lo pensava sul serio: considerate le circostanze, il tribuno aveva parlato bene; anche se era persuaso che la risposta demagogica degli Scipioni, o dei loro alleati, avrebbe potuto ribaltare tutti gli argomenti esposti.
Chi avrebbe parlato per primo, Lucio o Publio? Per Catone questa scelta sarebbe stata determinante. Se lo avesse fatto Publio avrebbe significato che erano assolutamente certi della vittoria; se invece fosse intervenuto per primo Lucio o qualcuno dei loro seguaci, allora forse c'era ancora una possibilit.

Hora septima.

Come era accaduto durante l'ultima sessione del Senato, nessuno dei due accusati prese la parola per la difesa, ma lo fece uno dei loro pi fedeli sostenitori. Gaio Lelio diede il via alla replica e, proprio come aveva fatto in Senato, espose una lunga serie di ragioni a sostegno dell'incommensurabile contributo degli Scipioni alla vita pubblica di Roma e in particolare alle arche dello Stato dopo ogni loro vittoriosa campagna, in Hispania, in Africa e in Asia. A tale argomentazione difensiva rispose per primo Spurino. Segu il secondo tribuno, Quinto Petilio, che ancora una volta mise in evidenza la mancanza di risposte precise alle domande formulate.
A partire da l il dibattito si trascin in un'interminabile serie di repliche e controrepliche nelle quali Nasica, Lucio Emilio Paolo, di nuovo Lelio e altri difensori degli Scipioni ripeterono argomenti noti a tutti i senatori ma che avevano l'obiettivo, come Catone ben sapeva, di evidenziare di fronte al popolo l'enorme contributo degli Scipioni a Roma, in modo che le accuse, per gravi che fossero, circoscritte nel contesto di tutti i servigi prestati dagli accusati, apparissero alquanto ridotte e facilmente perdonabili da parte di un popolo desideroso di avere degli eroi nei quali rispecchiarsi.

Hora undecima.

Catone constat sorpreso che in quel dibattito non era ancora emerso un vincitore. Se da una parte i senatori alleati degli Scipioni difendevano bene la loro causa, dall'altra Spurino riusciva a replicare con pertinente insistenza ricordando le specifiche accuse di malversazione e abuso di potere. Se anche, di queste accuse, solamente la prima aveva un fondamento, tutto ci risultava secondario dal momento che il pubblico riunito al Comitium restava attento, in ascolto di tutto ci che si diceva, e per il momento non dava segno di preferire l'uno o l'altro schieramento.
Publio non era ancora intervenuto. Catone era sicuro che il princeps senatus si stesse riservando il finale, ma non ne intendeva il motivo. Se fosse intervenuto all'inizio o a met del dibattito, tutto quel replicarsi a vicenda avrebbe gi avuto fine. Ed era sicuro che il popolo si sarebbe schierato a suo favore. Perch Scipione ritardava tanto il suo discorso?
Proprio in quel momento Publio Cornelio Scipione si alz dal suo posto e diede il via alla propria arringa. La cominci sorridendo.
Talmente povere e insignificanti sono le accuse contro di me e mio fratello che il tribuno della plebe ha dovuto ripescare vecchi fatti del passato, tutti gi giudicati e tutti risolti a favore della mia persona e di mio fratello; fin l il tribuno  stato costretto ad andare indietro per poter accumulare un insieme di accuse a sostegno dell'assurda imputazione odierna. Spurino balz in piedi come una molla e fece per intervenire, ma Publio, senza nemmeno guardarlo, sollev la mano sinistra fissando intensamente il popolo riunito nel Comitium. Io ho ascoltato in silenzio il tribuno della plebe per noiose e interminabili ore. Tra il pubblico scoppiarono diverse risate. E ora esigo il diritto di parola che la legge mi concede senza essere interrotto, per rispondere a ogni accusa che mi si lancia, e lo far per tutto il tempo che riterr necessario.
Publio cess di colpo di sorridere e la sua espressione si fece serissima e concentrata, gli occhi fissi sul presidente del processo, il quale scosse affermativamente la testa.
Sono molto gravi le accuse che mi sono mosse, riprese ma tutte, soprattutto la pi grave, come ho gi detto si riferiscono al passato. Le accuse odierne sono senz'altro minori, e pi tardi affronter anch'esse. Ma ora voglio cominciare da quelle antiche e, dal momento che il tribuno ha deciso di resuscitarle in questo processo, le esporr chiaramente, senza l'ambiguit e l'approssimazione con cui  stata descritta la mia lunga lista di servigi prestati allo Stato. Partiamo dall'Hispania. Un'Hispania che ho conquistato per Roma con due sole legioni quando il nemico possedeva una forza tre volte pi numerosa. Un'Hispania dove mi sono dovuto recare senza nemmeno il titolo di magistrato consolare perch la legge, con tutto il rispetto, non lo permetteva; e pur tuttavia dove nessuno con la carica di console aveva avuto il coraggio di recarsi, dove il sangue della mia famiglia, di mio padre e di mio zio era stato versato in difesa di Roma. A questo proposito ringrazio il tribuno per aver per lo meno risparmiato accuse a mio padre e a mio zio. Anche se certamente si staranno rivoltando nella tomba per via delle ridicole insinuazioni contro il loro figlio e nipote, spero almeno che il loro nome resti fuori da queste meschine macchinazioni da parte dei nemici della nostra famiglia. Ho sempre pianto con dolore la loro perdita e oggi  il primo giorno della mia intera esistenza in cui mi rallegro che non siano pi tra noi. Publio Cornelio Scipione fece una lunga e drammatica pausa durante la quale cal un profondo silenzio tra la folla che ricordava le morti eroiche di suo padre e suo zio. S, sono felice che siano morti, cos che non debbano provare vergogna nel constatare come Roma sia capace di processare due dei generali che pi denaro, pi schiavi e pi potere hanno portato a Roma stessa. S, sono felice che non debbano assistere a tutto ci. Finalmente potr vivere senza pi dispiacermi tanto per la loro morte. E rivolgendosi al cielo continu: Non volgete il vostro sguardo a Roma, nobili progenitori, non fatelo mentre  in atto questo vergognoso processo. Mantenete nella memoria la Roma che conosceste, quella dei nostri antenati, e chiudete i vostri occhi fino a quando questo iudicium populi non sar terminato. E tacque di nuovo.
Catone serrava i denti. Scipione si stava rivelando un demagogo ancor pi pericoloso di quanto avesse immaginato. Molto di pi. Si stava trasformando in un istrione colmo di superbia e sicuro della propria vittoria. Sapeva che Publio avrebbe vinto il processo, ma l'atteggiamento che stava mostrando rendeva ancora pi urgente riprendere a contrastarlo il prima possibile.
Ma lasciamo perdere la mia famiglia, ora riprese Publio con voce potente, come a voler accantonare il dolore sorto dal ricordo dei suoi cari caduti in guerra. Torniamo piuttosto all'Hispania. L conquistai Carthago Nova, citt inespugnabile per tutti prima di allora, e lo feci in soli sei giorni. Sei giorni, per Ercole! Senza che alcuno mi aprisse le porte della citt! Molti dei presenti, specialmente i pi anziani, intesero immediatamente l'allusione a come Fabio Massimo, mentore di Catone, aveva riconquistato la traditrice Taranto. Sei giorni durante i quali i miei uomini riuscirono, dimostrando un coraggio senza pari, a espugnare le sue mura. So che poi, al contrario, di fronte al nostro ammirabile Catone... E si volt per guardarlo direttamente.
Tutti osservarono attenti quello scambio di sguardi, di odio, di destini, poich tutta Roma sapeva che quel processo altro non era che uno scontro tra quei due uomini e le loro diverse forme d'intendere l'accrescimento e il rafforzamento di Roma, Scipione aprendo la citt al mondo, Catone aggrappandosi alle tradizioni pi conservatrici.
Di fronte al nostro ammirabile Catone, invece, ripet Publio alzando la voce per farsi udire sopra i mormorii dei suoi nemici non s'innalzavano pi mura da espugnare in Hispania, poich gli Ispanici le distruggevano non appena lui si avvicinava. E a chi va il merito di ci? A Catone o alle legioni romane? Poich gli Ispanici senz'altro ricordavano che io, con solo due legioni, massacrai i Cartaginesi che mi triplicavano in numero e che tutti coloro che con loro si erano alleati finirono uccisi sotto i colpi dei miei soldati. L'Hispania teme ancora Roma, e non la teme certamente per via di Catone, il quale ha trovato una sola citt fortificata, Numanzia, e davanti a essa ha scelto di negoziare e ritirare le legioni.
L'allusione a Numanzia fu particolarmente avvertita dagli alleati di Catone, che cominciarono a lanciare contro Scipione ogni sorta di insulto e minaccia. Tuttavia l'energica voce di Publio riusc a prevalere su tutti loro e, urlando a pieni polmoni, a farsi udire dal popolo l riunito.
No, no, non ingannate nessuno. L'Hispania teme Roma non per Catone ma per mio padre, mio zio e per me stesso; teme e soprattutto rispetta gli Scipioni.
Publio Cornelio Scipione cess di guardare Catone e si volt verso il popolo con le braccia spalancate. Il popolo lo applaud e lo acclam come vincitore di fronte ai suoi accusatori, ai magistrati in carica, ai pretori e ai senatori fedeli a Catone, i quali si agitavano nervosamente sui loro scranni sempre pi scomodi, disgustati, perfino timorosi. Scipione guard di nuovo verso il cielo, segno inequivocabile che con la mente ritornava a suo padre e a suo zio. Poi riprese la parola per continuare con i suoi successi in Hispania, descrivendo l'incredibile conquista della collina di Baecula e la brutale battaglia di Ilipa.
Con un brillio negli occhi, Catone comprese all'improvviso la strategia del nemico e si rivolse a voce bassa a Spurino.
Non guarda il cielo in onore di suo padre o suo zio.
Spurino si volt verso il suo interlocutore corrugando la fronte.
E allora perch guarda il cielo?
Catone sospir scuotendo la testa.
Guarda il sole.
Il sole? domand Spurino senza capire.
Marco Porcio Catone trattenne la furia. Era circondato da idioti. Cos sarebbe stato difficile sconfiggere Scipione. Inspir a fondo prima di rispondere.
Scipione sta dilungando il proprio discorso deliberatamente. Vuole parlare fino al tramonto.
Finalmente Spurino parve comprendere.
Quindi, secondo la legge, dovremo posticipare il processo al giorno dopo, anzi due, dato che la legge stabilisce che si debba lasciare un giorno di margine tra una sessione e l'altra...
E per allora sar il giorno dell'anniversario della vittoria di Zama concluse Catone abbassando lo sguardo.
Scipione, ignaro della conversazione tra i due, perseguiva concentrato il proprio obiettivo. Il sole calava all'orizzonte e le ombre delle colonne del Senaculum e della Graecostasis si allungavano sul suolo del Comitium. Si sentiva sicuro. Aveva ancora molto da dire e restava poco tempo per parlare.
Ma abbandoniamo l'Hispania, che io lasciai completamente conquistata e rappacificata grazie a una complessa rete di alleanze con gli Ispanici che successivamente altri hanno distrutto per tentare di imporre Roma in quella immensa regione solo ed esclusivamente con le armi. Cosa che Roma senz'altro si pu permettere di fare, ma ci che avevamo ottenuto in pochi anni di negoziazioni e con pochi scontri, lo si dovr ora ottenere battaglia dopo battaglia, guerra dopo guerra, con un'interminabile serie di conflitti che dissangueranno la giovent romana. Tuttavia questo  il cammino scelto da Catone e da molti di coloro che lo hanno seguito durante il governo in Hispania. Ma sto divagando: la strategia sbagliata, come io la reputo, per rappacificare l'Hispania non  la questione da affrontare oggi. Torniamo alle accuse mosse contro di me dal tribuno della plebe: ancora una volta si giudica la mia maniera di vivere a Siracusa, considerata dissipata. Per tutti gli di! Ma se il Senato mi diede le legioni V e VI, le legioni maledette da tutti, e io le trasformai in macchine da guerra che distrussero l'Africa! A me non dispiacerebbe affatto che tutti conducessero una vita dissipata a Roma se poi fossero capaci di combattere come quelle legioni hanno fatto. Se cos fosse, l'Hispania sarebbe nostra in due giorni, e cos l'Africa e l'Egitto e l'Asia e il mondo intero.
La folla ricominci a ridere. Tutti erano consapevoli del fatto che molti a Roma non vivevano precisamente una vita basata sull'austerit e l'autocontrollo. Publio era esultante, aveva il popolo in pugno, e non solo questo: si stava divertendo.
Mi si accusa di aver vissuto in maniera indecorosa a Siracusa anche se sono tornato da l vincitore. Inoltre... questa  un'accusa inaccettabile, poich proprio il Senato invi all'epoca un'ambasciata per controllare la situazione a Siracusa, ed essa stessa approv ogni mia azione.
Il pubblico assentiva. Publio decise di eludere il delicato tema di Locri, un possibile errore politico che pur rivelandosi poi un successo militare risultava sempre complicato da spiegare e giustificare. La cosa essenziale era che il sole stesse calando.
Rimane dunque da affrontare la questione dei cinquecento talenti di Antioco riprese. Cinquecento talenti! Io che ho fatto guadagnare a Roma pi di centomila libbre d'argento, e mio fratello una quantit ancor maggiore, oltre a centinaia di zanne d'avorio, migliaia e migliaia di tetradracme, cistofori, filippi d'oro e non so quanti oggetti d'oro e d'argento! Noi? Noi veniamo accusati di sottrarre denaro allo Stato? Noi? Noi che pi di chiunque altro abbiamo contribuito a riempire le arche di Roma? Noi veniamo accusati di rubare? Ci si accusa, me e mio fratello Lucio, di esserci arricchiti con la guerra? Allora vi chiedo... E si volt verso Spurino che, istintivamente, si reclin sullo schienale del suo sedile come per difendersi. Vi chiedo, cittadini di Roma, vi chiedo, patres conscripti, chiedo ai magistrati qui presenti, ai pretori, ai censori, a tutti coloro che sono qui oggi ad assistere a questo iudicium populi, io chiedo: quanto denaro Spurino ha fatto guadagnare a Roma?
Tacque e, dopo un breve silenzio, tra gli alleati di Scipione scoppi una sonora risata generale che presto si estese a tutto il popolo. Spurino non era mai stato pretore n console e non aveva mai partecipato ad alcuna campagna militare, quindi non aveva mai portato a Roma n oro n argento, n schiavi n territori, n nulla di tutto ci. Il confronto tra accusatore e accusato risult quantomeno grottesco.
Le risate della folla ricordarono a Catone quelle con cui gli ufficiali di Scipione lo avevano deriso a Siracusa. Ancora una volta, tutti ridevano di lui, e ora anche del povero Spurino; ma la vita era ancora lunga e s, stava perdendo quella battaglia, ma Scipione stava cadendo vittima del suo unico e costante errore: non distruggere il nemico quando poteva. Lo aveva commesso con gli Iberi, con Annibale, con Antioco.
Catone era assorto in quelle riflessioni quando Spurino si alz, prese la parola e fece l'unica cosa che poteva fare in quelle penose circostanze.
Il sole  calato all'orizzonte. Secondo la legge di Roma il processo deve interrompersi e proseguire dopodomani, dopo la prevista giornata di pausa.
Publio Cornelio Scipione lo guard con l'indulgenza di chi osserva il nemico abbattuto, ferito e in fuga. Nemmeno gli rispose. Non ce n'era bisogno. Il silenzio era gi abbastanza offensivo. Il generale pi potente e invincibile di Roma si volt e, seguito da suo fratello Lelio, Emilio Paolo e tutti i suoi familiari e amici, usc dalla piazza del Comitium tra le acclamazioni di un popolo pienamente conquistato.
Entro due giorni quella farsa sarebbe finalmente terminata e con essa le costanti insidie di Catone e dei suoi seguaci. Sorrise. In una cosa si trovava d'accordo con Catone: ogni giorno che passava si sentiva sempre pi sicuro di s a Roma.

27. UNA NUOVA CITT AI CONFINI DEL MONDO.
Armenia
187 a.C.

Annibale aveva avuto conferma sia delle informazioni ricevute sia della propria intuizione: Artaxias I, recentemente proclamato re, non solo lo aveva ricevuto a braccia aperte, ma aveva perfino voluto affidargli un'importante missione nel cuore del nuovo regno.
Non solo ti accetto come consigliere, gli aveva risposto Artaxias entusiasta al suo arrivo al porto di Phasis ma ti affido la missione pi importante di questo momento.
Circondato da Maarbale e un piccolo gruppo di veterani cartaginesi che li avevano accompagnati all'incontro con il sovrano, il generale lo aveva guardato interessato.
Annibale, aveva proseguito il re l'Armenia ha bisogno di una nuova capitale, una nuova citt, forte, potente, moderna, situata al centro del paese. Guarda qui. Aveva indicato un punto sulla mappa dell'Armenia e dei regni circostanti, dispiegata su un grande tavolo. Qui, vicino al fiume Araxes, in prossimit del lago Sevan. Questa ubicazione  perfetta: proprio al centro di tutti i miei domini, un'ampia e fertile vallata con acqua in abbondanza, nel cuore del regno. Qui voglio costruire la nuova citt e trasferire tutti gli abitanti di Ervandashat, l'attuale capitale. Il tuo compito sar supervisionare la costruzione della citt, in particolare delle sue difese, le mura, le torri, i fossati, tutto ci che considererai necessario per proteggere Artaxata. Cos chiameremo la nuova capitale.
Annibale aveva accettato l'incarico per varie ragioni. Prima di tutto per necessit. Cercava asilo e ci implicava collaborare in qualunque missione gli venisse richiesta; inoltre quel progetto gli piaceva. Dopo tanti anni passati a distruggere il nemico, a combattere le legioni di Roma, era emozionante essere coinvolto nella colossale impresa di edificare dal nulla una nuova e potente citt.
Cos, seguendo il corso del fiume Phasis, che scorreva abbondante e sicuro tra le cime innevate del Caucaso, il generale e i suoi uomini erano avanzati per vari giorni avvicinandosi al lago Sevan, per poi spostarsi verso sud-ovest e continuare a cavalcare fino ad attraversare la gigantesca valle del fiume Araxes.
Annibale non era uomo da impressionarsi facilmente, ma ci che lui e i suoi compagni di spedizione trovarono in quel luogo li lasci a bocca aperta: una vallata incredibilmente ricca e verde, proprio come il re l'aveva descritta. Vari accampamenti e villaggi si estendevano lungo l'ampio tavoliere, lasciando un gigantesco spazio nel centro, dove migliaia di operai si affannavano a innalzare enormi mura di varie migliaia di stadi di perimetro e nel cui cuore, ben protetto da quelle fortificazioni emergenti, altrettanti operai costruivano una dozzina di imponenti edifici in pietra.
Artaxata! aveva esclamato con orgoglio una delle guide che il re Artaxias aveva affidato alla spedizione per assicurarsi che il nuovo consigliere e i suoi uomini giungessero il prima possibile nella nuova capitale del regno che si stava ergendo.
Quelli furono giorni felici per Annibale, o per lo meno per le circostanze in cui si trovava, poich grazie al lavoro quotidiano la sua mente riusc ad abbandonare i fantasmi del passato per vari mesi. Andava a letto presto, immediatamente dopo aver condiviso una buona cena accanto a un fal con Maarbale e i suoi uomini, e si alzava prima dell'alba per poi recarsi alla zona di costruzione delle mura. Solamente l'assenza di Imilce ancora gli doleva intensamente, e Annibale tentava in tutti i modi di tenere occupati i propri pensieri con il lavoro, mitigando la sofferenza della solitudine e dell'esilio. Cos, per un periodo aiut gli architetti reali a scegliere la migliore ubicazione delle torri difensive e delle porte d'accesso alla citt, consigli l'uso della pietra e della malta al posto del mattone, si assicur che accanto a ogni porta e torre si costruissero scuderie e che ogni sezione delle mura disponesse di sufficienti guarnigioni di soldati suddivisi in modo equilibrato, cos da preservare l'intero perimetro con la massima sicurezza, con guerrieri costantemente presenti da ogni parte. Poi, per alcuni giorni, si addentr nelle nuove strade assicurandosi che le vie principali non fossero troppo strette. L'esperienza gli aveva insegnato che una citt, per avere un'adeguata difesa, aveva bisogno di ampi spazi dove le truppe potessero muoversi rapidamente da una parte all'altra a seconda della necessit del momento. Insistette perch si evitassero il pi possibile le costruzioni in legno e che, quando non si potesse farne a meno, fossero ben distanziate l'una dall'altra per evitare che un eventuale fuoco nemico dilagasse rapidamente bruciando l'intera citt. Inoltre richiese, senza troppo esito, la distribuzione d'acqua dal fiume per tutta la citt in modo che soldati e abitanti disponessero di acqua in ogni angolo e in ogni momento. Purtroppo il suo consiglio di edificare una complessa rete di condutture non venne seguito, ma in ogni caso Annibale era soddisfatto.
Artaxata emergeva dal nulla, imponente, forte, quasi inespugnabile, e certamente sfarzosa, in mezzo alla valle del fiume Araxes. Presto sarebbe giunto il re Artaxias in visita e il generale punico non dubitava che sarebbe stato pi che contento di come aveva condotto la propria missione.
In primavera, cos com'era stato deciso, il nuovo re di Armenia arriv nella nuova capitale del proprio regno. Artaxias giunse stanco e sudicio. Aveva appena combattuto vicino alle coste del Mare Ircanio1 contro alcune truppe inviate dalla Siria da Seleuco, figlio di Antioco, recentemente deceduto. Il re Artaxias ne era uscito vittorioso e i confini dell'Armenia, cos come la sua indipendenza, erano salvi, ma Annibale, non appena si trov davanti il volto preoccupato del sovrano, che gli ramment se stesso durante il funesto colloquio con i consiglieri di Antioco prima della battaglia di Magnesia, comprese che qualcosa era cambiato nel regno e che senz'altro la sua presenza l e il suo diritto d'asilo erano stati compromessi.
Artaxias e Annibale si riunirono all'imbrunire all'interno della grande tenda reale. Il re, invece che entrare subito nella citt e alloggiare nel quasi terminato palazzo reale, aveva preferito attendere all'esterno per condividere l'inaugurazione della capitale insieme alle decine di migliaia di cittadini che sarebbero giunti da Ervandashat.
Annibale arriv all'appuntamento accompagnato da Maarbale e mezza dozzina dei suoi uomini, per le guardie armene permisero che solamente il generale punico entrasse nella tenda.
Non preoccupatevi. Aspettatemi qui disse Annibale a Maarbale e ai suoi che non si sentivano tranquilli a lasciare solo il generale.
Annibale entr e, scortato da due guardie armene, attravers un lungo corridoio ricoperto da pelli di montoni, leoni e orsi, fino a raggiungere un'ampia sala dove il re stava consumando la sua abbondante cena insieme ad alcuni consiglieri. C'erano anche musici, affascinanti danzatrici vestite solo di veli di seta e una dozzina di schiave che servivano da bere a tutti i commensali. Il re si era lavato e rilassato, e appariva pi tranquillo, per lo sguardo nervoso che rivolse ad Annibale conferm che lo aspettavano cattive notizie.
Solo in quel momento il generale cartaginese si rese conto che da quando si trovava l, concentrato com'era a dimenticare il recente passato, aveva cessato di preoccuparsi di mantenere i contatti con i mercanti provenienti da tutto il mondo che di l passavano, come invece aveva fatto a Creta e in ogni tappa del suo periplo, per rimanere sempre ben informato sugli avvenimenti esterni. Ora quegli stessi avvenimenti lo stavano minacciando e lui non possedeva alcuna informazione al riguardo. Stava invecchiando.
Artaxias I d'Armenia batt un paio di volte le mani e la musica cess di colpo, le danzatrici, dopo essersi inchinate davanti al re, uscirono rapidissime dalla tenda scomparendo nel corridoio come fossero inseguite da spettri, e lo stesso fecero le schiave; in un istante Annibale e il re d'Armenia restarono soli.
Annibale attese in silenzio di fronte al monarca. Artaxias gli indic un posto a sedere di fronte a lui. Il generale cartaginese si sedette e aspett mentre il re si versava una coppa di vino.
Devi andartene, Annibale disse quindi appoggiando la coppa vuota su un tavolo ricolmo dei resti della cena. Il cartaginese stava per rispondere, ma il re lo anticip e riprese a parlare. Mi hai servito bene, se  questo che volevi chiedermi. Non sono un idiota n un ingrato. Suppongo che dopo anni al servizio di quello stupido di Antioco tu sia giunto alla conclusione che tutti gli Asiatici siano dei superbi imbecilli, per spero anche che tu ti sia reso conto della differenza tra la follia di quel re e il mio modo di governare. Finora ho visto solo una piccola parte di Artaxata, ma ci che ho visto mi  bastato per capire che hai fatto un ottimo lavoro. La capitale d'Armenia  senza dubbio una delle citt meglio protette dell'Asia; questo  innegabile, come il fatto che ci si deve soprattutto al tuo intervento. So che in caso di attacco, se queste mura riusciranno a proteggerci, ci avverr soprattutto grazie ai tuoi sforzi. Per, Annibale, nonostante questo, devi andare via: Seleuco, il figlio di Antioco, mi ha gi attaccato e presto lo far di nuovo. La prima volta ha inviato solo un piccolo contingente di truppe che ho potuto fermare presso il confine, ma ne mander altri. Seleuco  come un leone ferito, ferito da Roma, che ora vuole vendicarsi di tutti coloro che in passato furono sudditi di suo padre, o per meglio dire suoi schiavi, e io non potr difendermi da solo. Ho bisogno di un alleato forte, qualcuno che Seleuco tema, e l'unico nemico temuto da Seleuco  Roma.
Il re s'interruppe per permettere al suo interlocutore di digerire l'informazione. Annibale cap che Artaxias aveva scelto il cammino pi facile, lo stesso seguito da Pergamo: allearsi con Roma, per sempre. Era il modo migliore per evitare che Seleuco, nuovo re di Siria, si rafforzasse e trovasse il modo di sottomettere i nuovi Stati indipendenti.
Mettimi a capo dei tuoi soldati rispose Annibale con una decisione che soprese Artaxias. Lasciami comandare il tuo esercito e sar io a difenderti da Seleuco. Se c' qualcuno che conosce bene ci che rimane dell'esercito siriano quello sono io, ti assicuro che so come sconfiggerli. La sconfitta subita a Magnesia non fu colpa mia, tu lo sai bene.
Il re lo interruppe con un ampio sorriso sul volto.
Non c' bisogno che tu mi spieghi ci che  successo a Magnesia. Sai che mi trovavo l prima della battaglia e sai come la pensavo allora. So bene che  stata la superbia di Antioco e la disputa tra i suoi generali per ereditare il suo impero la causa della nostra sconfitta. Il problema non sei tu. Sia tu che io siamo coscienti del fatto che i catafratti di Antioco sono usciti salvi dalla battaglia di Magnesia, e ben presto suo figlio li lancer contro i regni che si sono ribellati. Inoltre possiede ancora speciali unit di combattimento; forse non abbastanza per affrontare una guerra su larga scala contro Roma e le sue legioni, ma sufficienti per sottomettere i piccoli nemici come l'Armenia. Tu mi chiedi truppe, un esercito. Vorrei poterteli offrire. Se li avessi potrei, anzi, ne sono sicuro, mantenerti al mio fianco in qualit di generale in carica, ma per adesso posso riunire appena poche migliaia di uomini, e ben pochi di loro sono cavalieri preparati. Nemmeno un generale del tuo calibro potrebbe resistere per molto tempo all'attacco di Seleuco; una tale resistenza non farebbe che accrescere la sete di vendetta del giovane re di Siria, e per il mio regno sarebbe una prova troppo dura da sopportare. No, sarebbe una scelta troppo rischiosa, soprattutto quando l'alleanza con Roma appare quella pi sicura e semplice, che richiede meno sforzi, meno uomini e meno denaro da parte mia. Io, Annibale, sono un uomo pratico e tu dovresti capirmi meglio di altri. Ho gi inviato un'ambasciata a Phasis e mi  gi giunta la risposta positiva del suo Senato. Un'altra ambasciata  partita da Roma verso Antiochia per informare Seleuco che l'Armenia  ora uno Stato indipendente e alleato di Roma.
Annibale cap che la decisione era definitiva.
Stai sostituendo un padrone con un altro, Artaxias. Prima eri uno schiavo di Antioco, d'ora in poi lo sarai di Roma.
Artaxias non si offese per quelle parole e torn a sorridere.
 probabile, ma questo nuovo padrone  molto pi lontano e meno esigente in fatto di imposte e altre richieste. Lo preferisco.
Annibale pens di rispondere che Roma era poco esigente ora, che in futuro le cose sarebbero cambiate, ma quella discussione non sarebbe servita a nulla.
Hai detto, mio re, continu il Cartaginese di non essere un ingrato.
Artaxias comprese che per Annibale la questione era conclusa. Era il momento di pagare per i suoi servigi.
L'ho detto,  vero. Mi hai servito bene e dunque ti pagher bene, con oro e argento in abbondanza che sono sicuro ti serviranno per il nuovo viaggio che intraprenderai. L'oro apre sempre delle porte dove tutto sembra serrato.
Annibale annu senza aggiungere altro. Il re si sarebbe aspettato una parola di ringraziamento dal momento che avrebbe potuto, se avesse voluto, cacciarlo come un cane senza nemmeno pagarlo. Quel Cartaginese era un uomo assai orgoglioso. Artaxias sospir. Comunque fosse, quel generale si era conquistato il diritto di sentirsi orgoglioso dopo tutte le guerre che aveva combattuto.
Ti dar anche una scorta che ti accompagner fino al porto di Phasis continu il re d'Armenia. L troverai una nave che ti condurr dove tu deciderai. Questa  una possibilit.
Annibale lo guard meravigliato.
Perch, c' un'altra scelta?
I miei uomini possono condurti fino al confine a est, e potresti cercare fortuna nel lontano Oriente.
In India? disse Annibale a voce bassa. Quella era una rotta completamente sconosciuta e non sapeva nulla riguardo ai quei popoli. Chiss, forse l sarebbe stato apprezzato e avrebbe avuto l'occasione di entrare al servizio di un imperatore indiano.
Artaxias seppe interpretare i suoi pensieri.
Comunque, il mio consiglio  di restare in Asia Minore. Scommetto che il re Prusia di Bitinia ti riceverebbe a braccia aperte.
Annibale riflett su quel consiglio. Il regno di Bitinia stava lottando, come l'Armenia, per mantenere la propria indipendenza, per il suo grande nemico non era Seleuco, che dopo la sconfitta a Magnesia poco influiva sull'Asia Minore. No, il nemico del re di Prusia era l'emergente potere di Pergamo, la citt che pi aveva beneficiato dell'ultima vittoria romana. Dopo Pergamo, il re Eumene II aveva intenzione di conquistare l'intera Asia Minore e solo pochi Stati stavano resistendo, tra i quali la Bitinia. Artaxias decise di spiegare il motivo della sua proposta completando il quadro che Annibale si era fatto sulla situazione attuale.
Il re Prusia  in lotta contro Pergamo e Pergamo  alleata di Roma. La Bitinia  uno dei pochi regni vicini disposti ad accogliere i tuoi servizi, poich combattere contro un alleato di Roma  come combattere contro Roma stessa.
Annibale annu nuovamente. La proposta di Artaxias era ragionevole e l'offerta di denaro, scorta e di una nave, considerando che lui non era altro che un esiliato di guerra, generosa.
Ritengo che il re d'Armenia abbia parlato saggiamente disse con tono sereno. Seguir il tuo consiglio e ti ringrazio per la tua generosit, anche da parte dei miei uomini. Partiremo all'alba e, se non ci saranno difficolt, entro pochi giorni saremo lontani dall'Armenia.
D'accordo rispose il re.
Annibale si alz, s'inchin davanti al re e fece per uscire quando questi gli si rivolse nuovamente.
Ho un'ultima domanda da farti. Annibale rest in piedi davanti al sovrano, sull'attenti. Credi che l'Armenia, il mio regno, abbia qualche possibilit di resistere al nemico? Mi fido della tua opinione. Hai combattuto molte battaglie e diretto intere guerre. Hai molta pi esperienza di me. Mi interessa ci che hai da dire al riguardo e vorrei che tu fossi sincero.
Annibale riflett con attenzione prima di rispondere. Da un certo punto di vista si sentiva lusingato del fatto che il sovrano riconoscesse la sua superiorit in campo militare; ma d'altra parte non era convinto della resistenza di quel regno: l'Armenia era circondata da nemici potenti che desideravano impossessarsi di quella fertile vallata alle porte del Caucaso, tra il Ponto e il Mare Ircanio e, peggio ancora, nella parte sud non c'erano confini naturali a proteggerla. No, l'Armenia non avrebbe mai avuto vita facile, e ancor meno in quel momento, con un nuovo re siriano colmo di rancore, avidit e pronto a riconquistare ogni pi piccolo pezzo del mosaico che rappresentava l'antico regno di suo padre. Certamente avrebbe dovuto essere sincero con un re timoroso dei propri nemici, ma... ci avrebbe messo in pericolo l'oro e l'argento, la scorta e la nave promessegli?
L'Armenia  un grande regno e il re Artaxias verr ricordato dalle future generazioni. Di questo sono sicuro rispose con convinzione.
Artaxias gli sorrise con uno sguardo rilassato. Il generale punico s'inchin nuovamente, si volt e scomparve nel corridoio diretto all'uscita. All'interno della grande tenda reale accampata fuori dalle mura della nuova capitale del regno, Artaxias I rimase solo, riflettendo dubbioso, tentando di capire se quello straniero gli avesse detto ci che realmente pensava.
1. Mar Caspio.

28. IUDICIUM POPULI: SECONDO GIORNO.
Roma
19 di ottobre del 187 a.C.

Il secondo giorno del processo contro gli Scipioni accadde qualcosa che sembrava impossibile: nel Comitium e nelle strade vicine si era radunata ancor pi gente. Se due giorni prima la folla si estendeva fino al Tempio di Vesta, verso nord-ovest, luogo gi troppo distante per poter offrire visibilit sul Comitium, questa volta la moltitudine si era raggruppata per tutto il Foro fino ad arrivare oltre la Casa delle Vestali, perfino fino alle porte del Tempio di Giove Statore, all'entrata della Via Nova. Questa era la situazione a sud della citt. A nord, le persone arrivate dalla Via Flaminia erano talmente tante che varie pattuglie di triumviri e legiones urbanae erano state costrette a fermare molti di coloro che volevano entrare in citt attraverso la Porta Fontus e la Porta Carmenta. Ma, del resto, si trattava di un processo contro Publio Cornelio Scipione, colui che non solo aveva salvato Roma dal costante terrore alla quale l'aveva sottomessa Annibale, ma che aveva anche sottratto a quella sanguinaria guerra decine di migliaia di abitanti delle citt vicine o lontane. Inoltre, il giorno di pausa dal processo aveva permesso che i simpatizzanti degli Scipioni provenienti da tutta l'Italia, e specialmente dalle localit pi prossime come Alba Fucens, Teanum, Clusium o Cortona, giungessero a Roma; e coloro che si erano messi in viaggio da luoghi pi lontani verso la capitale gi dal primo giorno del processo erano riusciti, grazie a quel giorno in pi, ad avere il tempo di arrivare per appoggiare colui che li aveva salvati dall'abbandono e dall'esilio. Molti di questi erano veterani provenienti dalle legioni ispaniche di Scipione e dalle legioni V e VI d'Africa; da nord provenivano dall'Etruria, da citt come Arretium o Sena Gallica, e da sud da Beneventum, Capua o Nola. Molti di essi disponevano di terreni presso varie colonie romane d'Italia di cui ora erano proprietari, cosa che Catone, in passato, aveva favorito con l'obiettivo di allontanare da Roma i veterani di Scipione, cittadini che sempre avrebbero appoggiato il princeps senatus. Quel giorno, invece, erano tutti l. La strategia di Publio si stava rivelando pi efficace di quanto ci si sarebbe aspettati.
Scipione non voleva solamente vincere uno iudicium populi, cosa che avrebbe potuto ottenere fin dal primo giorno; no, ora Catone capiva chiaramente che Scipione voleva umiliarlo completamente e pubblicamente.
Catone osservava tutto con crescente perplessit, per prendendo sempre nota di ogni dettaglio per avere occasione di agire meglio in futuro. Se due giorni prima le legiones urbanae si erano mosse in ritardo e non erano riuscite a controllare adeguatamente l'ordine pubblico, in quella seconda giornata di processo il praetor urbanus era stato pi attento e competente, e la presenza militare nel Comitium e in tutte le strade attigue era molto pi numerosa. Tuttavia, i rinforzi degli Scipioni, se cos li si voleva chiamare, che entravano da ogni porta di Roma, si erano fatti incontenibili, almeno stando alle informazioni che Catone aveva ricevuto presso la Porta Capena, fin dove il senatore si era addentrato per vedere con i propri occhi quel mare di folla che si spingeva dentro Roma per difendere il proprio idolo, il generale dei generali.
Proprio l, alcune centinaia di veterani di Scipione si erano scagliati contro i legionari di pattuglia aprendosi il passo a forza di colpi e il risultato era stato un bagno di sangue con una mezza dozzina di cadaveri da entrambe le parti. Appariva chiaro che questa nuova giornata di processo si stava gi rivelando ben pi complicata della precedente, e chiss cosa sarebbe accaduto se i due accusati non avessero ottenuto una totale e completa assoluzione da tutte le accuse.
Catone si diresse dunque verso il Comitium e occup il proprio posto riservato nella grande piazza, vicino a dove si sarebbero situati i due accusati. Improvvisamente le grida si sollevarono per tutto il piazzale. Catone si volt e vide arrivare i due Scipioni a testa alta e perfino pi spavaldi della volta precedente. Addirittura, Publio Cornelio Scipione non diede nemmeno il tempo al banditore di convocare gli accusati e and a posizionarsi al centro della piazza, fissando intensamente i Rostra. Il banditore non ebbe il coraggio di proferire una sillaba. Per Catone appariva chiaro chi comandava l, chi controllava i tempi di quella farsa di iudicium populi e ne sarebbe uscito del tutto indenne.
Publio prese subito la parola, come il generale che sa che un attacco all'alba, prima che il nemico abbia avuto il tempo di posizionarsi, tantomeno di fare colazione,  il miglior modo per sorprenderlo, il pi veloce e il pi efficace.
Sono Publio Cornelio Scipione, due volte console di Roma e ora princeps senatus nel conclave che riunisce i patres conscripti della citt esord indicando l'edificio della Curia Hostilia. Mi si accusa di malversazione di fondi dello Stato, di aver negoziato col nemico per impossessarmi di denaro che, a quanto si dice, apparterrebbe a Roma, di essere sceso a patti con il re Antioco di Siria per liberare mio figlio. Mi si accusa di colpe che potrebbero includere il tradimento allo Stato. E tacque un istante.
L'effetto delle sue prime parole fu potentissimo: esordendo presentando lui stesso tutte le accuse, rimaste senza una chiara risposta il primo giorno di processo, in un modo cos diretto e severo, la moltitudine non pot che ammutolirsi. Publio sapeva che evidenziare le accuse per poi smontarle con la seguente replica avrebbe prodotto un impatto ancor pi persuasivo tra il popolo, gi schierato per la maggior parte con lui, con la sua famiglia, e affollato di vecchi veterani delle gloriose campagne del passato.
Cominciamo da ci che io credo sia il fatto pi grave: mi si accusa di aver salvato il mio stesso figlio dal nemico. Allora io vi chiedo: chi tra voi non cercherebbe il modo di negoziare con il re nemico per salvare il proprio figlio dalla morte, specialmente il proprio unico figlio maschio? Insisto, chi tra voi non lo farebbe? Publio sapeva che sarebbe bastato attendere qualche momento per ricevere le risposte affermative da parte del pubblico, ma mirava a lasciare quell'idea impressa nella mente di quella gente, non desiderava un'interruzione, cos riprese subito a parlare. Io sono convinto che tutti i presenti avrebbero tentato di negoziare al posto mio, naturalmente senza tradire la lealt a Roma.  naturale. Vi spiegher dunque ci che feci in quell'occasione: feci l'unica cosa che mi era possibile fare. Agii come un senatore di Roma, come un assessore del console di Roma, non come un padre. Superai l'immenso dolore che pu causare immaginare la morte del proprio figlio e lo feci perch a un rappresentante di Roma non  permesso mostrarsi debole, vittima del ricatto da parte del nemico; e cos, quando Antioco mi propose di patteggiare per liberare mio figlio, io gli risposi, mentre il mio cuore si frantumava in mille pezzi, che un senatore di Roma non fa patti sotto ricatto. Gli dissi di liberare mio figlio in rispetto a ci che la mia carica rappresentava, e mai negoziai con lui. Publio naturalmente evit di accennare alla richiesta di Antioco di risparmiare la sua vita se fosse stato sconfitto in cambio della liberazione di suo figlio. Non tutto poteva essere rivelato e comunque restava vero il fatto che lui si era negato di concedere le altre richieste avanzate dal re di Siria, tra cui un'umiliante ritirata delle truppe di Roma. Mi rifiutai di essere ricattato e quella notte piansi amaramente, come non ho mai fatto in tutta la mia vita. E adesso, come vuole ripagarmi Roma di quel sacrificio? Come vuole ripagarmi del fatto che la anteposi alla salvezza del mio unico figlio maschio? Con la pi terribile delle accuse.  questo ci che Roma  diventata?  cos che Roma pretende di ricompensare i sommi sacrifici dei suoi generali?  cos che vogliamo che Roma ricompensi i suoi migliori generali in futuro?
Noooooo...!
No, per tutti gli di, no!
No, Roma non  cos!
Un'incontenibile ondata di voci risuon nella straripante piazza del Comitium, tutte negavano che Roma volesse ricompensare cos i propri generali che anteponevano il bene di Roma a quello della propria famiglia. Publio pass davanti, con arroganza, a Catone, Spurino, Quinto Petilio, Lucio Valerio Flacco, Gracco e al gruppo di senatori che avevano avanzato quelle accuse da cui si stava difendendo. Quando le grida cominciarono a calare riprese la parola.
S, Antioco III di Siria liber mio figlio, per lo fece per rispetto della mia dignit di rappresentante di Roma, non in cambio di miei favori. Ma rimane da affrontare la questione dei cinquecento talenti. E tacque nuovamente qualche istante, durante i quali introdusse le proprie mani sotto le pieghe della bianca toga virilis e ne estrasse alcune decine di monete d'oro. Catone cap allora perch quel giorno Publio apparisse pi grasso del solito. Qui abbiamo cento talenti, qui altrettanti, trecento talenti... riprese l'Africano mentre lanciava al suolo le monete d'oro con l'effigie dello sconfitto re di Siria. Quattrocento... cinquecento. Alcuni tra il pubblico guardavano quelle monete con la brama tipica dell'avarizia, ma la maggior parte stringeva le labbra e si conteneva di fronte a quella demagogica esibizione di potere. Eccoli disse a bassa voce guardando Catone, e lo ripet voltandosi verso la folla alzando la voce. Eccoli. Eccoli qui i maledetti cinquecento talenti. Li volete? chiese rivolgendosi agli accusatori. Allora raccoglieteli e metteteli insieme alle migliaia e migliaia di libbre d'oro e d'argento che io e mio fratello abbiamo fatto guadagnare a Roma mentre versavamo il nostro sangue e quello dei nostri familiari e amici sui campi di battaglia di tutti i confini per rendere questa citt la pi temuta e potente al mondo. Eccoli, quei maledetti cinquecento talenti. Credete che me ne importi qualcosa? Forse volete altro denaro? Qui avete ci che avete reclamato a lungo con insidie e miserabili accuse frutto della vostra invidia. Qui c' il maledetto denaro. Io non ho bisogno di denaro quando ho il popolo di Roma dalla mia parte. E spalanc le braccia verso la folla che lo ascoltava. Chi ha bisogno di denaro quando possiede la forza e il rispetto e l'amore di tutto il popolo di Roma?
Di colpo abbass le braccia e, furibondo, si volt verso Spurino e Catone avvicinandosi a loro come un leone pronto ad attaccare.
Un popolo che io solo ho salvato, un popolo per il quale io, insieme ai miei ufficiali e ai miei legionari, ho affrontato a Zama la pi grande carica di elefanti mai vista prima; e io stesso, i miei ufficiali e i miei legionari abbiamo resistito a quella terribile carica come autentici soldati di Roma, come abbiamo resistito alla fanteria nemica, alle nuove leve africane e cartaginesi, alla cavalleria punica. E abbiamo combattuto, infine, corpo a corpo, contro gli invincibili veterani di Annibale, e l, quel giorno come oggi, e guard la folla s, quattordici anni fa, quando vidi morire i miei migliori uomini, uno a uno, nella battaglia pi colossale che abbia mai affrontato, che io condussi in nome di Roma, per la stessa Roma che oggi mi giudica, io faccio al popolo quest'ultima domanda: cosa vuole Roma, giudicarmi o liberarmi? Cosa vuole Roma, condannarmi o premiarmi? Cosa vuole, dunque, Roma, incarcerarmi o celebrare insieme a me nel Tempio di Giove Capitolino la pi grande vittoria che questa citt abbia mai avuto? Carcere o vittoria?
Vittoria! Vittoria! Vittoria!
Andiamo al Tempio di Giove!
Tutti con Scipione, al Campidoglio! Per Roma, per Scipione!
E, davanti all'assoluta perplessit dei consoli, dei pretori e senatori l riuniti, allo sbigottimento di Spurino e Quinto Petilio, allo sconcerto di tutti i funzionari dello Stato incaricati di registrare gli atti di ogni evento di quel processo, Publio Cornelio Scipione, accompagnato da suo fratello, dalla sua famiglia e dagli amici, abbandon lo spazio del Comitium circondato dai legionari; senza attendere alcuna sentenza, mentre il popolo di Roma lo acclamava, si allontan in direzione del Campidoglio dove, alle sue porte, per ordine dello stesso Publio, lo attendevano una ventina di buoi bianchi l trasportati ex profeso per celebrare in mezzo all'immenso clamore generale la sua totale e assoluta vittoria sull'esercito di Annibale, quello stesso esercito che per anni aveva terrorizzato tutti coloro che ora lo applaudivano, coloro che grazie a lui erano stati liberati dal tormento degli attacchi del generale cartaginese.
Marco Porcio Catone vide la piazza svuotarsi in pochi minuti. Rimasero solo un centinaio di legionari confusi, disseminati in un Comitium semideserto, insieme ai pretori, ai consoli e al gruppo di senatori fedeli all'idea di Catone secondo la quale quell'uomo stava accumulando un potere incontrollabile che doveva, in un modo o nell'altro, essere fermato. Catone sapeva di aver perso, ma sapeva anche che quel processo era rimasto, da un punto di vista giuridico, inconcluso. Quel giorno non era certamente il pi indicato per appellarsi a cavilli giuridici, per il tempo avrebbe raffreddato quella passione del popolo e sarebbe giunto il momento in cui quel processo si sarebbe ufficialmente risolto. E per quel momento sarebbe stato conveniente trovare altre forme, altri accusatori, un altro tribunale. Forse sarebbe stato necessario anche cambiare qualche legge. Si trattava di un lavoro arduo, adatto solo a persone dotate d'infinita perseveranza, proprio come lui.
Marco Porcio Catone si alz con estrema lentezza e si rivolse ai magistrati, pretori, tribuni e senatori, ancora interdetti da ci che era accaduto.
Ieri Spurino ha accusato Publio Cornelio Scipione di credersi re. Oggi io affermo che non solo lo crede, oggi io affermo che Publio Cornelio Scipione  il re di Roma. E voi, amici miei, voi tutti, me compreso, siamo i suoi vassalli. Siamo tornati ai tempi della monarchia. Tempi nei quali i processi non arrivano nemmeno alla conclusione. Sono giunti tempi oscuri, patres et conscripti. La questione : quanto siete disposti a sopportare?
Si lisci la toga e si incammin verso la propria villa in campagna, lontana da quella Roma tumultuosa.

29. L'ULTIMA BATTAGLIA DI ANNIBALE.
Costa dell'Asia Minore
Estate del 186 a.C.

Annibale osservava dalla coperta di quella malmessa nave ammiraglia la linea dell'orizzonte in cui mare e cielo confluivano tra la foschia e il rumore delle onde. Guard poi da entrambi i lati. La flotta di Bitinia, sotto il suo comando per ordine dell'ultimo re che gli aveva dato rifugio nella sua fuga dalle legioni romane, il superbo e ambizioso Prusia, navigava in un silenzio che presagiva l'inevitabile sconfitta.
Il grande generale di Cartagine, cos si era presentato Annibale mesi prima al re, dopo aver abbandonato l'Armenia.
Prusia lo aveva guardato dall'alto al basso. Annibale conservava ancora un aspetto possente nonostante i suoi sessantatr anni, ma il grigiore della sua barba e dei suoi capelli faceva intendere quanto poco quel vecchio potesse ormai contro Roma. Prusia, pi giovane, pi forte, ma anche pi ignorante, lo aveva guardato con un certo sdegno prima di rispondere alla richiesta di asilo che Annibale aveva avanzato. Intorno a loro, i sudditi di Prusia, divertiti e confusi, mantenevano un trattenuto silenzio, chiedendosi se quell'anziano fosse realmente il famoso Annibale che era stato sul punto di sconfiggere Roma, che aveva conquistato l'Hispania e l'Italia, che aveva infine servito il potente Antioco.
Mi chiedi protezione da Roma, quando Roma rappresenta il pi forte potere del mondo aveva detto Prusia dal proprio trono ricoperto di oro e argento. Darti questa protezione mi causerebbe solo problemi.
Annibale aveva respirato a fondo. Sapeva di essere superiore a quel re, ma non poteva permettersi n orgoglio n disprezzo. Sconfitto e deceduto Antioco, non restava nessun altro che volesse mettersi contro Roma. L'unica possibilit che gli rimaneva era cercare un luogo lontano e dimenticato da tutti per vivere in pace i suoi ultimi anni. Prusia era un re insulso, ma anche i pi insignificanti hanno diritto a qualcosa in cambio di un favore.
Il re Prusia aveva risposto Annibale con un tono grave ma sereno che aveva colpito tutti i presenti ha il diritto di ricevere qualcosa in cambio della sua accoglienza a corte. E aveva guardato verso Maarbale e un paio dei suoi uomini ai quali era stato concesso di accedere al salone del trono.
Maarbale aveva immediatamente compreso, era avanzato di un paio di passi fino a raggiungere Annibale, e proprio l aveva svuotato un grande sacco. Uno dei raggi di sole che entravano dalle ampie finestre della sala aveva colpito il contenuto del sacco sparso per terra. Il luccichio delle monete d'oro aveva illuminato lo spazio circostante e immediatamente si era elevato un mormorio generale di stupore. Perfino il re si era alzato senza poter nascondere la propria meraviglia.
Mille talenti d'oro ai tuoi piedi, re Prusia aveva detto Annibale con tono indifferente, come fosse abituato a donare simili somme, e ce ne saranno altri mille se permetterai a me e ai miei uomini di restare nel tuo regno per almeno un paio di anni.
Il re era tornato a sedersi sul trono e aveva cominciato ad accarezzarsi la barba nera e sporca stringendo le labbra. Annibale aveva compreso che il re di Bitinia non era abituato a riflettere. Doveva pazientare. Aveva nostalgia dell'acume di Artaxias.
Questo  molto oro, non lo nego, aveva finalmente ripreso a dire il monarca per non sar sufficiente a placare l'ira di Roma o a fermare un esercito forte come le sue legioni... E si era fermato mentre un bagliore di avidit gli attraversava lo sguardo. Annibale aveva sorriso. D'altra parte, cosa m'impedirebbe di tenermi l'oro e poi cacciarti dalle mie terre?
Di colpo, il mormorio intorno ai due interlocutori era scomparso. Annibale aveva udito il rumore di decine di spade dei soldati di Prusia che venivano sfoderate lentamente, ma non aveva nemmeno osato posare la sua mano sulla propria arma, gesto che avrebbe significato un suicidio. Al contrario, sul suo volto era comparso un sorriso ampio e sereno.
Sarebbe un peccato ammazzare l'unico generale che pu ancora salvarti da una sconfitta e una morte implacabile, re Prusia.
Le parole avevano sortito l'effetto desiderato e il monarca aveva guardato di sbieco da entrambi i lati. Le spade erano state rinfoderate e il re aveva poi fissato Annibale intensamente, intrigato, nervoso.
Sappiamo tutti che Eumene non tarder a lanciare l'esercito di Pergamo verso il Nord aveva continuato Annibale e sappiamo anche, sebbene Pergamo non sia Roma, che  sicuramente pi potente della Bitinia, in particolare la sua flotta.
Eumene se ne star buono, oppure...! aveva gridato Prusia alzandosi di scatto.
Annibale lo aveva interrotto negando con la testa.
No, re Prusia. Pergamo attaccher ed Eumene  un alleato di Roma, un alleato il cui potere cresce all'ombra del Senato di Roma, un'ombra che ben presto oscurer l'intera Bitinia. E tu ti preoccupi di darmi o meno asilo? A me, il solo capace di guidare il tuo esercito verso una vittoria, come ho fatto in tante altre occasioni.
Annibale aveva fatto un cenno a Maarbale, e questi aveva cominciato a raccogliere le monete d'oro da terra, rimettendole dentro il sacco aiutato dai due guerrieri africani che lo accompagnavano. I soldati di Bitinia erano rimasti a osservare nervosi il proprio re che seduto sul trono serrava i denti, ma non erano intervenuti.
Saresti realmente in grado di sconfiggere Eumene? aveva domandato infine il monarca.
S.
Eumene ti sconfisse a Magnesia, questo lo sanno tutti, perfino qui in Bitinia. Comandava l'ala nella quale sconfisse le truppe siriane di Antioco, di cui tu eri consigliere. Perch ora sarebbe diverso, perch ora Annibale riuscirebbe a battere colui dal quale ha subito una sconfitta?
Perch a Magnesia il re Antioco non segu i miei consigli, ma quelli di coloro che lo circondavano e lo lusingavano solo per interessi personali. Inoltre, a Magnesia Eumene aveva le legioni di Roma ad appoggiarlo, mentre adesso combatte da solo. Se mi darai ascolto, io sconfigger Eumene, che si trova ora senza alcun appoggio militare, tu manterrai il tuo trono e io potr vivere in tranquillit il resto dei miei giorni. Cacciami da qui, ruba il mio oro se vuoi, e non durerai su questo trono dal quale mi stai parlando pi di tre mesi. La flotta di Pergamo partir presto per raggiungere le spiagge della Bitinia.
Il re Prusia avrebbe fatto uccidere chiunque altro avesse osato parlargli con quel tono autoritario, ma la fermezza nel volto del generale punico e il fatto che ci che aveva appena detto potesse essere vero gli avevano impedito di perdere la pazienza.
D'accordo, generale africano aveva risposto. D'accordo, allora. Vedi di servirmi bene o giuro sui miei di che ti speller vivo. Non m'importa di cosa tu abbia fatto in passato, sei invecchiato, nonostante la sicurezza con cui parli. La verit  che non sono affatto sicuro che riuscirai a fermare Eumene, ma sono disposto a concederti una possibilit. Una sola. Questa  la mia decisione: accetter il contenuto di quel sacco e di altri due uguali. Si era interrotto un istante e Annibale aveva annuito. Tre sacchi pieni d'oro per accoglierti nel mio regno. Poi ti consegner la mia flotta, tu la preparerai, la addestrerai, e quando Eumene navigher verso il Nord tu gli andrai incontro. Se verrai sconfitto ma sopravvivrai, ti uccider io stesso con la mia spada, anzi no... meglio ancora... ti ricoprir di catene e ti doner a Roma alla quale chieder in cambio d'intercedere per me di fronte all'avanzata di Pergamo. Per, se vincerai, ti prometto che nessuno ti dar alcun fastidio nel mio regno, e potrai restare qui per tutto il tempo che desideri, senza aver bisogno di pagarmi con altro oro. Questa  la mia decisione.
Annibale aveva assentito con la testa una sola volta. Prusia lo aveva accettato, insieme ai due sacchi pieni d'oro che gli uomini del generale africano avevano immediatamente portato. Non c'era stato tempo per cenare o per altre celebrazioni, Annibale aveva richiesto di essere accompagnato subito al porto della citt per poter vedere la flotta di Prusia.
E l, Annibale, Maarbale e il piccolo gruppo di veterani che li aveva seguiti fin da Cartagine avevano compreso che tutto era perduto.
Le navi dell'esercito di Bitinia erano scarse e la maggior parte di esse aveva bisogno di riparazioni. Annibale si era arrampicato su una stretta passerella che conduceva a quella che doveva essere la nave ammiraglia. Il pavimento era sudicio, il legno tarlato in molti punti, e l'odore putrido di pesce indicava ci a cui si era dedicata quella nave negli ultimi anni, confermando il poco interesse dei marinai nel mantenerla minimamente decente. Si era passato la mano sulla barba mentre scrutava con l'occhio sano le tre dozzine di navi attraccate nel porto. Maarbale lo aveva guardato con lo stesso sconcerto. Alle loro spalle c'era un ufficiale dell'esercito di Bitinia che li aveva accompagnati per ordine del re Prusia.
Sono tutte in queste condizioni? gli aveva domandato Annibale.
Temo di s aveva risposto quello con il tono debole di chi prova vergogna. Il suo re dissipava tutto in banchetti, mentre il suo esercito, sempre pi debole, doveva mantenere sicuri i confini di un regno accerchiato dal potente Eumene di Pergamo. Per quell'ufficiale, il generale straniero, cos come aveva profetizzato a corte, aveva ragione: era solo questione di tempo prima che la Bitinia cadesse in mano dell'invasore.
Annibale, da parte sua, aveva inspirato profondamente. La brezza del mare, quell'aroma intenso di acqua salata, gli faceva bene. Era stanco di fuggire. La cosa pi sensata da fare sarebbe stata lasciare quella regione e dirigersi a Oriente. Forse in India. L sarebbe stato abbastanza lontano da Roma. Era un'idea che continuava a tornargli in mente. Ci nonostante, il suo spirito si ribellava contro quella scelta. Eumene avrebbe attaccato la Bitinia, ed Eumene era alleato di Roma. Annibale si sentiva troppo vecchio e stanco per avere la forza di affrontare Roma per l'ennesima volta, ma forse avrebbe potuto mordere con forza uno dei suoi vassalli. Questo gli procurava sempre piacere.
Si era appoggiato alla ringhiera della nave ma questa era improvvisamente crollata. Maarbale, di riflesso, aveva afferrato il generale per la vita evitando che cadesse in acqua. Annibale si era ricomposto e l'amico si era immediatamente separato da lui.
Eumene non ha nemmeno bisogno di attaccare la flotta di Bitinia aveva detto Annibale levandosi alcune schegge rimaste impigliate nel suo lungo mantello militare. Gli baster attendere che queste navi affondino da sole.
I soldati africani avevano intuito dal suo tono di voce che il loro generale era furioso, per aver appena perduto l'equilibrio, per aver avuto bisogno di aiuto per non cadere in mare, per non avere nulla con cui combattere. Quello non era stato un commento ironico. Non c'era nulla di ironico in quella situazione.
Annibale era sceso dalla nave e aveva cominciato a passeggiare per il porto seguito da vicino dai suoi uomini e dall'ufficiale di Prusia.
Le banchine erano ricoperte di polvere. Sulla costa sud del Propontide non pioveva da settimane. Il caldo del mezzogiorno cominciava a farsi torrido. Improvvisamente, proprio di fronte al generale, una specie di corda arrotolata al suolo aveva cominciato a muoversi e a sgattaiolare rapida in cerca di rifugio tra le anfore di creta ammassate vicino a uno dei magazzini del porto.
Serpenti aveva chiarito l'ufficiale di Prusia. L'unica cosa che abbiamo in abbondanza. Serpenti velenosi e mortali. Un problema che cresce insieme alla siccit. Provengono dalle montagne e giungono al porto in cerca di cibo. Di pesce putrido, o di qualunque altra cosa. Non toccherei una di quelle anfore per tutto l'oro del mondo.
Annibale si era fermato e cos il resto della comitiva. Il generale punico era rimasto a fissare quella montagna di anfore dove il serpente era andato a rifugiarsi. La flotta era insufficiente e in pessimo stato, l'armamento era scarso e gli ufficiali di Bitinia disorientati. Andare a cercare uno scontro navale con la perfettamente organizzata flotta di Pergamo rappresentava un suicidio. Aveva guardato il mare, poi le montagne. Un combattimento impossibile o un'altra fuga. Poi aveva abbassato lo sguardo.
Maarbale e il resto dei soldati punici erano indietreggiati di un paio di passi, e lo stesso aveva fatto l'ufficiale di Prusia. Annibale aveva appoggiato le braccia sui fianchi continuando a guardare le montagne. I soldati conoscevano quel gesto del generale. Stava per prendere una decisione.
L'ufficiale del re di Bitinia non aveva compreso che senso avesse osservare le montagne quando li attendeva una battaglia navale.
Annibale continu a fissare la linea brumosa dell'orizzonte marino dalla prua della nave ammiraglia. Dopo aver virato intorno a una lunga lingua di terra che si addentrava nel mare, le due flotte si ritrovarono l'una di fronte all'altra. Tanto le navi di Bitinia quanto quelle di Pergamo fermarono i remi e spiegarono le vele. Annibale approfitt di quell'arresto per inviare un gruppo di marinai con un messaggio per il re di Pergamo. Maarbale gli si avvicin e lo interrog con voce confusa.
Non credevo che avremmo tentato di negoziare disse.
Annibale sorrise e rispose senza voltarsi, senza cessare di osservare i soldati di Pergamo che indicavano la scialuppa con i marinai messaggeri che li stava raggiungendo.
E infatti non negozieremo, Maarbale chiar. Poi finalmente si volt e guard il luogotenente con un ampio sorriso sul volto. Voglio solamente sapere su quale nave si trova Eumene.
Maarbale assent e sorrise a sua volta. Era la pi vecchia di tutte le strategie, ma non cessava di risultare efficace: inviare messaggeri a negoziare solo per sapere dove si trovava il generale in carica o, come in quel caso, l'ammiraglio al comando della flotta nemica, ovvero lo stesso re di Pergamo.
La scialuppa avanz tra le navi nemiche fino a fermarsi accanto a una delle pi grandi. L lasciarono un messaggio scritto in greco dallo stesso Annibale su una tavoletta di legno ricoperta di cera.
Che cosa hai scritto sulla tavoletta? domand Maarbale.
Che si ritiri o affonder la sua flotta rispose il generale come se stesse parlando a se stesso.
Eumene, re di Pergamo, alleato di Roma, vincitore a Magnesia, lesse la tavoletta a occhi spalancati. Poi gett la testa indietro e scoppi in una risata talmente fragorosa da essere udita in ogni angolo della nave.
I marinai di Bitinia che attendevano la risposta del re dalla piccola scialuppa si guardarono l'un l'altro spaventati. Non erano sicuri che sarebbero ritornati indietro vivi. All'improvviso videro lo stesso Eumene sporgersi dalla nave e gridar loro la sua risposta tra le risate dei suoi uomini.
Dite a quel pazzo di Annibale che in passato Pergamo lo ha gi sconfitto sia per terra che per mare, e che oggi finiremo il compito che Roma non riesce mai a portare a termine! Dite a quel generale straniero che vi conduce che oggi sar il giorno della sua morte!
Annibale non attese la risposta di Eumene. Quando la scialuppa con a bordo i messaggeri fu a met strada tra l'una e l'altra flotta ordin che una decina delle sue navi si lanciasse contro quella in cui si trovava il re di Pergamo. La manovra colse di sorpresa la flotta nemica che non si aspettava una tale concentrazione di navi avversarie contro quella del loro re. Fu cos che la flotta di Pergamo riusc a bloccare solo quattro delle navi che remavano verso quella ammiraglia ma non le altre sei. Tutti, da entrambe le parti, capirono che Annibale intendeva distruggere la flotta nemica senza preoccuparsi dell'esito finale della battaglia.
Eumene si trov circondato dalle navi avversarie. Sapeva di possedere una flotta di gran lunga superiore a quella bitinia, ma in quel momento era la sua stessa vita a trovarsi in pericolo, e se lui fosse caduto l'intera flotta ci avrebbe rimesso. La mente del re di Pergamo riflett rapidamente. A ogni istante che passava si preoccupava meno della battaglia e pi della propria sicurezza.
A babordo! Per tutti gli di, remate verso la costa! grid ai suoi marinai.
Eumene era un generale astuto. Aveva portato con s truppe di fanteria per procedere col piano d'invasione della Bitinia, e queste stavano gi avanzando sulle spiagge dell'Anatolia parallelamente alla flotta. La sua nave, la migliore e la pi veloce tra tutte le altre, raggiunse rapidamente la costa dando al sovrano il tempo di sbarcare e rifugiarsi tra le migliaia di guerrieri di Pergamo che si concentravano sulla spiaggia.
Annibale non pot che constatare come il suo piano di uccidere Eumene fosse fallito. E nel frattempo, a peggiorare le cose, alle sue spalle la flotta di Pergamo aveva virato lanciandosi contro le malridotte navi della Bitinia.
Maarbale e gli altri ufficiali che circondavano il Cartaginese cominciarono ad agitarsi.
Siamo perduti! disse l'ufficiale in carica delle truppe bitinie imbarcatesi in quella flotta di navi sgangherate.
Annibale si volt e lo guard severamente. L'ufficiale tacque. Il generale punico strinse le labbra guardandosi intorno. Al centro di ogni nave aveva fatto installare una piccola catapulta e a lato di essa erano raggruppate decine di anfore di medie dimensioni, non pi di due piedi. Apparentemente delle misere e insignificanti armi da lancio che nulla potevano contro le robuste navi del nemico.
Cominciate a lanciare le anfore e mirate bene, per Baal!
Gli ufficiali bitini e i soldati africani imbarcatisi sulla nave ammiraglia della flotta del re Prusia trasmisero l'ordine rapidamente. Sapevano che la loro vita dipendeva da quello. In ogni nave bitinia si caricarono le catapulte e si lanciarono le anfore. Alla prima carica la maggior parte cadde in mare, affondando miseramente come fosse il tentativo di un bambino di lottare contro un adulto. Solo poche di esse raggiunsero le navi nemiche. Annibale aveva ordinato di riempire le anfore di terra fino a met, per irrobustirle durante il lancio, per anche cos si frantumarono non appena toccarono il suolo delle navi, senza causare alcun danno.
I marinai della flotta di Pergamo assistettero a quella scena dapprima sorpresi, poi ridendo a crepapelle. Eumene osservava tutto dalla spiaggia, protetto dal suo esercito di terra.
Ma cosa stanno lanciando? domand. Nessuno seppe cosa rispondere finch non fu lo stesso re a farlo. Qualunque cosa sia non mi pare che le nostre navi stiano affondando. E scoppi in un'altra fragorosa risata.
La vittoria era nelle sue mani. Distrutta la sua flotta, la Bitinia sarebbe caduta come un frutto maturo. Tutta quella campagna militare si sarebbe rivelata nient'altro che una passeggiata.
In alto mare, anche i marinai di Pergamo ridevano mentre le loro navi si avvicinavano sempre pi alla flotta nemica. Quell'assurdo lancio di anfore proseguiva come una pioggia fastidiosa ma che non recava alcun danno.
Intanto, nella flotta di Bitinia, tutti attendevano l'ordine dell'ammiraglio. Annibale percepiva lo sguardo di tutti su di s.
Ancora un po'... aspettiamo ancora un po'... diceva a se stesso a voce bassa. Manca poco, poco... Poi di colpo si volt verso Maarbale e url a squarciagola: Adesso, per Baal! Adesso! Le anfore delle stive!.
I marinai bitini discesero velocissimi nelle stive delle navi e tornarono con altre anfore che trasportavano con occhi pieni di orrore. Le depositarono accanto a ogni catapulta e queste vennero tutte lanciate verso il nemico.
Sulle navi di Pergamo gli uomini avevano notato che quella pioggia di anfore mezze piene di terra era momentaneamente cessata per poi riprendere di nuovo, ma non vi prestarono pi molta attenzione. Alcuni stavano tendendo gli archi e caricando le frecce, mentre altri si raggruppavano sulle coperte per prepararsi all'abbordaggio. La battaglia sarebbe stata breve. Prima di mezzogiorno sarebbero stati tutti a festeggiare sulla spiaggia insieme al loro re.
Fu in quel momento che dal cielo sopraggiunse l'orrore. Altre anfore caddero sulle coperte delle navi, ma da ognuna di esse non usc terra bens un centinaio di serpenti velenosi. Se quattro anfore raggiungevano una nave, sul suo suolo si sparpagliavano rapidamente almeno quattrocento serpenti terrorizzati e alcuni feriti per l'impatto, che fuggivano all'impazzata mordendo chiunque attraversasse loro il cammino.
In un primo momento i soldati e i marinai di Pergamo notarono solo le grida di dolore di alcuni compagni che si contorcevano al suolo in preda alle convulsioni; ci volle del tempo prima che si rendessero conto di ci che stava accadendo. Troppo tempo.
Puntate ai naviganti! grid Annibale furente.
E cos fecero i suoi uomini.
I timonieri avversari morsi dai serpenti abbandonarono i loro posti e ben presto le navi della potente flotta di Pergamo cominciarono a sbandare senza rotta, alcune scontrandosi tra loro e fracassandosi per il forte impatto. Da altre navi, molti scelsero di gettarsi in mare per fuggire a quell'infernale serie di morsi letali, tentando di raggiungere una costa che per restava troppo lontana.
In mezzo a quel disastro, i Bitini si ripartirono i compiti ordinatamente: alcuni continuarono a lanciare quelle terribili anfore piene di serpenti, mentre altri si concentrarono a colpire con lance e frecce gli esausti uomini di Pergamo che nuotavano in mare. Era come cacciare tonni catturati da una grossa rete. Poi, come se Baal avesse voluto premiare l'astuzia del suo vecchio suddito, cominciarono ad apparire centinaia di squali attratti dal sangue dei feriti e dei morti. I Bitini cessarono di lanciare frecce in mare. Non ce ne fu pi alcun bisogno.
Annibale si volt in cerca di Maarbale. Assorto com'era stato nel condurre la battaglia, il generale cartaginese non si era reso conto che, nonostante la confusione, i soldati di Pergamo avevano lanciato alcune cariche di frecce che avevano solcato l'aria sulle coperte delle navi bitinie ferendo molti uomini e uccidendone altrettanti. In caso di vittoria quello era il male minore; tuttavia, il dolore di una ferita  sempre soggettivo. Annibale non trovava Maarbale. Poi si rese conto che una mezza dozzina dei suoi si era raggruppata intorno a un corpo disteso.
Il generale batt un paio di volte l'occhio sano. Comprese che nemmeno questa volta gli di avevano avuto piet di lui, permettendogli di godere appieno della sua ultima vittoria. Mentre si avvicinava lentamente al corpo dell'ufficiale punico trafitto da varie frecce nemiche, i suoi uomini si alzarono e si allontanarono per permettere al generale di inginocchiarsi accanto a Maarbale.
Fu pi doloroso di quanto avrebbe mai immaginato e, per assurdo, dopo tante battaglie affrontate insieme, la colpa era da attribuirsi a qualche freccia lanciata, l, ai confini del mondo, dopo una magnifica vittoria.
Annibale si rese conto che Maarbale respirava ancora. Aveva gli occhi chiusi ma improvvisamente li apr per un istante e guard il suo generale.
 stata... una... grande... vittoria disse, e richiuse gli occhi. Il petto per si muoveva, segno che ancora respirava.
Il medico! grid il generale ai suoi uomini. Poi si volt nuovamente verso il suo ufficiale e gli sussurr all'orecchio: Una grande vittoria, Maarbale, e tu la celebrerai insieme a noi, sulla terra ferma, al calore di un fal, con vino e donne. Una grande festa, Maarbale.
Maarbale scosse lentamente la testa, in un ultimo sforzo.
Per la prima volta... mio generale, per la prima volta... non posso eseguire un ordine... del mio generale...
Per Baal! grid Annibale scuotendo il corpo moribondo del suo ufficiale, il suo eterno secondo, il suo uomo di fiducia, colui con il quale aveva combattuto in Iberia, in Italia, in Africa, in Asia. Per Baal! Non puoi lasciarmi solo! Non puoi lasciarmi solo! Non puoi, Maarbale! Te lo ordino! Te lo ordino! E continu a scuotere il corpo ormai senza vita sostenendolo con le braccia. Il sangue di Maarbale gli inzupp le vesti, ma Annibale continu a tenerlo stretto a s, affondando il viso nelle sue ferite dalle quali ancora sgorgava un caldo sangue. Non lasciarmi solo, non lasciarmi ripeteva tra singhiozzi trattenuti.
Tutti gli uomini si allontanarono. Arriv il medico, ma gi a distanza comprese che non c'era nulla da fare e non os interrompere quel lungo e commovente abbraccio con cui Annibale teneva stretto al suo petto Maarbale.
Non lasciarmi solo... non lasciarmi solo...
Eumene assistette impotente al massacro della sua flotta. Pergamo non aveva mai subito una sconfitta navale di quella portata. Non rappresentava la fine del suo potere ma sicuramente la fine del suo progetto di conquista del regno di Bitinia. Con il suo esercito di terra poteva ancora preservare i confini di Pergamo, per non estenderli, almeno fin quando non avesse ricostruito la flotta, e per fare ci ci sarebbero voluti anni.
Era ricolmo di odio e di rabbia. Non era un incosciente, ma dopo Magnesia si era abituato a vincere, e quella sconfitta era un boccone decisamente troppo amaro da digerire. Voleva una rivincita. Voleva vendetta.
Uno dei suoi consiglieri gli si avvicin e si arrischi a interrompere il suo silenzio.
Cosa facciamo, mio re?
Eumene di Pergamo gli rivolse uno sguardo rabbioso. Il consigliere fece qualche passo indietro. Tutti si allontanarono un poco, per Eumene non grid, non scaric la propria rabbia contro i suoi ufficiali. Aveva compreso quale fosse l'unico cammino da seguire.
Contatteremo Roma. E abbozz un sorriso. Il sorriso di chi  convinto di essere il vincitore della guerra, nonostante la sconfitta appena subita. Contatteremo Roma e diremo loro dove si trova Annibale. Questo sar sufficiente.

30. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (LIBRO VI)

Avevo sconfitto Catone due volte di seguito: prima in Senato, neutralizzando le sue accuse con la richiesta di uno iudicium populi, poi durante quello stesso processo, conquistandomi l'appoggio del popolo. Da quel momento riuscii a godere di un intero mese di tranquillit a Roma. Un sollievo, per lo meno nella vita pubblica, perch in quella privata la pace non arrivava. Emilia si sentiva ferita per la presenza permanente di Aret, mio figlio a mala pena mi rivolgeva la parola e Cornelia Minore continuava a opporsi a qualunque proposta di matrimonio conveniente alla famiglia. Su quest'ultima questione Emilia taceva e si negava, rifiutandosi di ricorrere alla sua autorit di matrona della casa e imporsi quindi sulla nostra figlia ribelle. Solo Cornelia Maggiore mi dava soddisfazione. Anche se dopo essersi sposata con Nasica, rinforzando i vincoli familiari, faceva sempre meno visita alla nostra domus, e spesso le sue rare visite coincidevano con i miei impegni in Senato. Seppi poi che si vedeva da sola con la sorella. Inizialmente ne fui ferito, per poi pensai che forse la sorella maggiore sarebbe stata capace di persuaderla, quando l'autorit del pater familias pareva non avere alcun potere sul carattere ostinato di Cornelia Minore.
Con questa situazione in famiglia, mi rifugiavo nella vita pubblica. Assistevo a tutte le sessioni del Senato e in tutte davo la mia opinione, sempre attentamente ascoltata e ben accolta, o perch mi rispettassero o perch mi temessero, a seconda delle posizioni della Curia Hostilia. In quel periodo Catone taceva pi del solito e io mi convinsi, nella mia permanente ingenuit, di aver sconfitto per sempre il mio maggior nemico politico. Dopo i lunghi dibattiti in Senato, dove le votazioni finivano sempre per favorire le mie proposte o quelle dei miei alleati, mi rifugiavo in casa dove per ore ricevevo decine, centinaia di clienti della famiglia Scipione. L'atrio diveniva un brulichio di persone di ogni condizione che mi imploravano d'intercedere in loro favore per qualunque tipo di questione, commerciale, pubblica o privata che fosse. Mi piaceva sentirmi importante. Mi piaceva ascoltare parole di elogio nei miei confronti.
Abbiamo tutti le nostre debolezze. La vanit fu senza dubbio il mio peccato maggiore in quella tappa della mia vita. Per n mia moglie n i miei figli spesero mai parole amabili nei miei confronti, parole derivate dal cuore, capaci di curare la mia anima. Avevo tradito Emilia, disprezzato mio figlio Publio e allontanato Cornelia Minore. Adesso, con l'obiettivit data dal tempo, vedo con chiarezza il motivo della loro giusta freddezza nei miei confronti. Aret, da parte sua, continuava a riempirmi di affetto, con i suoi baci e le sue carezze, ma da quando l'avevo colpita, quella maledetta mattina, il vincolo speciale che era esistito tra noi si era spezzato. E lei era divenuta una semplice amante. In assenza di altri affetti accettai ci che Aret mi offriva senza cercare altro. La trattavo bene e la ricompensavo con regali, ma era evidente che l'unica cosa che le interessava era ci che non volevo darle: la libert. Sentivo di possedere ben poche cose belle nel mio privato, e non volevo separarmi da lei.
Adesso so che vivevo in un mondo fasullo, fatto di lodi da parte di coloro che volevano ottenere qualcosa da me e di carezze da parte di un'amante costretta, ma il mio potente controllo sulla vita pubblica di Roma mi ricompensava. Eppure fu proprio per questo che quando Roma si schier contro di me io mi sentii perduto. Se perfino Roma mi tradiva, cosa mi sarebbe rimasto?
Come non poteva essere altrimenti, non fui disposto ad accettare quel tradimento e dentro di me mont una rabbia incontrollabile. Non ero disposto a farmi schiacciare dalla Roma dei miei nemici. Non mi rendevo conto di quanto sprovveduto fossi, mentre i miei avversari mi attaccavano approfittando delle mie assenze in citt, mordendo come cani rabbiosi proprio dove pi danno avrebbero recato. Mi sentivo talmente furioso da essere disposto a tutto. A tutto. E non pensai alle conseguenze.

31. LA VENDETTA DI CATONE.
Roma
Dicembre del 185 a.C.

In un giorno della fine dell'anno 185 a.C., i senatori erano riuniti tra le colonne del Senaculum, accanto alla piazza del Comitium, in attesa di dare inizio a una nuova seduta. In un angolo, Marco Porcio Catone, circondato dal cugino Lucio Porcio Licino e dai senatori Quinto Petilio e Spurino, sempre fedeli alla sua causa, parlava a voce bassa.
Con il nuovo anno avvieremo il nostro piano per ottenere la definitiva caduta di Scipione annunci.
I tre interlocutori si guardarono tra loro. Tutti condividevano il timore per l'immensa popolarit di Scipione e del suo clan che li rendeva pressoch inattaccabili.
Qualunque iudicium populi comment Spurino, al quale ancora rodeva la sua passata esperienza in qualit di principale accusatore degli Scipioni,  destinato al fallimento. Catone, tu sai di avere il mio appoggio, per, per Castore e Polluce, non possiamo farci umiliare di nuovo.
Quinto Petilio e Lucio Porcio assentirono. Catone non parve contrariato da quel commento. Se lo aspettava, ma erano anni che meditava un adeguato contrattacco e finalmente lo aveva calcolato, pianificato nei minimi dettagli. I suoi compagni avevano evidentemente bisogno di saperne di pi.
In passato abbiamo commesso dei gravi errori cominci a spiegare. Gli altri gli si avvicinarono per ascoltarlo meglio. Per cominciare, io per primo sbagliai ad attaccare Lucio in Senato, dando la possibilit a Publio di richiedere uno iudicium populi. Ma non si ripeter. Agiremo con maggiore astuzia. Per prima cosa ci assicureremo che sia impossibile indire un altro iudicium populi, e al suo posto promuoveremo un nuovo processo, anzi, nemmeno questo: richiederemo al tribuno della plebe eletto per il nuovo anno di terminare lo iudicium lasciato senza una definitiva sentenza, e non m'importa di quelle cinquecento monete. Ora esigeremo i conti dell'intera campagna, ma faremo in modo che questi non siano giudicati dal popolo, bens da un processo straordinario. E attese un istante prima di precisare: S, questo faremo: accuseremo Lucio Cornelio Scipione per malversazione nella sua campagna in Asia, con una causa extraordinaria.
Istintivamente i tre senatori che ascoltavano Catone fecero un piccolo passo indietro. Le causae extraordinariae, con tribunali speciali formati da magistrati consolari, pretori e senatori, si erano utilizzate solo occasionalmente in passato, comportavano molte polemiche e mai si era promossa una causa di questo tipo contro una persona tanto potente. Catone interpret chiaramente il dubbio apparso sui volti nervosi dei suoi colleghi.
Credetemi, per Ercole,  l'unica possibilit. So che sar difficile continu infervorato. Aveva meditato per troppo tempo su quelle parole e ora poteva finalmente riferirle chiare, a voce alta, sicuro che presto i suoi compagni avrebbero compreso il suo dettagliato piano, il suo definitivo attacco contro gli Scipioni. Sar difficile ma non impossibile. Non possiamo controllare il popolo, ma possiamo controllare il resto dello Stato. Ci ho pensato bene: abbiamo bisogno del controllo di almeno una magistratura consolare, del tribunato della plebe e della censura. Il Senato  incline a favorire il nostro punto di vista, ma teme troppo la popolarit degli Scipioni. Se sapremo giocare bene le nostre carte, il Senato voter a favore di una causa extraordinaria, soprattutto se questa sar accettata dal tribuno della plebe, il rappresentante massimo del popolo. Pu funzionare, deve funzionare. E c' un'altra cosa, molto importante. Ci fu un altro breve silenzio durante il quale i tre tornarono ad avvicinarsi a Catone. Dobbiamo organizzare tutto velocemente, in pochi giorni, per approfittare della prossima assenza di Publio Cornelio Scipione.  solito lasciare la citt in primavera, quando si reca in Etruria per far visita ai suoi veterani dell'Hispania e di Zama. Approfitteremo di quei giorni per accusare suo fratello, condannarlo e incarcerarlo. Quando Scipione ritorner sar troppo tardi e si trover costretto ad accettare l'autorit del Senato e il processo per causa extraordinaria; oppure dovr scontrarsi con tutti noi, ma per allora avremo appostato le legiones urbanae per l'intera citt. Inoltre, anche se sono in molti ad appoggiare Scipione, sono altrettanti quelli spaventati all'idea di un ritorno della monarchia e che riconoscono in Scipione un pericolo per lo Stato. Se il Senato riuscir a convincerlo, il popolo si divider. Saranno giorni duri, ma alla fine Publio Cornelio Scipione dovr arrendersi. Dopo di che, potremo anche considerare l'idea di giudicarlo per le sue scorrettezze durante lo iudicium populi, come pure per la sua ambigua negoziazione in Asia per la liberazione del figlio. Ma per prima cosa dobbiamo ottenere l'incarcerazione di suo fratello; solo in questo modo Publio avr le mani legate. Se decidesse di muovere un qualunque attacco contro lo Stato, minacceremo di far giustiziare Lucio. Conosco bene Publio. Questo lo metter fuori combattimento. A differenza del re Antioco, al quale manc il coraggio quando cattur suo figlio, Scipione sa che io sono capace di far giustiziare suo fratello senza esitazione.
Cal di nuovo il silenzio. Ancora una volta, fu Spurino a intervenire per chiarire i dubbi che tutti condividevano. Catone aveva pianificato ogni cosa basandosi sul controllo delle prossime elezioni delle principali magistrature di Roma. Ma come avrebbe ottenuto questo controllo? E chi avrebbe ricoperto quelle cariche?
E a chi avevi pensato per il consolato?
A Lucio Porcio rispose Catone indicando suo cugino.
Questi annu. Avevano gi parlato della questione, anche se Lucio Porcio non sapeva pi di quello.
Spurino e Quinto Petilio annuirono, entrambi d'accordo con quella decisione. Il cugino di Catone era un uomo di fiducia e di carattere. E sapevano che con l'appoggio di cui godeva in Senato sarebbe stato facile per lui ottenere una delle due magistrature consolari.
E come censore? continu Spurino.
Io stesso rispose Catone rapido. Cinque anni fa ero troppo temuto e hanno fatto in modo che Flaminio mi soppiantasse. Ma adesso posso ottenere la censura. Non mi attaccheranno pi come in passato. Sono rimasto zitto e calmo per due anni. Non mi temono pi, per questo devo approfittarne.
E sia, concesse Spurino supponiamo di ottenere uno dei due consolati e la carica di censore, il che sarebbe gi un risultato sorprendente, ma n io n Quinto Petilio potremo occupare il tribunato della plebe. Il popolo ci detesta dopo quel maledetto iudicium.
Lo so, conferm Catone per ho un altro candidato che sarebbe perfetto.
I tre lo guardarono in attesa.
Tiberio Sempronio Gracco.
Spurino sobbalz.
Gracco  un incostante! Sono due anni che non interviene in Senato, e nemmeno ci ha favorito in tutte le votazioni.  uno spirito libero.  pericoloso.
 vero, ma  anche vero che nel fondo della sua anima nutre un immenso rancore nei confronti di Publio Cornelio e della sua famiglia. La gens Cornelia e la gens Sempronia si odiano da quando il padre di Publio Cornelio divideva il consolato con uno dei Semproni e discutevano su come condurre la battaglia del Trebbia. Da allora non c' mai stata una riconciliazione. Gracco non  esattamente uno di noi, per possiamo sfruttare il suo rancore. Inoltre,  un uomo assai rispettoso della legge. Accetter senz'altro di portare a conclusione lo iudicium populi, cos come potrebbe facilmente accettare una causa extraordinaria. Al limite potrebbe astenersi. In entrambi i casi giocher a nostro favore. Inoltre  molto popolare, il popolo lo voter e gli Scipioni dovranno accettarlo come tribuno della plebe, dal momento che l'ultimo eletto  stato uno dei loro. Saranno costretti a cedere, fosse anche solo per rispettare la forma. D'altra parte,  pur vero che se riusciremo a far incarcerare Lucio Cornelio Scipione  possibile che Gracco esiti, ma mi occuper personalmente di chiarirgli le idee. Ve lo promisi in passato e io mantengo sempre una promessa. So che pensavate che ormai tutto fosse dimenticato, ma io non dimentico mai.
Spurino e Quinto Petilio ripensarono alla promessa di Catone di due anni prima, quella pronunciata sulla porta della sua villa, alla quale aveva presenziato anche Gracco, che per era ignaro delle loro macchinazioni
I tre senatori avrebbero voluto sapere cosa intendeva fare Catone per assicurarsi la fedelt di Tiberio Sempronio Gracco, ma nessuno di loro os rivolgere quella domanda. In ogni caso, i tre si rallegrarono di non essere al posto di Gracco.
La sessione sta per cominciare disse Catone distogliendo i colleghi dalle loro riflessioni su quel piano. Siete con me oppure no?
Lo siamo risposero i tre all'unisono.
Quella fu una delle rare occasioni in cui videro Catone abbozzare un lieve sorriso, mentre si dirigeva verso la Curia.
Questa volta ce la faremo.
Seguito dal cugino Lucio Porcio, Quinto Petilio e Spurino s'incammin verso l'edificio del Senato. Spurino si compiacque che per lo meno, quella volta, non ci fosse il tanfo di porro ad accompagnare la spiegazione della nuova strategia di Catone. Il vecchio senatore puzzava spesso di porri, quando passava la mattinata nella sua propriet, ma non quel giorno, e ci gli apparve come un buon presagio.

32. IL GUARDIANO DEL NILO.
Alessandria
Estate del 185 a.C.

Nel Sud dell'Egitto la guerra civile continuava. Gli Egizi volevano uno Stato non pi guidato da una classe dirigente greca che, seppur straniera, era stata tollerata all'epoca dell'abbondanza economica dei primi faraoni della dinastia tolemaica. Ma ormai quei tempi erano finiti e restavano solo i grandi monumenti a testimoniare l'antica grandezza del paese, come l'enorme faro di Alessandria o la sua magnifica biblioteca. Ora la luce del faro non veniva pi accesa e nessuno pi s'interessava alle centinaia di migliaia di rotoli di papiro accumulate nelle immense sale di pietra vicine all'imboccatura del Nilo. I campi e le dighe erano stati abbandonati, e i contadini, sempre pi poveri, accumulavano rabbia e rancore verso un governo che aveva prosciugato la ricchezza del paese in guerre mai vinte. Il commercio delle carovane d'Oriente era cessato, i minerali non arrivavano pi dal Sud, n c'erano pi navi egizie a solcare l'Egeo. Tutte le colonie erano state perdute, e tuttavia le tasse, nonostante le ultime esenzioni varate dal faraone, continuavano, sempre pi elevate, a sfinire la popolazione. Interi villaggi venivano abbandonati e la gente cercava lavoro nelle citt pi grandi, tuttavia era impossibile trovarlo anche all'interno delle mura delle grandi capitali di quel regno ormai ridotto in pezzi. E il faraone e i suoi consiglieri non erano in grado di arrestare quello sfacelo.
Le strade, i sentieri, perfino il Nilo, divennero poco sicuri. Nell'intento di porre un freno alle bande di malviventi che popolavano ogni angolo del paese, e che si nascondevano perfino tra i giunchi delle sponde del grande fiume, il faraone aveva ordinato che si organizzassero pattuglie di guardia che mantenessero l'ordine e lontani i banditi. Anche in prossimit di Alessandria le navi della guardia militare navigavano lungo il fiume per intimidire i malviventi, tuttavia senza addentrarsi nell'interno. Le nuove pattuglie del Nilo erano guerrieri egizi ben pagati dallo Stato, con il compito di controllare che lo scarso commercio che ancora aveva luogo in quelle acque non si arrestasse del tutto.
Netikerty aveva utilizzato il denaro che le aveva dato Cassio, l'oro che Lelio le aveva inviato da Roma, per corrompere alcuni funzionari e ottenere un posto per Khepri nella guardia del Nilo. Non sapeva cos'altro fare, era disperata, e quella sembrava l'unica opportunit di lavoro. Netikerty pregava ogni notte Horus e Bes affinch proteggessero il giovane Khepri, ancora un adolescente per forte e agguerrito. Intuiva che nelle vene del ragazzo circolava il sangue del coraggioso generale romano che era suo padre.
Fai molta attenzione e che Horus ti protegga sempre gli aveva detto Netikerty, e Khepri l'aveva abbracciata senza dire nulla, pensando che sua madre avrebbe dovuto smettere di pregare gli di protettori dei bambini, dal momento che lui era ormai un uomo.
I banditi avevano riunito tre barche di piccole dimensioni ma facilmente manovrabili. Il loro obiettivo era attaccare un piccolo convoglio che trasportava argento proveniente dalla Nubia. Non erano molti i carichi di oro o argento che passavano per il Nilo, per questo varie bande si erano unite per attaccarlo. Sapevano che le guardie del fiume proteggevano le imbarcazioni che trasportavano mercanzie preziose, ma erano anche sicuri che i soldati sarebbero stati pochi e per la maggior parte giovani e inesperti, mentre loro erano veterani delle guerre passate, alcuni sopravvissuti al disastro di Panion, e tutti avevano fame. L'argento era un bottino troppo ghiotto per rinunciare a quell'opportunit.
Cos, non appena le prime luci dell'alba resero visibile la sagoma delle vele delle navi da loro gi identificate, avendo corrotto con l'ultimo bottino di grano e pesce i funzionari che controllavano il commercio del fiume in quella regione, seppero che la loro preda era arrivata.
Le navi che trasportavano l'argento stavano navigando in parallelo, cosa insolita dato che di norma viaggiavano una dietro l'altra, ma i banditi non si fermarono a riflettere e si lanciarono dalle sponde del fiume con le loro piccole barche, pronti a combattere per abbordarle.
Non appena videro i banditi che si avvicinavano remando a tutta velocit, i marinai arrestarono la loro marcia spiegando le vele. Una volta ferme, da dietro le navi spunt una piccola imbarcazione della guardia del Nilo che immediatamente punt contro i banditi, i quali rimasero sorpresi dallo stratagemma utilizzato dai soldati del faraone ma non si arresero e mantennero la rotta.
Khepri si era addestrato al combattimento, ma non aveva mai impugnato la spada per uccidere o evitare di essere ucciso. Era arrivato il momento di farlo. Strinse i denti e si assicur che l'elmo fosse ben allacciato. I suoi compagni sfoderarono le spade e lui fece lo stesso. Erano in venti. Di banditi, se ne vedevano una decina su ogni barca. Erano in inferiorit numerica ma se avessero lottato abilmente avrebbero potuto sconfiggerli. Avevano gi messo in fuga altri due gruppi di banditi del fiume che se l'erano data a gambe non appena li avevano visti navigare verso di loro, ma questi apparivano pi agguerriti. Non sarebbe stato cos semplice, questa volta.
Khepri respirava a fatica. Era il suo primo, vero combattimento. Le barche erano ormai vicine. Chiuse gli occhi per un istante e pens a sua madre, poi subito li riapr per concentrarsi sullo scontro. Erano gi l.
La loro imbarcazione era pi alta e i banditi ebbero difficolt ad abbordarli, ci nonostante si arrampicavano come bestie affamate che sentono l'odore del cibo fresco. Le spade cominciarono a sbattere l'una contro l'altra.
Khepri era giovane, forte e rapido. La sua lama colp il petto di un bandito ferendolo e con lo scudo riusc a proteggersi da alcuni attacchi avversari. Intorno a lui i suoi compagni se la stavano cavando bene, ma poi uno degli ufficiali cadde ucciso e il panico cominci a circolare tra i soldati del faraone. Alcuni di loro commisero la sciocchezza di gettarsi in acqua. Khepri aveva notato i coccodrilli che circondavano le barche attendendo che qualcosa di commestibile cadesse nel fiume. Lo facevano spesso. No, il fiume non era un'opzione, quindi continu a combattere al centro della barca fino a che rimase da solo, circondato da mezza dozzina di banditi.
A un certo punto ricevette un colpo alla schiena e sent che la lama di una spada, no, qualcosa di pi piccolo, un pugnale forse, gli trafiggeva la spalla attraverso la debole protezione della corazza di cuoio. Cadde in ginocchio, per mantenne lo scudo sopra la testa evitando altri due forti colpi. In ogni caso era gi morto.
Se ne vanno! Le navi con l'argento se ne vanno! grid uno dei malviventi, e i compagni lasciarono perdere Khepri, che stramazz sul suolo della coperta.
Andiamo! url rabbioso un altro dei banditi, e in un istante la barca della guardia del Nilo rimase deserta, a parte il corpo ferito e privo di sensi di Khepri, avanzando sull'acqua fino a incagliarsi nella sponda del fiume.
Gaio Lelio si svegli di soprassalto nel cuore della notte. Aveva avuto uno strano incubo di cui non ricordava praticamente nulla, salvo un'angosciosa sensazione che ancora si sentiva addosso. Indoss una tunica di lana e cominci a camminare per la casa. Aveva raccolto la spada per sicurezza. Avvertiva quel particolare presentimento che sempre arrivava prima di una battaglia, ma non ne comprendeva il motivo. Poi, d'improvviso, gli venne in mente suo figlio e corse nella stanza in cui dormiva. Apr di colpo la porta e la schiava che faceva da balia si svegli di soprassalto, spaventata nel vedere il padre del bambino agitato e con la spada in mano.
Va tutto bene? le domand il padrone, e lei annu un paio di volte con la testa.
Lelio non parve convinto e si avvicin lentamente alla culla. Il piccolo dormiva placido. Confuso, usc allora dalla stanza e torn nell'atrio. La notte era piena di stelle. Era una calda sera d'estate e tutto era tranquillo. Si sedette su un solium. Sentiva di dover restare vigile, pur non sapendo contro chi o che cosa.

33. UNO STRANO VUOTO.
Roma
Aprile del 184 a.C.

Emilia e sua figlia minore videro Publio uscire da casa salutandole appena. Emilia sapeva che il marito era contrariato per l'ennesimo rifiuto da parte di Cornelia di sposare Flaminino, uno dei grandi alleati della famiglia.
Per tutti gli di! aveva esclamato incredulo di fronte alle continue opposizioni della figlia.  stato il liberatore della Grecia, tiene alla famiglia e nutre perfino un sentimento per te! Publio aveva guardato la moglie con occhi supplicanti in cerca di aiuto, ma Emilia aveva taciuto, e quel silenzio aveva accresciuto la rabbia di lui che a quel punto era uscito dalla domus senza aggiungere altro, senza nemmeno augurare loro una buona settimana. Per tutto quel tempo sarebbe stato infatti lontano da Roma, come ogni primavera, per andare a trovare in Etruria i suoi veterani delle campagne d'Hispania e d'Africa.
Le due donne rimasero sole nell'atrio, reclinate sui loro triclinia, senza toccare nemmeno un boccone della ricca colazione, consistente in frutta fresca, formaggio, pane, latte, dolci di pistacchio, noci, mandorle e nocciole, disposta di fronte a loro su tre tavolini.
Prima o poi dovrai accettare un marito, Cornelia disse infine la madre. Se non vuoi Flaminino va bene, per dovrai pur sposarti con qualcuno, e quel qualcuno dovr essere un uomo in grado di difendere i nostri interessi in Senato.
Lo so, madre. Finir che presto mio padre mi offrir addirittura a Lelio, vedovo e con un figlio rispose Cornelia infastidita.
Non aveva nulla contro Lelio ma non l'attirava l'idea di andare in moglie a un uomo che poteva essere suo nonno. In realt non era la differenza di et a preoccuparla. La verit era che non avrebbe voluto sposarsi mai, con nessuno. Era l'unica forma di ribellione che poteva esercitare e aveva deciso di portarla avanti con ostinata perseveranza. Si sentiva ancora umiliata per la reazione di suo padre alla scoperta del carteggio con Gracco e, anche se credeva di non nutrire alcun sentimento speciale per quell'uomo, le bruciava che suo padre fosse stato disposto a far morire in battaglia colui per il quale lei aveva interceduto. Talvolta pensava che avrebbe preferito che l'avessero eletta vestale da bambina: una vita al servizio della fiamma sacra di Vesta sarebbe stata molto pi semplice.
No, tuo padre non ti offrir mai a Lelio. Lui vuole solo - e non lo biasimo - che i suoi figli contraggano dei buoni matrimoni per stringere nuove alleanze. Lelio  nostro alleato da tutta la vita. Non so chi altri avr in mente, ma ammetto che ogni anno che passa i tuoi rifiuti si fanno sempre pi insostenibili. Non ho appoggiato il matrimonio con Flaminino perch non voglio che tu sia infelice, ma prima o poi dovrai scegliere qualcuno, qualcuno che possa essere accettato anche da tuo padre. Posso capire che tu non voglia sposare gli uomini che lui propone, per devi anche fornirgli qualche alternativa. Sono disposta ad aiutarti, ma dovrai pur dirmi dove devo cercare o chi.
Cornelia Minore grad quelle parole di sincero affetto da parte di sua madre. E avrebbe desiderato risponderle, ma quando cominci a riflettere sulla sua richiesta avvert dentro di s uno strano vuoto. Non le veniva in mente nessuno che potesse soddisfare gli obiettivi di suo padre. Si sent frastornata e scoppi a piangere. Sua madre si avvicin e le sedette a fianco. Non disse nulla, nemmeno l'abbracci, rimase seduta vicino a lei finch le lacrime non si asciugarono e, alla fine, le due donne cominciarono a mangiare un po' di frutta e pane.

34. UN NUOVO PROCESSO.
Roma
Aprile del 184 a.C.

Erano passati quattro mesi dalla conversazione tra Catone e i suoi pi fedeli alleati, e tutto era avvenuto come previsto: suo cugino Lucio Porcio aveva ottenuto una delle magistrature consolari e l'indipendente Publio Claudio Pulcro l'altra, mentre Gracco era stato eletto tribuno della plebe e Catone aveva conquistato la censura. Grazie a questi risultati, Catone sarebbe riuscito a manovrare il Senato in modo da dare avvio alla ripresa dei processi contro gli Scipioni.
Fu proprio durante una di queste sessioni che Gaio Lelio, intuendo la strategia dell'avversario, decise di abbandonare l'edificio della Curia prima che la seduta in corso fosse terminata. La nuova mossa di Catone non lasciava altra scelta. Si alz mentre il censore, approfittando della nuova carica ottenuta appena il mese precedente, stava ancora parlando; si conged da Lucio Cornelio Scipione a bassa voce.
Corro ad avvertire Publio disse. Tuo fratello deve sapere cosa sta succedendo a Roma.
D'accordo rispose Lucio senza distogliere lo sguardo da Catone, che continuava a insistere sulla necessit di una causa extraordinaria per concludere il processo agli Scipioni, circondato da un gruppo di senatori, la maggior parte dei quali non cessava di assentire.
Gaio Lelio raggiunse la sua casa vicino al Macellum da dove prese il suo miglior cavallo. Poi attravers la citt verso nord, usc dalla Porta Fontus e imbocc la Via Flaminia verso l'Etruria.
Anche se era gi primavera la giornata era fredda; per lo meno la cavalcata lo manteneva caldo e sudato. Al tramonto la temperatura scese, ma Lelio aveva deciso di non fermarsi per la notte. Sost presso una taverna lungo la Via Cassia per permettere al suo cavallo di abbeverarsi e mangiare un po' di fieno, ma l comprese che l'animale era esausto e aveva bisogno di riposare.
All'interno della taverna tutti gli occhi erano fissi su Gaio Lelio che, vestito con una delle sue vecchie uniformi militari, non poteva evitare di attirare l'attenzione per il suo elmo decorato dall'elaborato pennacchio, la corazza, i gambali e la pesante spada, cos come per il suo portamento distinto e agguerrito. Nessuno osava avvicinarsi. Lelio chiese un altro cavallo per proseguire il viaggio e che si prendessero cura del suo finch uno dei suoi schiavi non fosse venuto a prenderlo. L'oro brill nella penombra della taverna e un inserviente del padrone procur la miglior cavalcatura che avessero a quell'ufficiale di Roma che sembrava avere una gran fretta.
A chi  destinato il nostro cavallo? domand l'oste.
Lelio si rese conto che vari uomini dall'aspetto poco raccomandabile guardavano con avidit la sua borsa piena d'oro. Avrebbe dovuto partire con una scorta, le strade erano pericolose, per non aveva avuto il tempo di organizzarsi. Pronunci allora il suo nome forte e chiaro.
A due uomini che stavano bevendo in un angolo e che non avevano smesso un attimo di guardarlo di sbieco il vino and di traverso, i restanti distolsero lo sguardo fingendo di dedicarsi ad altro.
Lelio si sent orgoglioso del fatto che il suo nome ispirasse ancora timore e rispetto. No, nessuno l gli avrebbe dato fastidio.
Cavalc tutta la notte fino all'alba, quando, in un freddo e nebbioso orizzonte, intravide la villa di Silano, nel cuore dell'Etruria, al centro dei terreni che molti dei veterani di Zama avevano ottenuto grazie all'amministrazione di Publio Cornelio Scipione e alla collaborazione di Flaminino. Tutti gli anni, in quel periodo, Publio partiva da Roma per passare qualche giorno in compagnia dei suoi vecchi ufficiali. Era per lui un momento di ricordi e nostalgia che lo aiutava a sopportare il costante disprezzo che riceveva dai senatori alleati di Catone e la freddezza dell'ambiente familiare degli ultimi anni.
Davanti alla staccionata che circondava la propriet c'erano un paio di guardie mezze addormentate.
Apritemi. Sono Gaio Lelio e devo vedere urgentemente Silano e Publio Cornelio Scipione, che si trova qui.
Le sentinelle ricordavano Lelio da altre visite precedenti e non esitarono ad aprirgli la porta.
Il generale si trova qui, s; per tutti gli di,  successo qualcosa di grave? domand una delle guardie.
Lelio non si ferm a dare spiegazioni. Aizz il cavallo e corse al galoppo verso la piccola casa che s'innalzava al centro della tenuta. Una volta l picchi alla porta con una tale forza che si ud uno dei cardini scricchiolare. Immediatamente due schiavi dotati di bastoni e torce comparvero da dietro un angolo.
Il padrone e il suo ospite stanno dormendo disse uno, ma non pot continuare perch Lelio si mise a gridare di aprire la porta o se ne sarebbero pentiti.
Lo schiavo retrocedette temendo per la propria vita, ma proprio il quel momento la porta si apr dall'interno. Apparve Silano in persona, circondato da alcuni schiavi e soldati armati, tutti mezzo svestiti.
Che succede...? Lelio? Per Ercole! Sei ricoperto di polvere! Ma che cosa  successo?
C' il generale?
In quell'istante si ud la voce di Publio Cornelio Scipione.
Per Giove, Silano, nella tua casa non si pu proprio dormire! esclam Publio con tono ironico, ma nel vedere il viso stanco e preoccupato dell'amico sull'uscio aggrott la fronte: Che cosa  successo, Lelio?.
Catone ha approfittato della tua assenza in Senato per promuovere una causa extraordinaria contro Lucio, adducendo che lo iudicium populi di due anni fa non si  mai ufficialmente concluso pot spiegare finalmente Lelio. Ha insistito affinch il nuovo tribunale non sia costituito dal popolo ma dai consoli, il praetor urbanus e vari senatori, la maggior parte suoi seguaci. L'accusa  ora di malversazione nell'intera campagna d'Asia. Sono partito prima della votazione, per guadagnare tempo, ma ho inteso che la proposta verr accettata. Gracco, in qualit di tribuno della plebe, era d'accordo. Si ferm un istante per respirare e appoggi il braccio sull'architrave della porta; gli anni si facevano sentire ed era senza fiato. Ho cavalcato tutta la notte. Ho cambiato cavallo a met del cammino. Credo che la cosa migliore sia che tu torni a Roma il prima possibile.
Publio si fece indietro e Silano sostenne Lelio per le spalle, poich sembrava stesse per perdere l'equilibrio per la fatica. Dopo poco, i tre uomini erano riuniti nell'atrio della casa di Silano. Publio parlava a voce alta. Tutti lo ascoltavano attentamente. Lelio sorseggiava acqua seduto su un triclinium.
Un giorno e mezzo. Ci vorr altrettanto per tornare. Questo d a Catone tre giorni di vantaggio. Pu organizzare il processo in tre giorni?
Silano rispose ci che tutti sapevano, ma qualcuno doveva pur dirlo esplicitamente.
Per un processo normale no, ma per una causa extraordinaria forse s.
Certamente rispose Publio guardandolo, poi si rivolse a Lelio: Se Catone ti ha visto uscire dalla Curia sa gi dove ti sei diretto. Vuole approfittare della mia assenza. Probabilmente il processo  gi cominciato. Devo partire immediatamente.
Senza aggiungere altro Publio Cornelio Scipione si alz, usc all'esterno della casa seguito dagli altri e s'incammin verso la sua quadriga, ma subito pens che a cavallo avrebbe fatto prima.
Silano, ho bisogno di un cavallo.
Ne abbiamo bisogno tutti, mio generale rispose il veterano prima di rivolgersi agli schiavi. Svelti! Portate tutti i cavalli! Partiamo subito!
Le stesse sentinelle mezzo addormentate che proteggevano l'entrata della tenuta ebbero appena il tempo di aprire la staccionata per lasciar passare la dozzina di uomini al galoppo capeggiati da Publio Cornelio Scipione, il loro padrone e l'appena arrivato Gaio Lelio, che attraversarono la porta a tutta velocit diretti verso Roma.
Silano aveva astutamente ordinato ai suoi schiavi di informare il resto dei veterani sulla situazione. Cos, mentre loro cavalcavano verso la capitale, decine di cavalieri si preparavano a unirsi alla comitiva diretta da Publio che nel frattempo, lo sguardo fisso davanti a s e a denti stretti, cavalcava senza sosta. Temeva il peggio e soprattutto temeva che stesse gi accadendo, mentre lui era l, in Etruria, lontano da Lucio.
Non avrei dovuto lasciare Roma. Non avrei dovuto mormorava tra s mentre il rumore degli zoccoli al galoppo copriva il suono delle sue parole.
Era una giornata grigia, nebbiosa, proprio come l'animo di quel gruppo di veterani che accompagnavano il loro generale ad aiutare il fratello, anche se nessuno di loro sapeva esattamente cosa aspettarsi. Nessuno era mai stato condannato a morte in una causa extraordinaria, ma trattandosi di Lucio Cornelio e della stessa causa per la quale era gi stato giudicato, tutto era possibile. Come minimo sarebbe finito nel Tullianum. Ma se c'era una cosa che Publio aveva deciso era che suo fratello non avrebbe passato nemmeno una notte nelle carceri, fosse quel che fosse. Non gli importava dei triumviri o delle legiones urbanae, n dell'autorit del Senato o dei tribuni della plebe. Dal momento che Catone continuava ad accusarlo di non rispettare l'autorit di Roma, tanto valeva che le sue azioni fossero coerenti con le accuse di cui era vittima da tanti, troppi anni.
A un certo punto, dopo aver svoltato a una curva lungo la strada, il piccolo gruppo di cavalieri incontr i veterani che si erano messi in viaggio dopo aver ricevuto il messaggio degli schiavi di Silano. Questi salutarono il generale con la mano al petto e si unirono ai suoi uomini. E lo stesso si ripet a ogni svolta, a ogni punto di sosta lungo il tragitto. Decine e decine di altri cavalieri, vecchi guerrieri delle campagne d'Hispania, Africa e perfino qualcuno di quella d'Asia, si riunivano ingrossando man mano il gruppo.
Publio aveva combattuto in cos tante guerre che erano moltissimi i veterani sparsi in quella regione che a lui dovevano ci che erano diventati, le loro terre, l'onore con cui erano riconosciuti da tutti gli Italici e dai Romani con cui parlavano e commerciavano. Gli dovevano la vita e ora il loro generale aveva bisogno di loro. A nessuno di quegli uomini importava se Lucio Cornelio fosse colpevole o innocente. Sapevano solo che Roma era stata sul punto di essere distrutta da Annibale e che il loro generale l'aveva salvata; che quando il re dell'Asia aveva tentato d'invadere l'Occidente con un esercito di centomila uomini il loro generale, insieme al fratello, lo aveva fermato, come insieme avevano fermato ancora una volta Annibale, e tutto questo con due legioni soltanto. Non avevano bisogno di sapere altro e a loro non importava nulla se quei cinquecento talenti erano serviti a liberare suo figlio invece che andare ad aggiungersi ai fondi pubblici. Loro conoscevano bene solo la guerra e Roma, ed erano tutti persuasi che Publio Cornelio Scipione fosse il miglior generale di Roma, il pi coraggioso, il pi generoso, il pi valoroso. Se il loro generale aveva bisogno di loro mentre suo fratello era stato umiliato e incarcerato, loro ci sarebbero stati, per lui.
Ben cinquecento cavalieri si aggiunsero al gruppo di Publio Cornelio, e insieme lasciarono l'Etruria per raggiungere Roma.
Naturalmente non potevano cambiare tutti il cavallo a met cammino come aveva fatto Lelio, cos Publio dovette necessariamente fare sosta per la notte. Si accamparono all'imbrunire, vicino a un ruscello.
Riposeremo un poco disse a Lelio e Silano. Alla quarta vigilia, prima dell'alba, riprenderemo il viaggio.
Fu una sosta breve. Portarono i cavalli al fiume perch si abbeverassero e diedero loro del fieno ottenuto da alcune fattorie vicine. Non avevano abbastanza denaro con s per pagarlo, ma nessuno neg il fieno a Publio Cornelio Scipione.
Come ai tempi delle campagne militari del passato, il generale cominci a passeggiare tra i fal accesi in quell'improvvisato accampamento, accompagnato da Lelio e Silano.
Dobbiamo ricordarci di chi ci ha rifornito di viveri e fieno. Voglio ripagarli bene quando sar tutto finito.
Proprio come il generale aveva deciso, prima dell'alba, alla luce delle torce, i cavalieri dell'Etruria, i veterani di guerra di Scipione, ripresero la marcia verso Roma.
Erano appena partiti quando, con le prime luci del mattino, apparve un cavaliere solitario che galoppava in direzione nord, verso di loro. Nel vederli, il cavaliere si ferm e attese che fossero loro a raggiungerlo.
Chi  Publio Cornelio Scipione? domand.
Sono io rispose Publio mettendosi in testa al gruppo. Parla, se hai qualcosa da riferire.
Il cavaliere lo fiss per un istante e poi, abbassando lo sguardo, rifer il messaggio che si era ripetuto nella mente durante tutto il viaggio da Roma.
Mi manda Lucio Emilio Paolo. Hanno... hanno... Dopo aver tanto riflettuto, ora non gli uscivano le parole. Hanno condannato Lucio Cornelio Scipione. Il nuovo tribunale ha decretato la sentenza. Verr incarcerato, mio generale.
Tutti guardarono Publio. Scipione avvicin ulteriormente il proprio cavallo al cavaliere.
Per arrestare mio fratello hanno bisogno del permesso del tribuno della plebe disse Publio contenendo l'ira, cos come, cosa rara per lui, la paura. Tiberio Sempronio Gracco ha dato il permesso di arrestarlo? Oppure Lucio ha avuto modo di rifugiarsi nella sua casa? Tuttavia il messaggero taceva e non rispondeva. Per Giove Ottimo Massimo! Rispondimi! Gracco ha dato ordine di arrestare mio fratello?
Il messaggero sapeva di non poter esitare oltre. Deglut. Inspir forte. Cominci a parlare.

35. L'ORDINE DI GRACCO.
Roma
15 aprile del 184 a.C.
Tra la piazza del Comitium e il Foro
Hora sexta.

Lucio Cornelio Scipione lasci la piazza del Comitium accompagnato da una decina di alleati fedeli alla sua causa. L'intenzione era raggiungere la domus di famiglia a sud del Foro prima che lo arrestassero. La sentenza prevedeva il carcere. Gli anni erano ancora da determinare, per nel Tullianum, le prigioni sotterranee di Roma, era di gran lunga pi facile entrare che uscire, e coloro che vi finivano duravano poco, consumati dalla fame, dall'umidit e dall'oscurit.
Gaio Lelio era corso a cercare Publio prima che il processo cominciasse, e Lucio Emilio aveva lasciato il Comitium poco prima della sentenza per preparare la casa degli Scipioni e predisporre gli uomini necessari per fermare i triumviri o i legionari che Catone e Gracco avrebbero potuto inviare.
Lucio Cornelio Scipione procedette a passo svelto, quasi correndo, verso l'Argiletum. La folla, che si era riunita per tutto il centro della citt quando era venuta a sapere che si stava processando di nuovo uno Scipione, si fece da parte. I legionari non erano ancora intervenuti, tutto era confuso.
Al centro della piazza del Comitium, Catone si alz dal proprio posto e si sistem al fianco di Gracco.
Devi ordinare ai triumviri di arrestare l'accusato; anzi, mi correggo, il condannato. Ci sono stati un processo, una sentenza e una condanna, e tu stai permettendo che questi se la svigni per le strade di Roma. Devi esercitare la tua autorit e ordinare che lo prendano prima che si rifugi a casa sua. Si  diretto verso l'Argiletum. Bisogna impedire che attraversi il Foro. Abbiamo a disposizione centinaia di legionari. Potremo catturarlo l, per devi dare l'ordine, maledizione, per Ercole, sei il tribuno della plebe e devi dare l'ordine! Sei il tribuno della plebe, rappresenti il popolo, e il popolo deve vedere che il suo rappresentante condivide la sentenza, o scoppier una guerra civile, Gracco, e tu ne sarai responsabile.
Gracco ascoltava Catone dalla sua sella, con la bocca serrata, lo sguardo perso, respirando affannosamente. Era probabile che il censore di Roma avesse ragione, ma il processo era stato talmente rapido che Gracco non aveva avuto nemmeno il tempo di impartire l'ordine: incarcerare uno degli Scipioni, il vittorioso generale della campagna in Asia, il fratello dell'Africanus. Per le prove erano rimaste senza contestazioni. Lucio Cornelio, come in passato, testardo come il fratello, non aveva voluto spiegare dove fosse finito il denaro pagato da Antioco e non aveva presentato un'altra copia della tavoletta contenente i conti della campagna e distrutta da Publio in Senato durante il primo processo.
Il tribunale aveva condannato l'accusato, e lui doveva fare ci che Catone diceva, anche se nel profondo sapeva che quel gesto avrebbe condotto a qualcosa di ben peggiore del crimine di malversazione per mano di un console; d'altra parte, non poteva lasciare che il Senato passasse per essere una istituzione debole e che un tribuno della plebe permettesse che qualunque console ripetesse tali azioni nelle prossime campagne.
Intanto Catone continuava a insistere che Lucio Cornelio fosse arrestato.
Gracco guard verso l'Argiletum. La folla aveva creato un varco per lasciar passare Lucio Cornelio. Gli tremavano le labbra ma tent di mantenere il contegno e si volt verso i triumviri che attendevano un suo ordine.
Tiberio Sempronio Gracco si alz lentamente, fece un paio di passi in avanti e poi un lieve cenno all'ufficiale che comandava i triumviri del Comitium e al primus pilus, il centurione di maggior rango delle legiones urbanae che erano disseminate per la citt. Fu sufficiente.
Catone tir un sospiro di sollievo. Gli alti ufficiali di guardia e la milizia urbana corsero a eseguire l'ordine ricevuto.
Lucio Cornelio Scipione arriv al lato nord del Foro e lo percorse senza esitazione. Gli parve strano che l ci fosse meno gente. Il lato opposto, invece, era pieno di legionari. I soldati, almeno per il momento, non si erano avvicinati, ma Lucio respirava affannosamente. La tensione era tale da poter essere tagliata con una daga.
Non sfoderate le spade disse agli uomini che lo accompagnavano. Tra questi c'era Marco, il proximus lictor che aveva servito suo fratello a Zama e lui stesso a Magnesia. Non era uomo da indietreggiare di fronte al nemico. Non sfoderate le spade insistette Lucio. L'ultima cosa che vogliamo  provocarli.
Improvvisamente dall'Argiletum arrivarono altri legionari e i triumviri correndo.
Hanno dato l'ordine disse Marco.
Lucio assent varie volte ma continu a camminare. Erano all'altezza del tempio di Giano. Da l si vedeva il tempio di Venere, l'ultimo edificio importante davanti al quale dovevano passare prima di voltare e imboccare il Vicus Tuscus per arrivare a casa. Stava per raggiungerla, ma i legionari furono rapidissimi ad attraversare il Foro, tagliandolo in diagonale dalle tabernae veteres al tempio di Venere, fino alle tabernae novae.
Lucio non aveva scampo. C'erano almeno duecento legionari posizionati su quattro lunghe file. Si volt indietro. Poteva retrocedere, attraversare il resto del Foro in parallelo alle tabernae veteres e uscire dall'Equimelio. Ma dietro di loro si posizion rapidamente un altro centinaio di triumviri. Il gruppo di Lucio era costituito da appena venti uomini. A un ordine degli ufficiali tutti i legionari e i triumviri sfoderarono le proprie spade. Gli uomini di Lucio fecero lo stesso. Il Foro si svuot di colpo dalla folla. Tutti corsero a rifugiarsi nelle loro case.
Il primus pilus che aveva ricevuto l'ordine di arrestare il condannato si posizion vicino ai suoi uomini situati accanto al tempio di Venere e grid al piccolo gruppo che circondava Lucio: Abbiamo un ordine di arresto per Lucio Cornelio Scipione, condannato dal tribunale per causa extraordinaria! Consegnateci il condannato e non si verser sangue! Se farete resistenza, morirete tutti!.
Lucio si guard intorno. I suoi uomini, comandati da Marco, erano alle sue spalle e a suoi lati; erano disposti a tutto ma troppo pochi. Tutti gli altri si trovavano in Etruria, a giorni di viaggio da l.
Non abbiamo alcuna possibilit disse.
No, non l'abbiamo rispose il vecchio ufficiale.
Lucio era roso dalla rabbia, la stessa rabbia che gli stava offuscando la mente. La cosa pi sensata sarebbe stato consegnarsi, ma se l'avesse fatto, se l'avessero incarcerato, avrebbero probabilmente fatto lo stesso con suo fratello. Forse sarebbe stato meglio farsi ammazzare subito, ma in quel caso Publio avrebbe reagito ancora peggio. Forse, una volta che lui fosse stato in carcere, Publio avrebbe potuto negoziare un accordo per farlo uscire.
Consegnateci il condannato immediatamente oppure ordiner ai miei uomini di catturarlo! Il primus pilus insisteva rimanendo a distanza, al sicuro, tra le centinaia di uomini al suo servizio.
Lucio si sent uno stupido ingenuo. Non avrebbe dovuto presentarsi al processo. Avrebbe dovuto lasciare la citt, per nel farlo avrebbe dovuto portare con s tutta la famiglia perch Catone, senza alcun dubbio, l'avrebbe presa in ostaggio. Tutto era avvenuto troppo rapidamente... Catone e quel suo cane fedele di Gracco avevano vinto la partita. Avevano agito con incredibile rapidit, in un momento inaspettato, approfittando dell'assenza di Publio. Ormai, qualunque cosa avesse fatto, qualunque cosa fosse accaduto, suo fratello sarebbe arrivato troppo tardi.
Gettate le armi disse Lucio a Marco, prima a bassa voce, poi, di fronte all'esitazione dei veterani, ripet l'ordine a voce alta e chiara perch risuonasse per tutto il Foro e la udissero anche i legionari che si stavano avvicinando. Gettate le armi, per Ercole!
Marco si volt verso i suoi uomini e ripet l'ordine lanciando la spada a terra.
Avete udito il generale, gettate le armi!
I soldati, a denti stretti ma ubbidienti, lasciarono cadere le spade al suolo, conservando le daghe, per sicurezza; ma quel gesto fu sufficiente. I legionari arrestarono la loro avanzata. Il primus pilus sorrise soddisfatto. Quel giorno Catone gli sarebbe stato grato per il servizio reso; presto la sua carriera politica avrebbe cominciato a decollare.
Lucio si rivolse a Marco per l'ultima volta.
Di' a mio fratello che si prenda del tempo, che non si lasci influenzare, che niente e nessuno lo conduca a prendere decisioni affrettate. Digli che star bene. Digli... E sospir, non trovava le parole per continuare. Digli che si prenda il tempo necessario. Poi strinse la mano di Marco, guard i veterani con riconoscenza, si volt e solo, disarmato, si diresse verso i legionari che lo circondarono e lo scortarono verso le prigioni di Roma.

36. IL RITORNO DI PUBLIO.
Foro di Roma
15 aprile del 184 a.C.
Hora septima.

Catone era rimasto al centro del Comitium. Non possedeva la carica di console ma era censore di Roma e, come un generale nel mezzo della battaglia, era pronto a condurre le proprie truppe. Con il consenso del praetor urbanus, le sue truppe erano le legiones urbanae e grazie alla collaborazione di Gracco, tribuno della plebe, disponeva anche dei triumviri. Le altre legioni non contavano; si trovavano troppo lontane da l: in Hispania, nel Nord d'Italia, in Sicilia o in Sardegna, ma non a Roma. Questo era un nuovo concetto di battaglia: una guerra combattuta tra le strade lastricate e polverose della capitale. Non importava pi che nel pomerium fosse proibito portare armi. Catone, con l'autorizzazione del resto delle autorit, aveva lasciato che i legionari e i triumviri entrassero armati, come avevano gi fatto durante alcune delle ultime e pi impegnative sessioni del Senato, e gli stessi senatori, nascondendole, durante molte delle riunioni nella Curia Hostilia dell'ultimo decennio.
Catone si sentiva padrone di s in mezzo a quel tumulto. Finalmente stava sgretolando l'immenso potere degli Scipioni. Uno stava per essere incarcerato e l'altro, il pi pericoloso, cavalcava verso Roma alla testa di un reggimento di veterani delle antiche campagne. I messaggeri che aveva fatto appostare lungo la strada per l'Etruria avevano riferito che Scipione stava tornando inviperito, fuori di s. Ma Catone non lo temeva. Aveva calcolato tutto. Anche la furiosa reazione dell'Africano. E il popolo? Catone abbozz un timido sorriso. La popolazione, come c'era da aspettarsi, non appena le legiones urbanae avevano sfoderato le spade e pattugliato le strade, si era rifugiata nelle proprie case. Ora lo scontro sarebbe avvenuto tra i veterani di Scipione e le legiones urbanae insieme ai triumviri. Le truppe urbane erano venti volte pi numerose. Una lotta impari. Il tipo di lotta che preferiva.
Sono stati avvistati a meno di venti stadi da Roma! annunci uno dei decurioni che comandava una delle turmae che Catone aveva disposto intorno alle mura. Che cosa facciamo? Sono pi di cinquecento cavalieri!
Il censore aggrott la fronte. Erano tanti cavalieri quanti quelli delle legiones urbanae e Catone sapeva che i veterani dell'Africano erano molto pi esperti e letali. Qualunque scontro in campo aperto tra i due gruppi avrebbe favorito Scipione. All'interno della citt, invece, avrebbe avuto a disposizione migliaia di legionari ai suoi ordini.
Lasciateli entrare in citt! Lasciate le porte aperte! Che entrino! Da dove non importa, ma che entrino nella citt! E continu a bassa voce, parlando a se stesso: Non servir a molto una cavalleria dentro le strette strade di Roma. Il combattimento si terr all'interno. Questa stessa notte. Avremo bisogno di torce.

Hora octava.

Approssimandosi alla citt, Publio, Lelio e Silano videro le varie turmae appostate di fronte alla Porta Capena.
Che cosa facciamo? domand Lelio al generale che scrutava l'orizzonte del pomeriggio tentando di capire quale fosse il modo migliore per entrare nella citt.
Avranno posizionato delle guardie a ogni porta aggiunse Silano.
Publio assent, ma dimostrando una gran padronanza di s cominci a prendere decisioni.
La Porta Fontus disse.
 la porta pi vicina alle prigioni comment Lelio intuendo l'obiettivo di Publio.
Esatto conferm Scipione. Ci situeremo di fronte al carcere e impediremo che possano entrarci con mio fratello. E chiunque si frapporr fra noi e il carcere se ne pentir. Questo  il piano.
Lelio e Silano annuirono. I tre spronarono i cavalli e partirono al galoppo verso il nord della citt. I cinquecento cavalieri li seguivano a pochi passi di distanza. Dall'alto delle mura, decine di legionari osservavano sgomenti la nube di polvere sollevata da quell'esercito di veterani.

37. I DUBBI DI GRACCO.
Tra il Foro e il Comitium di Roma
15 aprile del 184 a.C.
Hora nona.

 proprio necessario? continuava a ripetere Gracco nervosamente, camminando da un lato all'altro davanti a Catone. Vicino a loro c'erano Lucio Porcio, Quinto Petilio e Spurino.
 necessario rispettare la legge, tribuno Gracco rispose il censore pacatamente, mentre osservava le truppe che dal Comitium si spostavano verso il carcere. Aveva ordinato di riformare le posizioni in prossimit del Tullianum. Lo avevano appena informato che Scipione si trovava di fronte alla Porta Fontus e voleva evitare brutte sorprese.  necessario rispettare la legge, Gracco ripet. Tu, in quanto tribuno della plebe, dovresti saperlo meglio di chiunque altro.
La legge non implica necessariamente il carcere per un caso come quello che abbiamo appena affrontato. Potrebbe bastare obbligarlo a restituire una somma considerevole allo Stato. Sarebbe un buon esempio, un messaggio sufficiente per i futuri consoli.
Catone sollev la mano con un gesto di sdegno.
Gracco, a volte non ti capisco. In certi momenti ti dimostri convinto, poi improvvisamente ritorni a essere debole. La legge non conosce flessibilit.
Gracco tacque per qualche istante. S, Catone era cos. Caparbio e inflessibile. Come lo era stato in Hispania, dove non aveva voluto negoziare con nessuno. In questo gli Scipioni erano molto pi abili; non esitavano ad accordarsi con il nemico quando poteva evitar loro eccessivo sforzo o perdite tra le truppe. Catone era invece implacabile, in special modo con gli Scipioni. Fu sul punto di ribattere che Publio Cornelio non avrebbe mai accettato l'autorit del tribunale che in una causa extraordinaria aveva condannato suo fratello, ma poi ci ripens. Era stanco di insistere. Se Catone e gli Scipioni volevano distruggersi a vicenda, che lo facessero. Forse, alla fine, anche Roma si sarebbe stancata di quella lotta. Gracco non aggiunse altro, se ne and e imbocc la strada verso il Foro accompagnato da un piccolo gruppo di schiavi e soldati della campagna in Asia.
Lasci che se ne vada cos? domand Quinto Petilio a Catone.
Il censore di Roma fece spallucce guardando il tribuno del popolo allontanarsi.
Qui non ci sarebbe pi di alcun aiuto. Meglio che torni a casa sua. L non ci dar fastidio aggiunse Lucio Porcio.
Spurino, non soddisfatto, si avvicin a Catone per parlargli nell'orecchio.
Te l'avevo detto che Gracco, alla fine, nel momento culminante, avrebbe ceduto.
Catone si allontan da Spurino e gli rispose a voce alta, in modo che anche Petilio e Lucio Porcio potessero udirlo. Voleva che i suoi fedeli fossero tutti tranquilli.
Gracco non ci dar alcun problema. Ho gi preso i provvedimenti che vi avevo annunciato.
I due senatori e il console si guardarono stupiti. Non ci furono altre domande. Il tono di Catone non lasciava dubbi: fosse quel che fosse, sarebbe arrivato fino in fondo.

38. VERSO IL CARCERE.
Di fronte al Tullianum
15 aprile del 184 a.C.
Hora decima.

Nessuno li ferm.
Publio, Lelio, Silano e tutti i veterani entrarono al galoppo per la Porta Fontus, a nord della citt. Le turmae delle legioni li seguivano ma senza avvicinarsi troppo. I cavalieri di Scipione furono costretti ad avanzare in file da quattro per poter passare dalla porta e poi dalle strade che portavano al carcere. Porte e finestre di tutte le case erano chiuse, non si vedeva anima viva, a parte le legiones urbanae, che per non intervenivano. Fino a quel momento tutto procedeva bene, bench stessero entrando armati nel pomerium sacro di Roma. Per, per tutti loro, quella trasgressione era giustificata: aveva cominciato Catone, imprigionando il fratello del generale, e l erano entrati anche i legionari della citt, armati fino ai denti.
Troppo facile disse Lelio, vedendo che nessuno sbarrava loro il cammino.
Silano annu, per Publio rest impassibile. I cavalli avanzavano al passo. Il rumore dei cinquecento cavalieri che attraversavano la citt era l'unico suono udibile, rimbombava tra le pareti delle case allineate lungo le strade.
L'edificio che dava accesso al Tullianum era custodito da un gruppo di legionari. Le prigioni di Roma erano grandi ma sotterranee. Dall'esterno era visibile solo una piccola costruzione; il resto delle carceri si sviluppava nel maleodorante e oscuro sottosuolo della citt, gonfio di umidit e di uomini dimenticati, condannati che nessuno pi ricordava. Era un luogo malefico, dal quale pochissimi uscivano. E del quale nessuno che vi era stato voleva parlare.
Per Ercole, eccoli! esclam Publio indicando davanti a s.
Un centinaio, no, anzi, di pi, duecento, poi trecento, quattrocento, fino a seicento legionari cominciarono ad avanzare in formazione, manipolo dopo manipolo, verso il Tullianum. Scipione apr la bocca ma non disse nulla. Silano parl al suo posto.
Stanno conducendo Lucio,  davanti a tutti, con il primus pilus.
Publio, senza avvertire nessuno, spron il cavallo e part al galoppo.
Lelio reag subito.
Silano, resta qui con gli uomini. Inviaci una dozzina di cavalieri di rinforzo, ma mantieni qui i restanti. E part seguendo il cavallo di Publio.
Crasso, il primus pilus della prima legione, vide uno dei cavalieri correre al galoppo verso di loro. In quel momento si pent di aver accolto la richiesta del prigioniero, Lucio Cornelio, di salutare la famiglia prima di entrare in carcere. Questo li aveva fatti ritardare di un paio d'ore. Ritrovandosi i cavalieri di Scipione davanti, ora si chiedeva se non si fosse trattato di uno stratagemma per guadagnare tempo. In ogni caso, ormai era fatta.
Aspettate! Che nessuno lanci un solo pilum! grid ai legionari del primo manipolo. Poi, con un tono pi pacato, si rivolse ai suoi ufficiali. Aspettiamo di sapere che cosa vogliono prima di attaccarli.
Gli ufficiali assentirono. Era la scelta pi prudente, specialmente trattandosi, come tutti si erano resi conto, dell'inconfondibile Publio Cornelio Scipione, l'Africanus. Quelli pi preoccupati erano i triumviri che, per ordine di Gracco, custodivano il condannato.
Quest'uomo che tenete ammanettato  Lucio Cornelio Scipione, mio fratello disse Publio serio, imperterrito, senza gridare, dall'alto del suo cavallo.
Nessuno os rispondere finch il primus pilus non prese l'iniziativa.
Qualunque sia il suo nome,  stato condannato dal tribunale e abbiamo l'ordine di incarcerarlo.
Publio smont da cavallo. In quel momento lo raggiunsero Lelio e una dozzina di cavalieri inviati da Silano per scortare il generale. L'Africano pass le redini a uno dei veterani e avanz lentamente verso il primus pilus. Se avesse guardato Lucio, si sarebbe reso conto che questi negava con la testa. Si ferm a tre passi da Crasso.
Ascolta, legionario cominci con voce grave, quasi sinistra, se vuoi restare vivo consegnami immediatamente mio fratello. Se lo farai, dimenticher il fatto che lo hai arrestato, dimenticher tutto, mi sforzer perfino di dimenticare il tuo volto.
Il primus pilus deglut nervoso. Se lo aspettava. Non si era mai sentito particolarmente fedele n a Catone n a Scipione, voleva solo sopravvivere e, soprattutto, fare carriera; perci le sue scelte dipendevano da chi si dimostrava il pi forte in determinate circostanze, e in quel momento cinquecento cavalieri non erano nulla a confronto di tutte le legioni e i triumviri della citt. Nemmeno colui che era stato il miglior generale di Roma poteva vincere contro l'intera citt di Roma.
Ho ricevuto l'ordine di incarcerare il condannato, generale rispose Crasso e, in una reazione che denotava intelligenza e precauzione, fece un paio di passi indietro.
E fece bene, perch Publio teneva la mano appoggiata sull'impugnatura della spada e stava considerando l'idea di infilzare immediatamente il centurione in carica della prima legione, che per, retrocedendo, glielo rese impossibile.
Ho cinquecento cavalieri che non permetteranno che entri nel carcere con mio fratello.
All'improvviso il primus pilus si mosse rapidissimo per andare a rifugiarsi dietro ai triumviri che circondavano Lucio Cornelio.
Io credo che il nostro prigioniero entrer nel carcere, generale disse, e sfil da sotto la corazza una daga che, con sorpresa di tutti, port al collo di Lucio Cornelio, premendola con forza fino a far sanguinare la pelle dell'ex console. Se non ci lascerai passare, se non ti ritirerai fino alla Porta Fontus, giustizier il prigioniero qui, subito.
Publio Cornelio Scipione non si scompose. Gir la testa lentamente verso i suoi uomini e sollev la mano sinistra segnalando loro di retrocedere. La sua scorta obbed all'istante. Solo Lelio rimase accanto al generale.
Di' a Silano di far indietreggiare gli uomini fino alla Porta Fontus, senza discutere, e poi recatevi tutti alla Porta Carmenta. Ci vedremo l ordin.
Lelio assent. Sembrava la cosa pi sensata da fare, quindi mont a cavallo e part per raggiungere Silano. Il generale rest dov'era, in piedi, serio, dritto, in mezzo alla strada, con la piccola scorta a venti passi dietro di lui.
Ascolta, primus pilus, riprese Publio con una pacatezza controllata i miei uomini retrocederanno fino alla Porta Fontus, per ti concedo un'ultima opportunit: puoi eseguire gli ordini che hai ricevuto o consegnarmi mio fratello immediatamente. Se sceglierai la prima opzione, non ci sar nulla che potr mai farmi dimenticare il tuo volto, soldato. E ti assicuro che prima che domani spunti il sole mio fratello sar libero e tu morto.
Il centurione non rispose e mantenne il pugnale affilato contro la gola di Lucio Cornelio. I cavalieri di Scipione si stavano ritirando, e Crasso, con il prigioniero ben afferrato da dietro e il pugnale puntato al suo collo, cominci ad avanzare verso l'entrata del carcere.
Ti far uscire da l, fratello! Ti far uscire da l, fosse l'ultima cosa che far nella mia vita! grid Publio a Lucio, mentre questi si allontanava scortato dal primo centurione delle legiones urbanae e circondato dai triumviri di Gracco.
Prenditi cura della famiglia! La famiglia! grid Lucio, finch il pugnale torn a tagliargli la pelle e il centurione gli ordin di tacere.
Publio Cornelio Scipione si fece di lato insieme ai propri uomini mentre i manipoli della prima legione gli passavano davanti.
Andiamo disse, e mont sul suo cavallo.
I veterani lo seguirono e tutti si diressero verso la Porta Fontus. Publio voleva riunirsi agli altri uomini il prima possibile e organizzare la controffensiva contro Catone. Questo  solo l'inizio. Solo l'inizio. L'inizio mormorava intanto tra s.
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FINE parte 1.
